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giovedì 6 dicembre 2018

LEAVING JORDAN: saying bye to all my dear friends

Dear Jordan,
When I came here three months ago I was a serious and determined student with lots of plans in my mind. Thanks for destroying them all.
Dear Jordan,
When I came here, three months ago, I was a very punctual North Italian girl, with a fixed schedule for every day of my life. Thanks for messing everything up.
Dear Jordan, 
When I came here, three months ago, I was searching for the most "efficient" way to lead my research. Thanks for giving me the opportunity to start again from the beginning and to let me throw all the ideas in the garbage.
Dear Jordan, 
When I came here, three months ago, I was a very early person. Going to sleep at 11 pm maximum and waking up at 8.
Thanks for transforming me into a night animal.
Dear Jordan, 
When I came here, three months ago, I expected to have lot of time to read, study, put forward with my Master thesis. Thanks for stealing all my time, to put me in the vortex of Middle East vibes and to let me looking at my books on the bedside table in such a suspicious way.
Dear Jordan,
Today I took my diary and I realized that only it knows what these three months has been.
I wrote everything in a very messy way, with pens from different colours. I pasted tickets, pictures, tears and smiles on it.
And today, when I went through its pages, I even realized how many things I did that I already forgot.
Especially, I realized how Jordan changed me.
It is true that every day was an adventure, something not planned, something on the way, something happen by chance.
Everything happen by chance, here. Especially the best things. 
Things happen when you are searching for something else.
I meet lots of people in this country and I am writing to you all more then to myself.
I would like to thank you all for the richness of feelings and for the amazing adventures we lived together.
Because the most important thing I will bring home is this: the richness of our meetings.
(Btw, this is even what will make me crying a lot before my departure).
Mubarak, Moawia, Gassm, Faisal, Ricky, Mindi, Solo, Shihab, Mario, Bushara, Mustafa, Tiger, Mandela, Dudu, Mohammad, Mubarak, Munir and all the others guys from the Sudanese community that I may unintentionally forget: thanks thanks thanks for opening the doors of your houses, for sharing with me your thoughts, for accepting to speak a little bit about your lives. Especially, thanks for trusting me, for accepting my irruption in your daily life, for welcoming me in such a easy and quick way. Everything contributed to make my research easier and deeper. Thanks for being my friends.
Tariq, for me you have been a friend, a brother and sometimes even a father. Thanks for helping me in everything I needed, thanks for making my stay in Jordan as much comfortable as you could. Thanks for spoiling me with all the "booza need" in the middle of the night, thanks for all the trips, for all the tea in the late night, for all the "Lasciatemi cantare" songs.
Madiha, Anud, Aiman, Ahlam, Faris, Hassan and all the relatives I met: thanks for being my family. I would never thanks you enough for how warm, crazy and alive you let me felt. Thanks for all the Maqluba, for all the Palestinians dances, for all the Dabke, the shisha, the nuts we shared. Thanks for offering me your house, for being the safe, warm, natural, informal place where I could always go when I was homesick and in need of "family vibes".
Thanks to my expats friends, especially Italians ones, who accepted to listen my crazy stories for hours without letting me feeling mad - even if you might thought that I am ;-).
Thanks Matteo for laughing with me, "sti cazzi", thanks Cecilia because this experience will never start without your concrete approach to the work and to the life in general: you have made my life so easy here, my experience so comfortable. I will never be grateful enough.
Hana, more then a teacher: thanks to be so closed to me. You have been the best friend I need to find in Jordan. Thanks for all the improbable conversations in my improbable Arabic.
And more, Herzella among all the Mohammad, Anas with Susi, Ramman, Zoe, Sarah, Yazan, Firas, Sukaina, Silvia, Arianna.
And thanks Hassan, left at the end according to your bad timing, for let me understand that the most important thing is to be happy, despite everything.
I am trying to remember the first meeting with all of you: I am not a religious or mystical person and I due believe in chance, occasions, accidents, occurrences more then destiny.
But somehow, surrounded by this Jordan atmosphere, I realized that all my "wasta" - my connection - happens for a purpose.
I don't know if God, Allah or someone else planned all this for me, but I feel just to say thanks to him, whoever it is.
And thanks to this country, to its magic, to the crazy people, to the conservative and to the open minded, to the women that I never met, to the noisy taxi drivers. Thanks to the shining sun, to the heavy mansaf, to the prayer call and its atmosphere.
Thanks to Amman, which host me so warmly as if in my blood vessel is flowing Arab blood, as if I am your daughter.
Shukran Amman, shukran Jordan. 
I am gonna miss you ❤️


