domenica 23 marzo 2014

Miraggi ad alta quota: Origen's "Der König im Schnee"

Le montagne, alle volte, riservano inaspettate sorprese. Specie le Alpi. Specie in Svizzera. Specie in Engadina. Quell'Engadina che, è stato detto un milione di volte (e da gente ben più importante di me), è per eccellenza un luogo incantato.
Ecco, iniziare un pezzo dicendo che l'Engadina è un luogo incantato è una sconcertante banalità. Il problema (se così lo vogliamo chiamare) è che allo stesso tempo una verità disarmante. Di luoghi come Silvaplana, detto francamente, non è che io ne conosca poi molti. 1800 metri di quota, un paesino minuscolo arroccato sulla montagna, affiancato da un magnifico laghetto immerso fra le conifere. Praticamente, la definizione perfetta di "località amena".
Tramonto sul Lej da Silvaplana (Mattia Agostinali © 2014)
Ora: ci si immagini detto laghetto completamente ghiacciato, e ricoperto da una fitta coltre di neve. Sulle rive sorge una curiosa costruzione a parallelepipedo. Una costruzione dorata. Una sorta di Fata Morgana aliena in un contesto tanto immacolato. E' il teatro (piaccia agli ecologisti: è temporaneo, e verrà smontato al termine della rappresentazione) in cui in questi giorni Origen (www.origen.ch) sta mettendo in scena la sua ultima fatica, "Der König im Schnee" ("Il Re nella neve"). Ad assistervi sono arrivato su invito, vincendo la mia clamorosa reticenza a spostarmi, specie quando tra me e la mia meta c'è un passo alpino (il Bernina, in questo caso). Devo ammetterlo: conoscevo Origen solo per sentito dire, e non avevo mai avuto occasione di assistere a un suo lavoro. L'effetto è stato piacevolmente devastante. E il tutto prima ancora che lo spettacolo iniziasse...
Si entra infatti nel parallelepipedo trovandosi di fronte a un palco del tutto spartano, con poche "panchine" dorate sui lati, e un trono, dorato anch'esso, al centro. Il pubblico prende posto su ampie gradinate. Dietro al palco, ampie arcate si aprono sulla più clamorosa scenografia che si possa immaginare: il lago ghiacciato, attore a suo modo in uno spettacolo che, messi da parti inutili intellettualismi, si presenta come un incredibile coacervo di emozioni. La trama di per sé, è assai semplice, come solo le leggende, nella loro funzione esemplare ed educativa, possono e devono essere. Carlo Magno si perde durante una bufera di neve, e si trova confinato nel Regno dei Morti, dove il suo Principe sottoporrà lui e i suoi famigliari a un durissimo processo. Dovrà rendere conto dello sterminio del fratello Carlomanno e della sua famiglia. A giudicarlo saranno i morti stessi, figure lente e inesorabili, che di bianco vestite si aggirano tra il palco e il lago (unico punto debole dello spettacolo, forse, il loro ruolo, accennato ma mai del tutto chiarito; detto questo, dove sta scritto che tutto debba essere per forza spiegato?). A introdurre e chiudere la storia uno spiritello testardo, sorta di Ariel shakespeariano catapultato nell'Ade.
Waiting for Origen: The Kingdom of the Dead (Mattia Agostinali © 2014)
Non ci sono parole nello spettacolo, ma solo il più universale dei linguaggi: la musica. Su di essa danzano attori/ballerini di notevole caratura. Diceva Cormac McCarthy, parafrasando nel più metafisico tra i suoi romanzi, "Meridiano di sangue", Nietzsche, che l'uomo sulla Terra è destinato a combattere e danzare. Ed è questo, esattamente, cui assistiamo nell'ora abbondante di durata. Carlo Magno (Michael Carter, perfettamente nella parte) si presenta nel Regno dei Morti baldanzoso e violento. Batte tutti (inevitabile il rimando al Duca d'Auge queneauiano): la moglie Hildegard (Riikka Läser, strepitosa nella sua maschera di dolente, keatoniana, fissità), i figli, le guardie del corpo. Messo di fronte al fratello storpiato (Sergio Torres Rodriguez) lo aggredisce nuovamente, finendo però a terra. E' l'inizio per lui di una violentissima catarsi. La regina Gerberga (Bonnie Paskas, eccellente nel prestare la sua mimica alla più dolente, furiosa, figura del dramma), moglie di Carlomanno, si vendica brutalmente sui figli del sovrano, scontrandosi poi con la cognata, in uno dei momenti di massima tensione dell'intero spettacolo. Sarà sempre lei, tentando di uccidere Carlo Magno, a divenirne la nemesi. Il Principe dei Morti (Ivo Bärtsch) interviene, e il processo si chiude. Il sovrano ha espiato le sue colpe, ha riconquistato (forse) l'amore dei suoi famigliari) e può tornare tra i vivi.
