venerdì 3 febbraio 2012

Talking about Shoah...

Da ormai qualche anno, tra i miei corsi di cinema, ho voluto inserirne uno sulla Shoah. La sua genesi mi è ignota, ma è possibile che sia nato in conseguenza dell'uscita in libreria, per i tipi di Einaudi, del cofanetto col documentario omonimo di Claude Lanzmann. Ho sempre avuto, nei confronti della Catastrofe, un approccio timoroso. Il punto è semplice: come spiegare una cosa che nemmeno possiamo tentare di comprendere? Come pretendere di essere esaustivi, se nemmeno possiamo immaginarceli sei milioni di morti? Eppure, la sfida ha cominciato ad appassionarmi. Il fatto di poter affrontare un campo tanto vasto e tanto pericoloso mi ha spinto a un approfondimento come poche volte (mai) ho condotto in vita mia. Il tutto senza mai apprezzarne il risultato. Troppo facile mostrare cadaveri impilati, troppo facile far piangere una classe con la sola intervista ad Abraham Bomba, punto nodale della sterminata ricerca lanzmanniana. Come ottenere invece una piena e personale presa di coscienza, senza doverla filtrare attraverso una coltre di ipocrisia piccolo-borghese, quando non addirittura farisea? Lo confesso candidamente: la ricetta ancora non l'ho trovata. Né credo la troverò mai. Troppo soggettivo, troppo intimo. Un escamotage perfettamente funzionante in una classe può (e spesso accade) rivelarsi fallimentare in un'altra, che ha magari addirittura avuto la stessa formazione. Neppure lavorando singolarmente con ogni studente saprei vedere il giusto cammino. Si procede dunque a tentoni, tra grandi soddisfazioni e frequenti scoramenti. Il materiale è tanto, e molto non è di grande qualità; la scelta difficile; lo stesso sistema scolastico forzatamente limitato (anche volendo, dove li trovi i 570 minuti della sola proiezione di "Shoah", senza contare l'analisi?). Insomma, più mi specializzo più trovo buone ragioni per dormire sonni agitati. Il peso della Testimonianza, sia pure indiretta, è spesso insostenibile. Ora però, la mia consapevolezza (vorrei dire "autostima", ma proprio non ci riesco) ha salito quantomeno un gradino. Merito (responsabilità), il lavoro che proprio oggi ho visto a termine all'Istituto d'Istruzione Superiore Piazzi-Perpenti, a Sondrio. Tra mille dubbi, ho strutturato il lavoro in due parti distinte. A una prima curriculare, svolta in quattro classi "terminali" (due terze liceo classico, una quinta liceo linguistico, una quinta liceo socio-psico-pedagogico), ne è seguita una del tutto sperimentale. Un tentativo di peer education: da una ricezione passiva, gli studenti avrebbero dovuto farsi a loro volta formatori (NB: il mancato uso del termine "insegnante" non è casuale, ma consapevole). Cinque volontari per classe, per un totale di venti, di cui soli tre maschi. Otto ore di lavoro comune, molte di più individualmente. Obbiettivo (perché, duole ammetterlo, ma darsi un obbiettivo pratico è d'obbligo): l'organizzazione di un'assemblea d'istituto nei dintorni della Giornata della Memoria. Il caso, ma è stato solo un bene, ha voluto che non si fosse proprio sul 27 gennaio: come tutte le commemorazioni, la trovo estremamente farisea, al limite dell'ipocrita. Per nostro comodo, amiamo convincerci che la Shoah sia qualcosa che appartiene esclusivamente al passato. Ed ecco quindi fiorire interviste a ex-deportati, testimoni, immagini shock trite e ritrite. Una sorta di Wunderkammer dell'Orrore, a uso e consumo di un pubblico perbenista, compiaciuto dal non aver preso parte alla sciagura. Già il giorno dopo, al solito, non importa più nulla a nessuno, e saremo ben lieti di distogliere lo sguardo da quelle che sono le avvisaglie di una piaga mai veramente guarita. Non è così che si conserva la Memoria, né della Shoah, né di qualunque altra cosa. La posta in gioco era alta: credibilità personale, certo, ma anche e soprattutto una profonda responsabilità civile, sulle spalle di venti ragazzi classe 1993. Pur nutrendo la massima considerazione nei confronti del mio gruppo, ci ho perso più di un'ora di sonno. L'entusiasmo non è mai mancato, ma all'atto pratico? I ragazzi hanno da subito optato per la strada più dura: l'Assemblea non sarebbe stata solo una, ma due diversificate, per triennio e biennio. La prima con il Moloch-Lanzmann al suo centro, e il tema della Responsabilità della Memoria. La seconda, con la Shoah vista attraverso le sue vittime più innocenti, i bambini. 450 studenti la prima, 350 la seconda. Per entrambe lo stesso schema: non solo cinema (e soprattutto non il solito film con finto dibattito annesso, ma spezzoni introdotti e commentati). Musica, arte, letteratura, fumetto. senza nascondersi dietro alla materia, ma esponendosi a essa con la forza delle proprie passioni. Tutto è confluito in uno stream of consciousness della Memoria, difficilmente identificabile nei suoi dettagli, ma compatto e avvolgente. Soprattutto, senza troppi shock. Non si è detto tutto, anzi: molto è mancato. Però ogni parola pronunciata è stata meditata, espressa e metabolizzata. Non da tutti, perchè sarebbe impossibile, ma da moltissimi, questo sì. Ognuno dei Venti (mi si perdoni la maiuscola) ha messo del suo, impegnandosi a fondo, e credendo fermamente nel valore della propria azione. Non sono mancate le difficoltà (tecniche, soprattutto) nè talora le incomprensioni. Sempre presente, però, il valore altissimo della Trasmissione, che ha portato molti di loro a spingersi ben al di là del compito svolto. Non posso dire che la cosa assurga nell'Olimpo delle Lectio Magistralis sull'argomento. Me ne guardo bene, detesto gli assoluti. Ho solo notato come venti diciannovenni abbiamo saputo trasformare due journées banalisées (per dirla con i francesi, sempre diretti nel loro esprimersi) in uno splendido esempio di Azione Civile, superando barriere personali, di classe, psicologiche. Non so quanto merito io possa avere avuto in questa cosa. Fosse per me non me ne attribuirei proprio. "Sono solo un verbo che coniuga i Soggetti" amo dire, scherzando. So per contro quanto ne hanno avuto loro. Tanto, tantissimo. La Lezione (la maiuscola qui assurge a valore morale e non didattico) impartita a 800 coetanei (in silenzio per quattro ore!), e a una trentina di adulti, sindaco e stampa inclusi, è stata indimenticabile. Di cuore grazie, ragazzi!

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