mercoledì 22 febbraio 2012

Blinded by the Light - una non-recensione

Blinded by the Light, canta il Boss. Accecato dalla Luce. Quella Luce che è, vuole essere, deve essere, non può far altro che essere la Bellezza. La Bellezza è Amore. Il mio Amore. Habibi.
Uno non sceglie di chi innamorarsi. Ma di cosa innamorarsi sì. Io ho scelto la Bellezza, in forma del tutto trasversale, sia essa donna, libro, film, montagna, piatto. O sono un poeta o sono un gran para... culo (sì, ho scritto  paraculo, il blog è mio e uso il linguaggio che voglio io, e che diamine!) A ragion veduta, sicuramente la seconda. Come tutto gli innamorati, sono possessivo ed esigente. Da ragazzo, ero un lettore onnivoro e voracissimo: trenta, quaranta, cinquanta libri all'anno. Insaziabile. Fuori uno dentro un altro, come un playboy stantio da riviera romagnola. Lo stesso per i film. L'età e la scelta (decadente?) della consacrazione estetica mi hanno ridimensionato. Per intero, non leggo più di cinque/sei libri. Li scelgo, ci rimugino sopra, li corteggio e mi lascio corteggiare. Quando scatta l'amore, è travolgente al limite del distruttivo, ha la forza di una diga che rompe gli argini. Dopo tanti anni, succede rare volte, come un Sultano stanco fatica a trovar stimoli dalle sue troppe favorite.
Si aggiunga a questo che, dopo tante meravigliose autostrade, la voglia di una corsa sulle pietraie è spesse volte insopprimibile. Un romanzo piatto, lineare, non mi basta più, se non è eccezionalmente ben scritto. Cerco cose complesse, arzigogolate. Cerco delle SFIDE. Mi interessa più ciò che sta fra le righe, piuttosto che le righe stesse. Mi piace che l'Autore mi ammicchi dicendo: "non crederai davvero che sia tutto qui?". Mi piace trovare qualcosa che dia un senso alla mia insonnia.
Mi sono avvicinato alla graphic novel molti anni fa, come sempre per caso. La serendipità domina la mia esistenza. Dapprima Maus, indimenticabile, poi Eisner, poi L'Eternauta (che non è un romanzo grafico tout court). Alla fine, la sublime estenuante sfida di Alan Moore, Watchmen e From Hell. E poi silenzio, per rifiatare. Capita però che, a fine anno, pure la mia unica e vera Bibbia, La Gazzetta dello Sport, cada nell'orrendo gioco delle classifiche delle migliori cose. Stucchevole, a dir poco, ma non a sufficienza da sfuggire alla noia di un pomeriggio vuoto in biblioteca. Per disperazione uno leggerebbe persino le pagine sul badminton... Ed ecco quindi che l'occhio cade su una recensione un pochetto più lunga. L'articoletto comincia in modo (borghesemente) eclatante: "E se il miglior libro dell'anno fosse un fumetto?". "Perché no?", dico io ("Ah, già, perché siamo in Italia, il fumetto lo sdoganeranno solo fra un paio di secoli", mi autorispondo laconico). Non che io prenda la Gazzetta come testo autorevole in materia letteraria, ma suvvia, non siamo spocchiosi! Il libro in questione è Habibi di Craig Thompson. La sua lettura mi ha sconvolto. Mi ha accecato.
Prendansi due orfani perduti in un paese arabo, in un'epoca contemporanea ma come sospesa del tempo. Prendansi: un amore impossibile; la tradizione islamica e quella preislamica; una base matematica e un'altra calligrafica. Si metta insieme tutto questo, si aggiunga altro (MOLTO altro), e otterrete Habibi, le cui pagine vi risucchieranno come una vertigine, la cui storia strapperà lacrime dai vostri occhi, la cui bellezza strapperà i vostri occhi. E' il classico libro la cui lettura è perfettamente multilivellare: volete un fumetto in bianco e nero che vi racconti una trama semplice? Accontentàti. Volete un'intreccio complesso, ricco di rimandi? Accontentàti. Volete una narrazione ben oltre il limite della sperimentazione? Accontentàti. Volete Amore? Magia? Intrighi? Denuncia sociale? Erotismo? Spiritualità? Accontentàti accontentàti accontentàti accontentàti accontentàti accontentàti. In Habibi c'è veramente tutto. La densità di talune pagine è un vertice irraggiungibile persino per la penna più raffinata, o per l'oratore più immaginifico. Per tutto il tempo della lettura (breve, troppo breve, nonostante le 655 pagine) siamo immersi completamente nella storia di Dodola e di Zam, nel loro cercarsi all'infinito, nel loro infinito bisogno di fondersi. E, come in una Mille e una Notte contemporanea, sprofondiamo nelle storie che si raccontano, che ci raccontano. Soffriamo con loro, con loro gioiamo. Non saprei indicare con precisione (o forse lo so, e non voglio. Amo la demiurgia dello scrivere) una parte che prevalga sulle altre. Sono tutte eccellenti. Ma, certo, trovare, in un coacervo densissimo di illustrazioni quasi miniate, un intero capitolo composto solo da nove vignette bianche per pagina, con scarne didascalie, è notevole. In un punto cruciale della narrazione, poi! Thompson riesce nell'impossibile: dona una forma grafica al flusso di coscienza joyciano. Dapprima con nove didascalie per pagina, poi, via via, saltandone qualcuna. Il tormento interiore di Zam prende un immagine. Quella del quadrato magico dell'invocazione coranica per eccellenza, bismi-llāhi r-rahmāni r-rahīm. In nome di Dio, Clemente, Misericordioso. Il tema religioso è aperto, e pericoloso, altamente e apertamente contraddittorio ("Cos'altro possiamo fare se non costruire un ideale, un idolo, da sovrapporre al nostro amato? Ma creare immagini viola il più sacro dei comandamenti" fa dire a Zam nel capitolo di cui sopra), eppure l'autore lo attraversa con un tocco quasi magico. un tocco che fa di quest'opera un autentico capolavoro. E che mi lascia così. Incredulo. Appagato e irritato al contempo per la prematura espulsione da quel mondo. Accecato dalla Bellezza. Accecato dalla Luce. Blinded by the Light.


