sabato 18 febbraio 2012

Shining - A modest proposal...

(Avvertenza: il presente scritto è frutto di un autentico caso di delirio interpretativo. Si pregano le persone che si ritengono sane di mente di astenersi dalla lettura)

Chur (Svizzera), 12 febbraio 2012. Un pomeriggio assolato. Temperatura percepita: quindici gradi sotto zero. Neve ovunque. Una decina di persone chiuse in un'aula al quinto piano di un'enorme scuola deserta. Si proietta Shining. Poi dicono che la location non conta...
Il bel workshop intensivo che ho tenuto nel capoluogo cantonale per conto della ProGrigioni Italiana si è rivelato essere un'ottima occasione per rimettere ordine ad alcune idee. Dacché mi interesso di cinema seriamente, amo alla follia Stanley Kubrick, al punto da... non rivedere quasi mai i suoi film. Centellinare, attendere, prolungare: ecco i segreti per una relazione duratura (...still single al quarto decennio di vita: ah, la differenza tra idea e azione!). Ad ogni modo, in questo modo il mio rapporto col Maestro americano non ha mai vissuto una sola incrinatura. Mai. L'altro piccolo segreto è stato probabilmente quello di non farsi troppe domande. Non si dice accettare bellamente la valanga di stramberie che lo caratterizzano, ma nemmeno incaponirsi in un discernimento impossibile. Ho superato indenne (si fa per dire) lo Sguardo del Feto Astrale di 2001 - Odissea nello Spazio; ho sopportato gli eccessi pop dell'insopportabile Alex di Arancia Meccanica; ho finanche tentato di fornire una spiegazione logica per alcuni forti sospetti di onanismi mentali in Eyes Wide Shut, finendo a indurre negli amici la sensazione di essere irrecuperabile (idea che permea tuttora le loro menti). Ma su un film, uno solo, mi sono dovuto arrendere: Shining. Non che non mi piaccia, anzi. Dei tredici, è probabilmente quello che rivedo più volentieri (se la gioca con Full Metal Jacket e, soprattutto Barry Lyndon). Il fatto è che, a ogni rilettura (mi si passi il termine), il nodo interpretativo mi ributtava al tappeto come un pugile suonato. Era inutile: ogni strada che io tentassi, si rivela essere sempre la classica coperta troppo corta. Le ho provate tutte: dal Blocco dello Scrittore, al mito di Zeus contro il padre Crono (le più classiche), fino all'Overlook come corpo o addirittura come utero (con annessa colata di sangue dall'ascensore/ciclo mestruale, ipotesi affascinante che ha rivoltato il mio stomaco, maschilista e fallocrate, per almeno un decennio). Nessuna di queste prospettive giustificava però appieno l'enigma. Il che significa tre giorni di riflessione con solenne incazzatura finale ogni volta. Ho cominciato a sospettare di aver sbagliato l'approccio pochi mesi fa, quando, dopo cinque anni di esitazioni (ho tempi biblici), ho ritenuto opportuno martoriare il mio amor proprio con INLAND EMPIRE, l'ultimo Lynch. Il Film Manifesto, summa e punto di non ritorno di ogni delirio creativo degno di questo nome. E' stato lo stesso Lynch a venirmi incontro, rielaborando in più punti della storia (si fa per dire...) la celebre colonna sonora del capolavoro kubrickiano. Ora: occorre sapere che in IE non si entra ("Guai a voi, anime prave!"). Lo si guarda dall'esterno, con quello sguardo intenso della mucca di fronte al treno che passa, interrogandosi sul perché lo si è scelto, sull'esistenza di Dio, sui destini del mondo, sulla formazione dell'Uruguay campione del mondo 1930. Insomma: sportivamente, come se ci fosse un cartello GENIUS AT WORK, e noi, rispettosi, in silenzio. Se un bambino gridasse "L'Imperatore è nudo!", ci sentiremmo forse sollevati, ma no, non è questo il caso. L'imperatore è vestito: in modo bislacco forse, ma decisamente vestito. Shining, invece, è infido: per quanto Kubrick voglia ostinatamente sbatterci fuori, o faccia finta di volerlo, la storia ti tiene lì, inchiodati davanti allo schermo.Non importa che sia la prima, la terza, la ventesima volta. Tra tricicli, labirinti e urla, non ce n'è per nessuno. Chissenefrega se c'è un orso impegnato in un rapporto orale con un suicida in smoking. Poco importa se reale e fantastico si fondono. Poco importa che il protagonista riappaia in una foto del 1921. Shining è magnetico, e basta. Non capiamo e siamo contenti di non capire. E' proprio quello che ci infonde quel tipo di paura così rassicurante.
