martedì 18 dicembre 2012

Cose che non zi possino dementecare... Terra Matta di Vincenzo Rabito: un libro, un film

300; giorni; senza; scrivere; niente; epoi; 3; giorni; per; scrivere; di; unalbero; e; poi; neanche; uno; dopo; per; scrivere; di; un; libro; che; non; e; un; libro; senza; ragione; e; solo; perche; mi; va;
Immaginatevi che questo post sia scritto interamente così, una sorta di stream of consciousness sgrammaticato e con un uso ipertrofico della punteggiatura. Immaginatelo scritto di notte, digitato un dito alla volta (beh, per quest'ultima faccenduola realtà e fantasia praticamente coincidono...), in una stanza chiusa a chiave, con una vecchissima macchina da scrivere. Immaginatevi il dattiloscritto "rilegato" con lo spago, e a sua volta chiuso a chiave in un cassetto. Immaginatevi questo rito di scrittura ripetuto per anni e anni e anni, fino ad avere un lavoro enorme, 1027 pagine senza margini e a interlinea zero. Immaginatevi infine che io sia analfabeta (spiritosi...). Fatto? Bravi! Allora siete pronti... Parliamo di Terra Matta di Vincenzo Rabito, e del bellissimo terramatta; di Costanza Quatriglio.