mercoledì 28 novembre 2018

SENSI DI VIAGGIO L: che sarà? Tre mesi dopo (la partenza), una settimana prima (del ritorno)

Il "Pasha" Hotel ostenta a ripetizione le sue scritte pubblicitarie: room, food, zoo, view, cultural, cafe, live, shisha.
Se ne sta lì, con tutta la sua atmosfera kitsch e le lucine al neon, ad osservare la città. Manda messaggi lontani e vicini, a chi sta dall'altra parte della città e a chi, come me, giace senza pretese nella piazza del Teatro. 
La città è passata in un attimo dalla calma pomeridiana alla frenesia della sera. Dall'atmosfera mistica del richiamo alla preghiera alla confusione delle macchine di chi guida verso casa.
Ma qui, nella piazza del teatro, è tutta un'altra storia.
Sposto lo sguardo e ritrovo quella casa che ride, la stessa che avevo fotografato mesi fa, qualcuno ha tirato una corda tra le due finestre e messo un cerchio di metallo tra di essi: rivisitazione ready-made dello smile.
C'è una luce calda che la illumina, una fila di lampioni impavidi che fanno concorrenza 24/7 alla luce del sole.
Le mura della cittadella appena sopra, quasi a segnare un confine col cielo. Gli aerei passano sopra le nostre teste, pronti a scaricare umanità in questa terra magica. Le luci delle loro ali a interrompere la penombra del tramonto.
Un signore si siede vicino a me. Me ne sto imbambolata a guardare i bambini che giocano a calcio, gli stessi di tre mesi fa. Un nanerottolo di 4 anni mi porta un bicchiere di tè che non ho chiesto, tiro fuori il portafoglio e vede che ho un pupazzetto di peluche nella borsa: gli si illuminano gli occhi, si dimentica di quel dinaro di troppo che voleva spillarmi e se ne torna dagli amici facendo sfoggio del regalo.
Nel frattempo, il signore comincia a parlare in arabo. "Merica? Isbania? Alemagna?". "La, min Italia!".
Mi offre una sigaretta: "bahib il Urdun?" (ti piace la Giordania?). "Ktiiir" (molto).
Quel molto non è abbastanza, oggi.
Passo addirittura sopra il fatto che tutti mi prendono per tedesca e fingo di capire lo sproloquio che mi riversa addosso nei minuti successivi.
Un ragazzotto si aggira per la piazza col carbone per la shisha nel contenitore di metallo: lo fa ruotare su se stesso, quasi a sfidare la gravità. Incrocia i miei occhi e non perde l'occasione per chiedere "Arghilè, Ma'am?".
La mia malinconia preventiva è qualcosa di sfrontato, eccessivo e decisamente melodrammatico. Eppure, non riesco a fare a meno di chiedermi: "cosa ne sarà?".
Cosa ne sarà dei miei sensi di viaggio?
Cosa ne sarà delle mie orecchie, quando cercherò il richiamo alla preghiera? Soprattutto della preghiera della sera, quando tutti lasciano quello che stavano facendo per correre alla moschea e fermare la frenesia delle loro azioni.
Cosa ne sarà dei "very nice" nelle strade, dei "tfaddali" (you are welcome), delle persone che ti fermano a caso in mezzo alla strada, curiosi della tua occidentalità?
Cosa ne sarà dei miei occhi, a cercare il chiarore abbagliante di questa città bianca e il riverbero del sole sulle pietre delle case? Cos'è ne sarà delle luci della sera in questa città sconfinata e multietnica, palestinese, beduina, expat, rifugiata allo stesso tempo?
Cosa ne sarà del dolciume dello knafeh di Habiba, del gelato di Bekdash, della consistenza rassicurante della Sahlab nel mezzo della notte? Del caffè turco e del fondo al cardamomo, del tè alla menta (o allo zucchero)? Del profumo della Maqluba, delle mandorle tostate?
Cosa ne sarà del tatto - che qua, in fondo, è il senso più importante di tutti?
Cosa ne sarà del calore che trapela nelle strade, dell'ospitalità di questa gente, delle loro voci alte, dei loro baci cadenzati e infiniti sulle guance a mimare la "Dabka", la danza tradizionale?
Cosa ne sarà dei "welcome to Jordan" che mi fanno sorridere anche dopo tre mesi: perché in fondo, anche se qui mi sento a casa, io sarò sempre una turista. Amo lusingarmi con questo refrain così inflazionato e commerciale, anche se ho cominciato a chiedermi se non lo insegnino nelle scuole per ammaliare i turisti.
Cosa ne sarà del traffico eterno, della calma della notte, cosa ne sarà delle macchine che ti sfiorano quando attraversi, dei taxisti molesti, dei clacson senza sosta?
Tutto continuerà come prima, ovviamente. Con e senza di me.
Ma come continuerò, io, senza questa nazione? 
Cosa cercherò al mattino appena sveglia, cosa sarà l'ultima cosa che vedrò la sera? 
Non ci sono risposte, prima di una partenza: solo, l'angusto senso di ansia che nasce quando devi lasciare un posto tanto confortevole e amato.
"Che sarà, che sarà, che sarà-à-à", che sarà della mia vita, chi lo sa.
So solo che per un bel po' di notti, quando tornerò a casa, farò lo stesso sogno. E per uno strano caso nazionalistico, sarà un sogno verde, bianco, rosso (e nero): la bandiera della Giordania.