Si dice che il punto nodale dell'interpretazione stia nell'individuare che cos'è l'Overlook Hotel. Meglio: che cosa rappresenta. Quale sia la sua funzione. Diamo per assunto che sia proprio l'albergo il protagonista, un personaggio vero e proprio con volontà autonoma e un piano ben preciso. Uno Scacchista che, sapientemente, muove le sua pedina (e si sa, gli scacchi, con labirinti e Illuminismo, rappresentano la grande passione dell'Autore). Una sorta di Lucifero dantesco, se vogliamo, anch'esso incastrato e prigioniero dei ghiacci. Credo però che il Male, in tutto questo, c'entri relativamente (mettete giù quel telefono, in clinica non mi vogliono...). Facciamo come in un vecchio film, alla cui fine la macchina da presa si solleva in una plongée infinita, rendendo l'enorme albergo un puntino fra montagne ben più grandi. Allontaniamoci. Riflettiamo. E che diamine, è solo un film! Un'opera di fantasia! Fantasia... Creazione... Demiurgia. La creazione di un mondo. Che cosa sa creare un mondo, anche senza farlo fisicamente? La mente, no? Che cosa succede se, così, per gioco, noi dicessimo che l'Overlook non è un semplice albergo, né un vero e proprio corpo, né un utero? Che cosa succede se proviamo a dire che l'Overlook è un cervello? Più specificatamente: il Cervello dell'Autore (Kubrick, ça va sans dire...), chiuso nell'isolamento dell'Immane Sforzo Creativo? Un autore i cui personaggi sfuggono al suo controllo (come nell'Icaro Involato di Queneau) se non, addirittura, si ribellano rivendicando le proprie ragioni e richiedendo una storia adatta alle proprie nature (e qui, sotto con i pirandelliani Sei personaggi in cerca d'autore!). In questo senso, quale esempio migliore del piccolo Danny, che usa il suo potere per sfuggire al controllo del Padre (l'Io) e dell'Albergo (il Super-Io)? In un certo senso, Kubrick ci offre uno spaccato di una sua personale, ipotetica o non, "crisi (parola forte) creativa", alle prese con una storia non risolta (si sa dei dissidi con Stephen King) perché, effettivamente, non risolvibile. Kubrick si sdoppia nel Custode (Jack) e nell'Oggetto da Custodire (l'Overlook, ovverosia la sua creatività), per dare libero sfogo alle sue paranoie. Orsi, fantasmi, colate di sangue etc. diventano così figure da manuale di psicanalisi.
Ricapitolando:
  • Jack: il Regista, Demiurgo di un Mondo prima del Mondo, e per questo presente da sempre, fin dalla creazione (un Creatore posteriore alla creazione sarebbe un ossimoro)
  • Danny: il Film, l'opera che preme per abbandonare il proprio Autore, sfuggendone al totale controllo.
  • Wendy: il Produttore, con annesse preoccupazioni sulla salvaguardia del suo investimento.
  • Halloran, l'eroico cuoco di colore (multiculturalità e politically correct) che corre in soccorso dei due: il Pubblico, esigente e conformista, che Kubrick, con sommo piacere, affetta sul più bello.
Questo ci porterebbe, tutto di filato, a dire che Shining stia alla cinematografia kubrickiana come Otto e mezzo sta a Fellini. Ipotesi affascinante, pressoché inedita, ma (dopo una settimana di continui rimuginii tocca ammetterlo) funzionante e funzionale.
Può piacere oppure no, lascio volutamente alcuni punti non spiegati (ma non inspiegabili) per stuzzicare la fantasia del lettore. Del resto, questa non è che la mia personale variazione sul tema. Per dirla con l'amato Swift, maestro del paradosso, a modest proposal...

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