TERRA MATTA


Debbo la scoperta di questo straordinario capolavoro al mai abbastanza glorificato Tuttolibri, il settimanale letterario del quotidiano La Stampa, da almeno un decennio appuntamento fisso dei miei sabati mattina in biblioteca. Il mio occhio viene attirato dal titolo della prima pagina, che rimanda al pezzo di apertura, a firma (rara) di uno dei grandi vecchi della letteratura italiana, Mario Rigoni Stern (di cui non ho mai letto nulla, e me ne vergogno non poco: diciamo che lo tengo in serbo per i giorni di magra): Il secolo del teron - Un Verga proletario. Chi mi conosce, sa della mia viscerale allergia all'Ottocento, e dovrebbe pertanto stupirsi che, con cotal nome nel titolo, io mi sia messo alla lettura (sono assai schizzinoso, di norma). In effetti, me ne stupisco anch'io. Se io fossi un fanatico del destino, delle coincidenze, o dei messaggi divini, direi che il libro mi ha chiamato. Ma le probabilità che io la pensi così sono le stesse di vedermi attraversare la via principale del mio paesino vestito solo di un tutù rosa (di tulle, ça va sans dire...). Ad ogni modo, per convincermi che si trattava del libro per me sono servite poche, pochissime righe. Di lì a procurarmelo è stato affare di pochissimo tempo. Posso dire che, a lettura ultimata (tre giorni?), la mia percezione della letteratura è radicalmente, e per sempre, cambiata. Il perché è presto detto: Rabito era sì, come si anticipava/lasciava a intendere nel cappello introduttivo, un analfabeta, ma aveva ciò che il 99% dei mestieranti della scrittura bramano avere: un talento straordinario, un fuoco di raccontarsi che gli bruciava dentro. Premetto che ancora non ho avuto occasioni di visitare quel sancta sanctorum della memorie italiche che è l'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano dove il dattiloscritto è custodito. Ne posseggo solo una cartolina inviatami da un amico, ma mi riprometto al più presto di colmare la lacuna. L'edizione pubblicata da Einaudi ne è una versione ottimamente ridotta e resa "leggibile" (calmando la "furia ortografica" dell'autore, soprattutto) da Luca Ricci ed Evelina Santangelo. Certo, l'idea di poterne usufruire un giorno di un'edizione "filologica" sarebbe di certo interessante...
Rabito vuole scrivere la sua storia (per quale pubblico non è dato realmente di sapere). Chissenefrega se non è mai andato a scuola, "che restaie completamente inafabeto", se non scrive mai due volte una parola nello stesso modo, se spesso le sue frasi diventano dei labirinti senza via d'uscita. Il talento non chiede istruzione né ortografia, al limite può sfruttarle, di certo non ne è subordinato. Lentamente, faticosamente, ostinatamente, inizia il suo racconto, in un modo che già nella sua forma deve farci riflettere:
"Questa è la bella vita che ho fatto il sotto scritto Rabito Vincenzo, nato in via Corsica a Chiaramonte Qulfe, d'allora provincia di Siraqusa, figlio di fu Salvatore e di Qurriere Salvatrice, chilassa 31 marzo 1899, e per sventura domiciliato nellas via Tommaso Chiavola. la sua vita fu molta maletratata e molto travagliata e molto desprezata."
Non si limita a registrare gli eventi (l'incipit non può che ricordarci quello di un altro celebre memoriale, Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello..., sempre edito da Einaudi): vuole commentare, chiosare, quasi (e spesso) sfogarsi. Ragazzo del '99, dopo un'infanzia da bracciante agricolo, sempre alla ricerca di qualche soldo da portare alla madre vedova e ai numerosi fratellini, si ritrova di fronte alla grande tragedia della sua generazione, la Prima Guerra Mondiale. La lunghissima parte dedicata all'evento meriterebbe un discorso a sé. Rivedendo poco tempo fa quello straordinario capolavoro che è La Grande Guerra di Mario Monicelli, mi sono quasi stupito di non trovare il piccolo Rabito nelle inquadrature. Il suo racconto della disastrosa vittoria (ossimoro voluto) di Gorizia, del Piave, di Monte Fiore sono un autentico sunto di tutti i vizi e le virtù dell'italiano medio, così come lo sono le vicende filmiche di Giovanni Busacca (Vittorio Gassman) e Oreste Jacovacci (Alberto Sordi). Non è un eroe, Rabito, o almeno non vuole esserlo. Non combatte per la Patria ("la butana madre padria"), né per la gloria, ma solo per portare a casa la pelle e mandare a casa il suo magro stipendio, tanto da farsi fare zappatore per 1 soldo in più al giorno... Quanto si troverà suo malgrado nel bel mezzo della Storia, a Vittorio Veneto, non sa capacitarsi né di sé stesso, né delle conseguenze:
"Perché noi, quelle che per fortuna ancora erimo vive, arrevammo nella sua posizione con la scuma nella bocca come cane arrabiate. E tutte quelle che trovammo l'abiammo scannate come li agnelle nella festa di Pascua e come li maiala. Perché in quello momento descraziato non erimo cristiane, ma erimo deventate tante macillaie, tante boia, e io stesso diceva: «Ma come maie Vincenzo Rabito può essere diventato così carnifece in quella matenata del 28 ottobre?» Che io, durante tutta la querra che aveva fatto, quanto vedeva a qualche poviro cechino ferito, se ci poteva dare aiuto, ci lo dava. Ma in quella matina del 28 ottobre era deventato un vero cane vasto, che non conosci il padrone, che fu propia in queste sanquinose ciorne che mi hanno proposto una midaglia a valore miletare..."
Senza commentare, senza insinuare che forse proprio per essere diventato un boia ha ricevuto la medaglia. Nello stesso modo racconta l'abominio più terribile, uno stupro di guerra. E' un candido, Rabito, un uomo di valori come minimo arcaici, un ultimo catapultato in un'epoca di grandi cambiamenti, un contadino che attraversa la Storia in modo del tutto inconsapevole, antenato e progenitore dell'incanto protagonista di Reality di Garrone. E allora via col Fascismo, vissuto da complice incolpevole, spedito in Eritrea con la promessa della terra, e ritrovatosi di nuovo col moschetto in mano. Poi un matrimonio combinato che non smette mai di maledire, una suocera terribile, il continuo oscillare da un partito all'altro (rimanendo però, e lo ribadisce continuamente, socialista per nascita) alla ricerca di un posto fisso, che poi si materializzerà come cantoniere, la gioia di uno dei tre adorati figli laureato ("Io mi sono speventato , sentento dire «lauriato di incegniere». Io, che quanto vedeva uno miserabile ceiometra passare della strada per la solveglianza, che facevino tremare... e ora aveva un figlio incegniere!"). Il tutto senza mai scordare un certo umorismo che ulteriormente contribuisce a rendercelo umano, simpatico, spesso famigliare. E se, alla fine del libro, lui afferma che non potrà mai dimenticare la prima torta di compleanno, ricevuta a oltre settant'anni da un'amica del figlio minore ("di una delle più meglio famiglie di Bologna"), il lettore di certo non può dimenticare nemmeno una delle sue avventure ("Se all'uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darracontare" chiosa dopo aver riportato un episodio imbarazzante di cui chiunque altro avrebbe taciuto). Anche se devo ammetterlo: approcciandomi alla lettura temevo che l'enorme distanza tra la Sicilia e i miei monti potesse costituire un'invalicabile barriera culturale che avrebbe generato un senso di straniamento. Nulla di tutto questo: Terra Matta è senz'ombra di dubbio il più straordinario compendio di storia italiana vista dal punto di vista di un ultimo, un libro che andrebbe caldamente consigliato (io già lo faccio da anni) a tutti gli studenti in procinto di affrontare l'ultimo anno di scuola superiore. I manuali ci spiegano i fatti, Rabito il senso. Un capolavoro, quindi, e una delle più rimarchevoli operazioni editoriali degli ultimi anni.