domenica 25 novembre 2018

SENSI di VIAGGIO XLIX: dell'imprevisto - buono o cattivo - di un viaggio

In questi giorni ho pensato molto al senso dei viaggi e non ho mai trovato una risposta, nonostante abbia fatto di questo proposito il nome della mia rubrica giordana. Sensi di viaggio, appunto.
Anche per questo ho sospeso la scrittura dei post, un po' malinconica, un po' adagiata nello scorrere del tempo, un po' beata nella routine della mia tranquillità giordana.
Quando ho letto di Silvia Romano ho avuto una reazione molto di pancia, un tumulto indescrivibile a metà tra empatia, coraggio e speranza.
Possono esserci milioni di motivi per viaggiare e noi giovani d'oggi, soprattutto se occidentali, abbiamo davvero le ali sotto i piedi: col paradiso del low-cost, con l'inglese come lingua franca, con i nostri passaporti potenti in mano, possiamo scegliere di andare veramente dovunque.
A volte facciamo scelte "main stream", andando in località turistiche "solo" per divertirci, rilassarci, vedere qualcosa di diverso.
A volte facciamo scelte più azzardate, più ricercate, più coraggiose. Decidiamo di uscire davvero, per mesi, dalla nostra comfort zone e immergerci completamente in una realtà altra.
Possono esserci milioni di motivi per viaggiare e ognuno ha dentro di sè il suo groviglio di emozioni, pensieri, frustrazioni, speranze per partire. C'è chi parte per studio, chi per lavoro. C'è chi parte per avventura, chi per fuga, chi per amore. C'è chi parte per un ideale, chi per un suo bisogno di cercare altrove qualcosa che non ha ancora trovato, chi per darsi la possibilità di stupirsi ancora. 
Ed è vero, nessuno ci obbliga a partire - sì, grazie, lo so, potevo stare a casa mia.
E allora ognuno parte, con i suoi sensi di viaggio, sicuro e determinato nelle sue ragioni. Poi approda in un'altra realtà e se è fortunato come lo sono stata io, dimentica tutto: dimentica aspettative, stereotipi, speranze, preoccupazioni e si lascia trascinare. Dimentica pure i sensi del suo viaggio, i sensi della sua partenza. Si lascia trascinare dalla magia del luogo, dai suoi abitanti, dai suoni, a volte troppo rumorosi per la nostra organizzata efficienza europea. Si lascia trascinare dal colore e dal calore delle persone, dall'energia che ti ricarica, dalle emozioni, dalle novità, dallo stupore. E ogni giorno, ogni incontro, ogni novità aggiunge un po' di "senso" a quel viaggio. Un senso insperato, imprevisto, incalcolato. Un senso che scardina tutte le nostre previsioni, tutte le nostre sicurezze, tutte le barriere mentali che ci facevano vedere solo un certo raggio di mondo, solo una fetta di possibilità.