NB: ho disseminato il testo con alcuni rimandi nascosti alla trama. L'ho fatto così, per perversione...

sabato 18 febbraio 2012

Shining - A modest proposal...

(Avvertenza: il presente scritto è frutto di un autentico caso di delirio interpretativo. Si pregano le persone che si ritengono sane di mente di astenersi dalla lettura)

Chur (Svizzera), 12 febbraio 2012. Un pomeriggio assolato. Temperatura percepita: quindici gradi sotto zero. Neve ovunque. Una decina di persone chiuse in un'aula al quinto piano di un'enorme scuola deserta. Si proietta Shining. Poi dicono che la location non conta...
Il bel workshop intensivo che ho tenuto nel capoluogo cantonale per conto della ProGrigioni Italiana si è rivelato essere un'ottima occasione per rimettere ordine ad alcune idee. Dacché mi interesso di cinema seriamente, amo alla follia Stanley Kubrick, al punto da... non rivedere quasi mai i suoi film. Centellinare, attendere, prolungare: ecco i segreti per una relazione duratura (...still single al quarto decennio di vita: ah, la differenza tra idea e azione!). Ad ogni modo, in questo modo il mio rapporto col Maestro americano non ha mai vissuto una sola incrinatura. Mai. L'altro piccolo segreto è stato probabilmente quello di non farsi troppe domande. Non si dice accettare bellamente la valanga di stramberie che lo caratterizzano, ma nemmeno incaponirsi in un discernimento impossibile. Ho superato indenne (si fa per dire) lo Sguardo del Feto Astrale di 2001 - Odissea nello Spazio; ho sopportato gli eccessi pop dell'insopportabile Alex di Arancia Meccanica; ho finanche tentato di fornire una spiegazione logica per alcuni forti sospetti di onanismi mentali in Eyes Wide Shut, finendo a indurre negli amici la sensazione di essere irrecuperabile (idea che permea tuttora le loro menti). Ma su un film, uno solo, mi sono dovuto arrendere: Shining. Non che non mi piaccia, anzi. Dei tredici, è probabilmente quello che rivedo più volentieri (se la gioca con Full Metal Jacket e, soprattutto Barry Lyndon). Il fatto è che, a ogni rilettura (mi si passi il termine), il nodo interpretativo mi ributtava al tappeto come un pugile suonato. Era inutile: ogni strada che io tentassi, si rivela essere sempre la classica coperta troppo corta. Le ho provate tutte: dal Blocco dello Scrittore, al mito di Zeus contro il padre Crono (le più classiche), fino all'Overlook come corpo o addirittura come utero (con annessa colata di sangue dall'ascensore/ciclo mestruale, ipotesi affascinante che ha rivoltato il mio stomaco, maschilista e fallocrate, per almeno un decennio). Nessuna di queste prospettive giustificava però appieno l'enigma. Il che significa tre giorni di riflessione con solenne incazzatura finale ogni volta. Ho cominciato a sospettare di aver sbagliato l'approccio pochi mesi fa, quando, dopo cinque anni di esitazioni (ho tempi biblici), ho ritenuto opportuno martoriare il mio amor proprio con INLAND EMPIRE, l'ultimo Lynch. Il Film Manifesto, summa e punto di non ritorno di ogni delirio creativo degno di questo nome. E' stato lo stesso Lynch a venirmi incontro, rielaborando in più punti della storia (si fa per dire...) la celebre colonna sonora del capolavoro kubrickiano. Ora: occorre sapere che in IE non si entra ("Guai a voi, anime prave!"). Lo si guarda dall'esterno, con quello sguardo intenso della mucca di fronte al treno che passa, interrogandosi sul perché lo si è scelto, sull'esistenza di Dio, sui destini del mondo, sulla formazione dell'Uruguay campione del mondo 1930. Insomma: sportivamente, come se ci fosse un cartello GENIUS AT WORK, e noi, rispettosi, in silenzio. Se un bambino gridasse "L'Imperatore è nudo!", ci sentiremmo forse sollevati, ma no, non è questo il caso. L'imperatore è vestito: in modo bislacco forse, ma decisamente vestito. Shining, invece, è infido: per quanto Kubrick voglia ostinatamente sbatterci fuori, o faccia finta di volerlo, la storia ti tiene lì, inchiodati davanti allo schermo.Non importa che sia la prima, la terza, la ventesima volta. Tra tricicli, labirinti e urla, non ce n'è per nessuno. Chissenefrega se c'è un orso impegnato in un rapporto orale con un suicida in smoking. Poco importa se reale e fantastico si fondono. Poco importa che il protagonista riappaia in una foto del 1921. Shining è magnetico, e basta. Non capiamo e siamo contenti di non capire. E' proprio quello che ci infonde quel tipo di paura così rassicurante.