TERRAMATTA;


Ottimista come sono (!), ho accolto l'anno scorso i rumors che annunciavano la preparazione di un film tratto da Terra Matta (tra i miei libri-feticcio, si sarà capito), con enorme diffidenza. Anzi, diciamolo proprio chiaramente: con ostilità. Francamente temevo la banalizzazione "per immagini" di questo straordinario racconto orale messo per iscritto. Dapprima, disinformato, aborrivo l'idea di una drammatizzazione: ho visto sulla rete, non amandoli, gli spezzoni di una spettacolo teatrale di qualche anno fa (sospendo comunque il giudizio, le opere si affrontano solo per intero). Saputo poi che trattavasi di documentario, mi è nata una certa curiosità. Curiosità ampiamente soddisfatta dall'uscita in dvd quasi contemporanea alla presentazione a Venezia (nella nostra Italietta un'opera così non trova posto nella grande distribuzione...) di terramatta;*. Non credo di essere mai stato più felice di fare ammenda, e di essermi sbagliato: il film di Costanza Quatriglio è un vero gioiello, uno dei più importanti e innovativi prodotti del già fertile documentario italiano. Chi tra i lettori non ritenesse Cinema un documentario, faccia le seguenti cose:

  1. smetta immediatamente di leggere;
  2. vada in libreria, o in biblioteca, si faccia dare l'immenso Shoah di Claude Lanzmann (le cui nove ore e mezza di durata fungeranno da catarsi) e se lo guardi
  3. si vergogni.
Il documentario è forma nobilissima di cinema. E terramatta;, a modo suo, costituisce un unicum nel panorama nazionale. Prodotto dall'Istituto Luce attingendo in parte ai suoi straordinari archivi, il film ci presenta inizialmente le parole stesse di Vincenzo Rabito (lette magistralmente da Roberto Nobile che, alle indubbie capacità attoriali unisce il vantaggio di essere da sempre amico di uno dei figli, e di aver conosciuto autore e scritto "in diretta"), senza commenti. In pochi minuti ci troviamo a compiere un viaggio vertiginoso nella storia d'Italia. Le immagini della Sicilia odierna, dei luoghi "rabitiani", si mischiano a cinegiornali d'epoca (manco a dirlo, l'efficacia della sequenza sulla guerra, 18 minuti in tutto, è incredibile) e alle stesse parole del dattiloscritto, che scorrono nelle trincee, nell'Isonzo, che si negativizzano minacciose, su cui marciano soldati e uomini. Un utilizzo del montaggio che non può non rimandare il cinefilo (pur con le dovute cautele) a L'uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov. Ruolo importantissimo assume, in un'opera siffatta, la colonna sonora. Come comporla? Folklore siciliano? Classicheggiante? Magari di violini, con tutti gli annessi link psicologici alla Memoria? No: musica elettronica/rock, composta e scelta da Paolo Buonvino: davvero bellissimo, a tal proposito, l'uso della non-sense (o forse high sense?) song Celentano degli A Toy Orchestra (cliccate qui per la clip). In questo modo il racconto del nostro ragazzo del '99 siculo non viene storicizzato ma anzi attualizzato (ed è inevitabile il rimando alla prospettiva storiografica lanzmanniana). Nella sua storia passata rivediamo, e riviviamo, la nostra storia attuale: gioie, dolori, momenti alti, bassezze. 
Nel finale assistiamo invece all'incontro tra i tre figli e a qualche considerazione sulla genesi del memoriale. Ed è una sorpresa, alla fine, vedere delle rare immagini di un Rabito ormai ottuagenario. A chi non avesse letto il libro, la cosa apparirà piccola, ma per chi, come me, lo ha letto e riletto, il poter dare un volto a una voce divenuta così cara appare un regalo preziosissimo. 
Se questo film ha un pregio (e ne ha ben più d'uno), è quello di rendere accessibile, riportandolo all'oralità, quello che per iscritto scoraggerebbe alcuni. Dice bene Andrea Caramanna nella bella recensione sul sito sentieriselvaggi.it: "Il film di Quatriglio adesso dovrebbe esser diffuso nelle scuole, visto che l’apporto alla conoscenza storica degli studenti offerto da un documentario come Terramatta si potrebbe calcolare in mille volte superiore rispetto a qualunque degradante testo di Storia". Siamo a Natale, tempo di regali futili: un'accoppiata libro + dvd non lo sarebbe.

* sì, c'è il punto e virgola nel titolo, segno di interpunzione tanto caro a Rabito...

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