E allora nel viaggiare c'è anche l'imprevisto e l'imprevedibile: c'è anche la possibilità che ti succeda qualcosa di brutto. E la colpa non sarà tua, che sei stata impavida, ingenua, naive. Non sarà tua che hai lasciato la sicurezza della tua casa, l'efficienza della tua nazione, la protezione della tua gendarmeria.
La colpa non è tua, che non hai saputo accontentarti di quello che avevi, che sei andata a cercare te stessa lontano. Non è tua, che ti sei messa in gioco, hai rischiato, hai amato l'imprevisto e l'incertezza.
Silvia Romano non ha nessuna colpa, è stata solo sfortunata. Tutti noi, tutti i giorni, a casa e in viaggio, attraversiamo decine di situazioni di potenziale pericolo. Situazioni in cui basterebbe fare un passo in più, dire una parola di troppo, arrivare in orario, in ritardo, in compagnia o da soli per incontrare qualche pericolo. E non importa quanto sei prudente, quanto sei misurata, quanto precisamente hai calcolato l'imprevisto. Se ti deve succedere, succederà.
Io credo nel destino, credo nella magia - bianca o nera - delle insperate possibilità.
E sono sicura che anche Silvia Romano starà pensando che, malgrado tutto, ne sarà valsa la pena.
Di partire, incontrare, gioire, sperare, rischiare.
Rischiare.
Sono sicura che, più o meno orgogliosamente, sarà fiera della sua scelta e non avrà nulla di cui pentirsi e nulla da rimpiangere. E chissà, forse anche questo rapimento farà parte di tutto quel tumulto di emozioni e di esperienze che si sono costruite piano piano, nel suo personale e ricchissimo "senso di viaggio".



giovedì 8 novembre 2018

SENSI di VIAGGIO XLVIII: il deserto di Rum

Ho sempre amato il deserto. Ti siedi su una duna di sabbia. Non vedi niente. Non senti niente. 
E tuttavia qualcosa brilla in silenzio... 
[Il piccolo principe]


Me ne andrò.
Dove andrai, senza sapere dove?
- Anche se non lo so, lasciami andare
me ne andrò con il vento e non importa lasciare tracce
me ne andrò di nuvola in nuvola anche se non piove
me ne andrò con le stelle anche se non brillano
me ne andrò scalzo e non solo per sfuggire le guerre, l’indifferenza, la fame
l’odio che si nasconde nelle vene, le minacce e le vendette che puntano alle spalle
io sono nomade, sono nato nella sabbia sotto il sole come gli animali
sono libero come il vento, come la carovane che rompono l’immensità, sono libero,
figlio delle terra e della sua grandezza
ho tanti fratelli che voglio conoscere e voglio abbracciare
e soprattutto quelli che lottano per la libertà 
dove andrai, senza sapere dove?
- Dove non importa, lasciami solo andare
e non voglio che mi mostri l’oriente o l’occidente
né il nord o il sud, lasciami solo andare a mostrare questo cuore libero
imprigionato dentro di me
per sfidare le barriere del colore e della religione
 












