mercoledì 22 febbraio 2012

Blinded by the Light - una non-recensione

Blinded by the Light, canta il Boss. Accecato dalla Luce. Quella Luce che è, vuole essere, deve essere, non può far altro che essere la Bellezza. La Bellezza è Amore. Il mio Amore. Habibi.
Uno non sceglie di chi innamorarsi. Ma di cosa innamorarsi sì. Io ho scelto la Bellezza, in forma del tutto trasversale, sia essa donna, libro, film, montagna, piatto. O sono un poeta o sono un gran para... culo (sì, ho scritto  paraculo, il blog è mio e uso il linguaggio che voglio io, e che diamine!) A ragion veduta, sicuramente la seconda. Come tutto gli innamorati, sono possessivo ed esigente. Da ragazzo, ero un lettore onnivoro e voracissimo: trenta, quaranta, cinquanta libri all'anno. Insaziabile. Fuori uno dentro un altro, come un playboy stantio da riviera romagnola. Lo stesso per i film. L'età e la scelta (decadente?) della consacrazione estetica mi hanno ridimensionato. Per intero, non leggo più di cinque/sei libri. Li scelgo, ci rimugino sopra, li corteggio e mi lascio corteggiare. Quando scatta l'amore, è travolgente al limite del distruttivo, ha la forza di una diga che rompe gli argini. Dopo tanti anni, succede rare volte, come un Sultano stanco fatica a trovar stimoli dalle sue troppe favorite.
Si aggiunga a questo che, dopo tante meravigliose autostrade, la voglia di una corsa sulle pietraie è spesse volte insopprimibile. Un romanzo piatto, lineare, non mi basta più, se non è eccezionalmente ben scritto. Cerco cose complesse, arzigogolate. Cerco delle SFIDE. Mi interessa più ciò che sta fra le righe, piuttosto che le righe stesse. Mi piace che l'Autore mi ammicchi dicendo: "non crederai davvero che sia tutto qui?". Mi piace trovare qualcosa che dia un senso alla mia insonnia.
Mi sono avvicinato alla graphic novel molti anni fa, come sempre per caso. La serendipità domina la mia esistenza. Dapprima Maus, indimenticabile, poi Eisner, poi L'Eternauta (che non è un romanzo grafico tout court). Alla fine, la sublime estenuante sfida di Alan Moore, Watchmen e From Hell. E poi silenzio, per rifiatare. Capita però che, a fine anno, pure la mia unica e vera Bibbia, La Gazzetta dello Sport, cada nell'orrendo gioco delle classifiche delle migliori cose. Stucchevole, a dir poco, ma non a sufficienza da sfuggire alla noia di un pomeriggio vuoto in biblioteca. Per disperazione uno leggerebbe persino le pagine sul badminton... Ed ecco quindi che l'occhio cade su una recensione un pochetto più lunga. L'articoletto comincia in modo (borghesemente) eclatante: "E se il miglior libro dell'anno fosse un fumetto?". "Perché no?", dico io ("Ah, già, perché siamo in Italia, il fumetto lo sdoganeranno solo fra un paio di secoli", mi autorispondo laconico). Non che io prenda la Gazzetta come testo autorevole in materia letteraria, ma suvvia, non siamo spocchiosi! Il libro in questione è Habibi di Craig Thompson. La sua lettura mi ha sconvolto. Mi ha accecato.
Prendansi due orfani perduti in un paese arabo, in un'epoca contemporanea ma come sospesa del tempo. Prendansi: un amore impossibile; la tradizione islamica e quella preislamica; una base matematica e un'altra calligrafica. Si metta insieme tutto questo, si aggiunga altro (MOLTO altro), e otterrete Habibi, le cui pagine vi risucchieranno come una vertigine, la cui storia strapperà lacrime dai vostri occhi, la cui bellezza strapperà i vostri occhi. E' il classico libro la cui lettura è perfettamente multilivellare: volete un fumetto in bianco e nero che vi racconti una trama semplice? Accontentàti. Volete un'intreccio complesso, ricco di rimandi? Accontentàti. Volete una narrazione ben oltre il limite della sperimentazione? Accontentàti. Volete Amore? Magia? Intrighi? Denuncia sociale? Erotismo? Spiritualità? Accontentàti accontentàti accontentàti accontentàti accontentàti accontentàti. In Habibi c'è veramente tutto. La densità di talune pagine è un vertice irraggiungibile persino per la penna più raffinata, o per l'oratore più immaginifico. Per tutto il tempo della lettura (breve, troppo breve, nonostante le 655 pagine) siamo immersi completamente nella storia di Dodola e di Zam, nel loro cercarsi all'infinito, nel loro infinito bisogno di fondersi. E, come in una Mille e una Notte contemporanea, sprofondiamo nelle storie che si raccontano, che ci raccontano. Soffriamo con loro, con loro gioiamo. Non saprei indicare con precisione (o forse lo so, e non voglio. Amo la demiurgia dello scrivere) una parte che prevalga sulle altre. Sono tutte eccellenti. Ma, certo, trovare, in un coacervo densissimo di illustrazioni quasi miniate, un intero capitolo composto solo da nove vignette bianche per pagina, con scarne didascalie, è notevole. In un punto cruciale della narrazione, poi! Thompson riesce nell'impossibile: dona una forma grafica al flusso di coscienza joyciano. Dapprima con nove didascalie per pagina, poi, via via, saltandone qualcuna. Il tormento interiore di Zam prende un immagine. Quella del quadrato magico dell'invocazione coranica per eccellenza, bismi-llāhi r-rahmāni r-rahīm. In nome di Dio, Clemente, Misericordioso. Il tema religioso è aperto, e pericoloso, altamente e apertamente contraddittorio ("Cos'altro possiamo fare se non costruire un ideale, un idolo, da sovrapporre al nostro amato? Ma creare immagini viola il più sacro dei comandamenti" fa dire a Zam nel capitolo di cui sopra), eppure l'autore lo attraversa con un tocco quasi magico. un tocco che fa di quest'opera un autentico capolavoro. E che mi lascia così. Incredulo. Appagato e irritato al contempo per la prematura espulsione da quel mondo. Accecato dalla Bellezza. Accecato dalla Luce. Blinded by the Light.


NB: ho disseminato il testo con alcuni rimandi nascosti alla trama. L'ho fatto così, per perversione...

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