Si dice che il punto nodale dell'interpretazione stia nell'individuare che cos'è l'Overlook Hotel. Meglio: che cosa rappresenta. Quale sia la sua funzione. Diamo per assunto che sia proprio l'albergo il protagonista, un personaggio vero e proprio con volontà autonoma e un piano ben preciso. Uno Scacchista che, sapientemente, muove le sua pedina (e si sa, gli scacchi, con labirinti e Illuminismo, rappresentano la grande passione dell'Autore). Una sorta di Lucifero dantesco, se vogliamo, anch'esso incastrato e prigioniero dei ghiacci. Credo però che il Male, in tutto questo, c'entri relativamente (mettete giù quel telefono, in clinica non mi vogliono...). Facciamo come in un vecchio film, alla cui fine la macchina da presa si solleva in una plongée infinita, rendendo l'enorme albergo un puntino fra montagne ben più grandi. Allontaniamoci. Riflettiamo. E che diamine, è solo un film! Un'opera di fantasia! Fantasia... Creazione... Demiurgia. La creazione di un mondo. Che cosa sa creare un mondo, anche senza farlo fisicamente? La mente, no? Che cosa succede se, così, per gioco, noi dicessimo che l'Overlook non è un semplice albergo, né un vero e proprio corpo, né un utero? Che cosa succede se proviamo a dire che l'Overlook è un cervello? Più specificatamente: il Cervello dell'Autore (Kubrick, ça va sans dire...), chiuso nell'isolamento dell'Immane Sforzo Creativo? Un autore i cui personaggi sfuggono al suo controllo (come nell'Icaro Involato di Queneau) se non, addirittura, si ribellano rivendicando le proprie ragioni e richiedendo una storia adatta alle proprie nature (e qui, sotto con i pirandelliani Sei personaggi in cerca d'autore!). In questo senso, quale esempio migliore del piccolo Danny, che usa il suo potere per sfuggire al controllo del Padre (l'Io) e dell'Albergo (il Super-Io)? In un certo senso, Kubrick ci offre uno spaccato di una sua personale, ipotetica o non, "crisi (parola forte) creativa", alle prese con una storia non risolta (si sa dei dissidi con Stephen King) perché, effettivamente, non risolvibile. Kubrick si sdoppia nel Custode (Jack) e nell'Oggetto da Custodire (l'Overlook, ovverosia la sua creatività), per dare libero sfogo alle sue paranoie. Orsi, fantasmi, colate di sangue etc. diventano così figure da manuale di psicanalisi.
Ricapitolando:
  • Jack: il Regista, Demiurgo di un Mondo prima del Mondo, e per questo presente da sempre, fin dalla creazione (un Creatore posteriore alla creazione sarebbe un ossimoro)
  • Danny: il Film, l'opera che preme per abbandonare il proprio Autore, sfuggendone al totale controllo.
  • Wendy: il Produttore, con annesse preoccupazioni sulla salvaguardia del suo investimento.
  • Halloran, l'eroico cuoco di colore (multiculturalità e politically correct) che corre in soccorso dei due: il Pubblico, esigente e conformista, che Kubrick, con sommo piacere, affetta sul più bello.
Questo ci porterebbe, tutto di filato, a dire che Shining stia alla cinematografia kubrickiana come Otto e mezzo sta a Fellini. Ipotesi affascinante, pressoché inedita, ma (dopo una settimana di continui rimuginii tocca ammetterlo) funzionante e funzionale.
Può piacere oppure no, lascio volutamente alcuni punti non spiegati (ma non inspiegabili) per stuzzicare la fantasia del lettore. Del resto, questa non è che la mia personale variazione sul tema. Per dirla con l'amato Swift, maestro del paradosso, a modest proposal...