dove andrai se non sai come?
come non importa
perché ho nella fronte un sole
E nella voce un clamore
me ne andrò di palmo in palmo di abbraccio in abbraccio
perché appartengo a tutte le stirpi
e a tutte le credenze




me ne andrò anche se tu non vuoi per abbattere
le frontiere e per mischiare le razze
me ne andrò anche se tu non vuoi per costruire
a cielo aperto un luogo senza nome
dove gli uomini sotto il sole si fondono in abbracci e perdoni
perché tutti abbiamo lo stesso sangue e sotto il sole la stessa ombra.


Saleh Andalahi Hamudi

  




Wadi Rum

Dio ha creato le terre con i laghi e i fiumi perché l’uomo possa viverci.
E il deserto affinché possa ritrovare la sua anima.
(Proverbio Tuareg)



martedì 6 novembre 2018

SENSI di VIAGGIO XLVII: Petra, dall'alba al tramonto

All'alba, dopo forse 4 ore di sonno, siamo di nuovo a Petra. Pochi turisti ciondolando nel siq per raggiungere il tesoro. L'aria fresca del mattino è un pizzicotto sulla pelle, il vento fruscia leggero tra i capelli, unico rumore in quella città ancora incantata. Tra poche ore, migliaia di turisti si riverseranno qui con tutto il loro cicaleccio: ci godiamo quella calma preziosa, soddisfatti per aver accettato il trauma della sveglia.


Sono ancora incredula per la serata precedente, ma in cuor mio so che questo posto ci stupirà anche oggi.
Dovremmo incontrarci con Firas al tesoro, poi proseguiremo per il monastero che sta su un'altura a qualche chilometro di distanza. Mentre lo aspettiamo, un altro beduino ci si avvicina: quando gli diciamo che aspettiamo Firas esclama con sicurezza "è mio cugino, venite, andiamogli incontro".
Prendiamo Bounty, che era stato "preso in prestito" da questo cugino per la notte e ci avviamo verso sud. Firas ci viene incontro sorridente con due cammelli: li fa "sedere", in modo che possiamo salire sul loro dorso. Il cammello ha le gambe così lunghe e così sottili che per inginocchiarsi si lascia cadere sulle ginocchia improvvisamente. Lo stesso quando si rialza, con uno scatto improvviso prima in avanti e poi indietro, nell'alternanza delle sue zampe.


Trotterelliamo con un po' di sana spocchia su quell'animale così esotico e così mitico. Siamo in alto, mentre Firas li conduce con passo svelto camminando.
Percorriamo la via di Petra, il teatro romano a destra, le tombe reali sulla sinistra. Raggiungiamo il grande tempio e le altre rovine romane che giacciono in secoli di storia.


 É ora di cambiare animale, dobbiamo inerpicarci dentro un Wadi - valle - e il cammello non è abbastanza agile. Monica e Bounty, i due muli, sono abituati a portare fino a 400 chili, ma quando vedo quanto è irto, roccioso e pendente il sentiero mi sento male per loro. In più, io e Firas condividiamo il povero Bounty, che si trova così con almeno 150 chili sulle "spalle".
Sinceramente ho paura che il mulo scivoli - in alcuni parti il sentiero è esposto su un precipizio - ma Firas ride e mi rassicura dicendo che i muli sono gli animali più forti di sempre e che non sarò certo io dall'Italia a sfatare il mito.