Sono proprio i concetti di colpa ed espiazione a farla da padroni nell'economia narrativa dello spettacolo. Re Carlo porta su di sé tutti gli oneri del suo immenso potere. Non comanda se non con l'imposizione, non si esprime se non attraverso la violenza. Ed è solo per mezzo di essa che potrà comprendere l'orrore del suo agire. Il regista, Giovanni Netzer, è bravissimo nel porre il pubblico di fronte a una rappresentazione dall'incredibile potenza figurativa. Sulla sinistra Carlomanno e la sua famiglia, i figli defunti a mani giunte, e risvegliati momentaneamente dallo spiritello. Sulla destra, Carlo Magno, i famigliari e le guardie del corpo. Sul lago, i morti. Impossibile per il pubblico, quindi, seguire contemporaneamente tre azioni. Si genera quindi, in una dinamica che ricorda molto da vicino le messe ortodosse, una sorta di mistero che non sminuisce in alcun modo la comprensibilità, aumentandone anzi la tensione drammatica. Combattere e danzare, si diceva. Attraverso una serie di "duelli" stilizzati quanto epici, si dipana l'azione. Azione che vede le due donne nei ruoli, a par mio, più interessanti. Da una parte Hildegard, che deve espiare le colpe del marito attraverso una continua violenza subita, emblema universale di ogni donna/madre/moglie brutalizzata. La vediamo reagire soltanto alla vendetta di Gerberga, abbracciandola, più che aggredendola. Più di ogni altra cosa, Hildegard è madre, una madre che, nel culmine dell'ira di Carlo, si caricherà sulle spalle i corpi dei nipoti, per ricomporli dolcemente sui letti. A farle da controparte, Gerberga, autentica Erinni eschilea, il cui destino non sarà però mai quello di tramutarsi in Eumenide. La sua furia nasce dal dolore, ben espresso da Bonnie Paskas con la testa sempre reclinata di chi ha avuto il collo spezzato dal cappio forse, e dal dolore di certo, la bocca contratta in un'espressione terrificante. Le movenze lente (che la accomunano a tutti i morti in scena, in una raffigurazione che fa pensare al cinema di George A. Romero) la rendono un impressionante, e ben credibile, simbolo di Vendetta. Nel suo agire notiamo spesso gli echi terribili della "Tragedia Endogonidia" della Societas Raffaello Sanzio. A completare il senso orrorifico della catarsi di Carlo, lo stesso scenario. Sapientemente, lo spettacolo inizia poco prima del tramonto. Vediamo il lago ghiacciato farsi da bianco a blu a viola. Passo dopo passo, il pubblico prende coscienza dell'inesorabilità della morte stessa. Del resto, come ci ha insegnato Stanley Kubrick, nulla ci terrorizza più di un paesaggio innevato. Se il nero è una paura confortante (noi sappiamo che avremo coscienza di ciò che ci circonda non appena avremo la luce), il bianco è invece terrore atavico: percepiamo infatti il nostro essere piccoli in presenza del Nulla. Ciononostante, non è negativo il messaggio contenuto in "Der König im Schnee": persino a chi si rende colpevole di un crimine tanto odioso quale lo sterminio dei propri famigliari è concessa un'opportunità di redenzione. La vendetta è ben presente, ma come strumento rieducativo (nemesi, dicevamo poc'anzi), e non come fine ultimo. Una conclusione non banale, di questi tempi.
A completare il cast i ragazzi delle scuole engadinesi (in particolare studenti del Lyceum Alpinum di Zuoz, che si sono sottoposti a un duro training durato ben due mesi): tra di loro, merita una menzione speciale Kristina Khanenko, giovanissima figlia di Carlomanno.
In definitiva, la sfida (non nuova ad Origen) di ambientare la storia in un luogo tanto spettacolare è vinta: Natura e Arte si fondono perfettamente, dando vita a una magia unica, che giustifica ampiamente la strada affrontata per assistervi e il costo del biglietto.

Waiting for Origen: Heaven's Gate (Mattia Agostinali © 2014)