venerdì 3 febbraio 2012

Talking about Shoah...

Da ormai qualche anno, tra i miei corsi di cinema, ho voluto inserirne uno sulla Shoah. La sua genesi mi è ignota, ma è possibile che sia nato in conseguenza dell'uscita in libreria, per i tipi di Einaudi, del cofanetto col documentario omonimo di Claude Lanzmann. Ho sempre avuto, nei confronti della Catastrofe, un approccio timoroso. Il punto è semplice: come spiegare una cosa che nemmeno possiamo tentare di comprendere? Come pretendere di essere esaustivi, se nemmeno possiamo immaginarceli sei milioni di morti? Eppure, la sfida ha cominciato ad appassionarmi. Il fatto di poter affrontare un campo tanto vasto e tanto pericoloso mi ha spinto a un approfondimento come poche volte (mai) ho condotto in vita mia. Il tutto senza mai apprezzarne il risultato. Troppo facile mostrare cadaveri impilati, troppo facile far piangere una classe con la sola intervista ad Abraham Bomba, punto nodale della sterminata ricerca lanzmanniana. Come ottenere invece una piena e personale presa di coscienza, senza doverla filtrare attraverso una coltre di ipocrisia piccolo-borghese, quando non addirittura farisea? Lo confesso candidamente: la ricetta ancora non l'ho trovata. Né credo la troverò mai. Troppo soggettivo, troppo intimo. Un escamotage perfettamente funzionante in una classe può (e spesso accade) rivelarsi fallimentare in un'altra, che ha magari addirittura avuto la stessa formazione. Neppure lavorando singolarmente con ogni studente saprei vedere il giusto cammino. Si procede dunque a tentoni, tra grandi soddisfazioni e frequenti scoramenti. Il materiale è tanto, e molto non è di grande qualità; la scelta difficile; lo stesso sistema scolastico forzatamente limitato (anche volendo, dove li trovi i 570 minuti della sola proiezione di "Shoah", senza contare l'analisi?). Insomma, più mi specializzo più trovo buone ragioni per dormire sonni agitati. Il peso della Testimonianza, sia pure indiretta, è spesso insostenibile. Ora però, la mia consapevolezza (vorrei dire "autostima", ma proprio non ci riesco) ha salito quantomeno un gradino. Merito (responsabilità), il lavoro che proprio oggi ho visto a termine all'Istituto d'Istruzione Superiore Piazzi-Perpenti, a Sondrio. Tra mille dubbi, ho strutturato il lavoro in due parti distinte. A una prima curriculare, svolta in quattro classi "terminali" (due terze liceo classico, una quinta liceo linguistico, una quinta liceo socio-psico-pedagogico), ne è seguita una del tutto sperimentale. Un tentativo di peer education: da una ricezione passiva, gli studenti avrebbero dovuto farsi a loro volta formatori (NB: il mancato uso del termine "insegnante" non è casuale, ma consapevole). Cinque volontari per classe, per un totale di venti, di cui soli tre maschi. Otto ore di lavoro comune, molte di più individualmente. Obbiettivo (perché, duole ammetterlo, ma darsi un obbiettivo pratico è d'obbligo): l'organizzazione di un'assemblea d'istituto nei dintorni della Giornata della Memoria. Il caso, ma è stato solo un bene, ha voluto che non si fosse proprio sul 27 gennaio: come tutte le commemorazioni, la trovo estremamente farisea, al limite dell'ipocrita. Per nostro comodo, amiamo convincerci che la Shoah sia qualcosa che appartiene esclusivamente al passato. Ed ecco quindi fiorire interviste a ex-deportati, testimoni, immagini shock trite e ritrite. Una sorta di Wunderkammer dell'Orrore, a uso e consumo di un pubblico perbenista, compiaciuto dal non aver preso parte alla sciagura. Già il giorno dopo, al solito, non importa più nulla a nessuno, e saremo ben lieti di distogliere lo sguardo da quelle che sono le avvisaglie di una piaga mai veramente guarita. Non è così che si conserva la Memoria, né della Shoah, né di qualunque altra cosa. La posta in gioco era alta: credibilità personale, certo, ma anche e soprattutto una profonda responsabilità civile, sulle spalle di venti ragazzi classe 1993. Pur nutrendo la massima considerazione nei confronti del mio gruppo, ci ho perso più di un'ora di sonno. L'entusiasmo non è mai mancato, ma all'atto pratico? I ragazzi hanno da subito optato per la strada più dura: l'Assemblea non sarebbe stata solo una, ma due diversificate, per triennio e biennio. La prima con il Moloch-Lanzmann al suo centro, e il tema della Responsabilità della Memoria. La seconda, con la Shoah vista attraverso le sue vittime più innocenti, i bambini. 450 studenti la prima, 350 la seconda. Per entrambe lo stesso schema: non solo cinema (e soprattutto non il solito film con finto dibattito annesso, ma spezzoni introdotti e commentati). Musica, arte, letteratura, fumetto. senza nascondersi dietro alla materia, ma esponendosi a essa con la forza delle proprie passioni. Tutto è confluito in uno stream of consciousness della Memoria, difficilmente identificabile nei suoi dettagli, ma compatto e avvolgente. Soprattutto, senza troppi shock. Non si è detto tutto, anzi: molto è mancato. Però ogni parola pronunciata è stata meditata, espressa e metabolizzata. Non da tutti, perchè sarebbe impossibile, ma da moltissimi, questo sì. Ognuno dei Venti (mi si perdoni la maiuscola) ha messo del suo, impegnandosi a fondo, e credendo fermamente nel valore della propria azione. Non sono mancate le difficoltà (tecniche, soprattutto) nè talora le incomprensioni. Sempre presente, però, il valore altissimo della Trasmissione, che ha portato molti di loro a spingersi ben al di là del compito svolto. Non posso dire che la cosa assurga nell'Olimpo delle Lectio Magistralis sull'argomento. Me ne guardo bene, detesto gli assoluti. Ho solo notato come venti diciannovenni abbiamo saputo trasformare due journées banalisées (per dirla con i francesi, sempre diretti nel loro esprimersi) in uno splendido esempio di Azione Civile, superando barriere personali, di classe, psicologiche. Non so quanto merito io possa avere avuto in questa cosa. Fosse per me non me ne attribuirei proprio. "Sono solo un verbo che coniuga i Soggetti" amo dire, scherzando. So per contro quanto ne hanno avuto loro. Tanto, tantissimo. La Lezione (la maiuscola qui assurge a valore morale e non didattico) impartita a 800 coetanei (in silenzio per quattro ore!), e a una trentina di adulti, sindaco e stampa inclusi, è stata indimenticabile. Di cuore grazie, ragazzi!

giovedì 2 febbraio 2012

Le ragioni di un blog / Manifesto

La neve cade copiosa. Dovrei essere al lavoro, a insegnare cinema (o a provarci, quantomeno) in una scuola materna di un minuscolo paesino arroccato sulle montagne della Bassa Valtellina. Ma, appunto, la neve cade copiosa, copiosa e fine come una polvere maledetta, come la neve radioattiva de L'Eternauta. Alle volte è meglio quindi fare un passo indietro, e rintanarsi da qualche parte, possibilmente al calduccio. Eccomi qui, allora, nella biblioteca di Tirano, sede abituale del mio tempo libero, a cercare di organizzare una giornata di vacanza forzata. Da un po' mi frulla per la testa l'idea di un blog. Per essere sinceri: non è che lì (nella mia testa) ci sia finito per caso, come una sorta di Illuminazione, una Folgorazione sulla Via di Damasco, che peraltro da qui dista (fonte Google Maps) 3612 km, centimetro più, centimetro meno... Sta lì perché ce l'hanno messo in molti, e a bastonate. "Scrivi, scrivi! devi tornare a farlo!". Il fatto è che sì, è una cosa che so fare, ma non amo scrivere. Quando mi va bene, lo trovo poco utile. Normalmente, lo reputo un'assoluta perdita di tempo. A questo punto, resta da chiedersi: perché lo stai facendo? Per noia, forse, per vanità di certo, ancor più per una necessità di ordine. Sono (co)tanti e (co)tali i miei interessi, che metterli per iscritto potrebbe persino sembrare una buona idea. Per destrutturarli. Per desacralizzarli. Per mettere un punto dove mai prima d'ora potei immaginare una chiusa (ah, la gioia di buttar dentro, qua e là, uno stucchevole passato remoto...). Bene! Si passi dunque al Manifesto, quell'elenco assai aleatorio di finte promesse che dovrebbero mettere un ordine nel Caos più totale. Larcenies of Time, titolo mutuato dal grandissimo Cormac McCarthy:
Sweeter for the larceny of time and flesh. Sweeter for the betrayal
in All the pretty horses. Mutuato e prontamente, rispettosamente, decontestualizzato. Un maligno spirito e postmodernista mi possiede. Si va d'accordo comunque, potremmo persino pensare di sposarci e mettere su famiglia. Uno spirito non ha grandi richieste, non vuole gioielli o vestiti, e nemmeno essere portato fuori a cena. Non ti chiede di pulir casa, né di lavare i piatti. Uno spirito è un ottimo partito. Ma torniamo a noi. Si diceva: Larcenies, che poi altro non sono che quei furti del tutto involontari, come quando in stazione ci ritroviamo con un vicino che ha una valigia identica alla nostra e, una volta arrivati a destinazione, scopriamo pure di aver preso la sua. Furti (involontari) di tempo, dunque. Che possono essere visti in due modi. A ben vedere, ogni momento culturale, soprattutto visto nell'ottica distorta e cinica dell'imperante logica consumista/capitalista, è un furto di tempo. Se da questa logica ci facciamo dominare appieno, "larceny" è una parola troppo leggera: sarebbe assai meglio usare "theft", se non addirittura "burglary". Ma io non mi lascio abbindolare (almeno credo). Se furto è, è robetta di poco conto. In più, sono da sempre vittima, consapevole, volontaria ed entustiastica, di queste ruberie. Scrivendo un blog, da vittima mi rendo carnefice. Chi mi leggerà (in due, tre, mille, non importa) si farà impunemente portar via del tempo. Se sarò bravo, questo avverrà in due modi. Il primo prelievo avverrà al momento della lettura, dato che amo essere verboso e prolisso. Il secondo, e starà lì l'improbabile bravura o, italianamente, la furbizia, quando la vittima si troverà a fare i conti con ciò che le avrò propinato, sia esso un film (spesso), un libro (altrettanto spesso), una riflessione (il gioco si fa peso e tetro, per dirla con Guccini) oppure un'idiozia (questo sempre e comunque) . Il perché del (from Outer Planet), rivisitazione del trash/cult di Ed Wood, sarà chiaro solo leggendo. Vorrei dirvi che scriverò sempre, e con grande regolarità, ma questo sarebbe contrario alla Costituzione, alla Convenzione di Ginevra e forse pure alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. Scriverò quando ne avrò voglia, il che significa: quando avrò qualcosa da dire. Perchè stiamo parlando di rubare del tempo, mica di perderlo...