Mentre saliamo a strattoni e mi reggo alle redini, mi guardo intorno e cerco di fare alcune foto. Siamo tra due muri di roccia, ogni tanto ci sono delle caverne. La gente ci fa capolino, dato che vive qua: è così magico percorrere quel sentiero e vedere le persone che si svegliano e cominciano le loro attività della giornata. Incontriamo soprattutto donne, pronte a sistemare la casa, adempiere alla faccende domestiche e preparare le bancarelle con la merce che cercheranno di vendere ai turisti. Saliamo, saliamo sempre di più: i gradini di roccia sembrano scivolosi e lisi dal passaggio quotidiano di così tante persone, ma i muli procedono sicuri. Non c'è ancora nessun turista qui, davvero possiamo dire di essere i primi della giornata.
Firas non ci dice niente, ma a un certo punto appare sulla sinistra il Monastero: è tanto bello quando il Tesoro, ma ha il fascino delle cose nascoste, segrete. Se ne sta lì, con una specie di piazza davanti, a dominare il Wadi, bastione incontestabile della bellezza di Petra.



Il sole comincia ad essere caldo. C'è una specie di ristorante, ci sediamo, prepariamo la shisha e facciamo colazione con un sandwich di falafel. La bandiera giordana sventola sicura nel vento e la foto del re sta appesa in una grotta: sorride e stupidamente mi viene da sorridergli di riflesso, beata in quel posto solitario e prezioso.


Ci prendiamo un po' di tempo per riposare, nessuno di noi vuole scendere da lì.
Quando decidiamo che è ora di andare, risaliamo in sella a Bounty e Monica: la discesa potrebbe sembrare più spaventosa, ma in realtà mi sono abituata a questa andatura apparentemente precaria.
I turisti cominciano a risalire il sentiero, stanchi. Sono pigramente grata a Firas per averci portati lì col mulo.
Visiteremo il tempio romano, la chiesa bizantina, il teatro romano; mi farò mettere il Kajal direttamente dai beduini, fumeremo un po' di shisha all'ombra di una tenda, guardando i turisti che cominciano ad ingorgare il sito. 



Non vogliamo salutarci, nemmeno se il Wadi Rum ci aspetta, nemmeno se Firas ci invita a tornare tutte le volte che vogliamo. C'è un vento feroce, che alza la sabbia e la getta negli occhi. Trotterelliamo sul mulo verso l'uscita attraverso una via secondaria e rialzata. Ammiro per l'ultima volta la bellezza di Petra coprendomi il viso con la Kefia. Firas mi chiede se va tutto bene: anche se sorrido, sono molto triste di lasciare quel posto. 
Le ultime 20 ore sono state le più assurde, intense, vivaci di tutta la mia permanenza di Giordania.


sabato 3 novembre 2018

SENSI di VIAGGIO XLVI: uscire da Petra, nel silenzio della notte


Scendiamo avvolti dal buio di quella serata magica. Firas e i suoi amici beduini fanno la strada mentre la nostra carovana turistica scende scrupolosa tra le rocce. Uno di loro apre la fila, tiene in mano il cellulare per fare luce con la torcia, dalle tasche della sua farua esce una cassa stereo che gracchia musica disco.
Potremmo pensare che rovini l'atmosfera, ma in realtà serve a darci quel po' di adrenalina necessaria a farci scendere tra quei passaggi di roccia.
Il secondo sta poco più avanti di me e di Firas, a un certo punto sentiamo un fruscio di foglie e non sappiamo come, ma lo vediamo sull'altra parete del piccolo canyon che stiamo scendendo.
Firas ride, capisce che sono shockata da quel balzo nel nulla notturno. "Monkey", scimmia, mi dice.
Quando raggiungiamo il tesoro ci guardiamo tra noi, consapevoli del privilegio di vederlo nella frescura della notte. É sorprendente pensare che sia lo stesso posto che di giorno è gremito di visitatori.
Percorriamo il siq per raggiungere la macchina con cui Faris ci porterà all'uscita. Trotterellando felici nel torpore delle nostre farue, la luna quasi piena a illuminare quel po' di strada deserta.
La "macchina" di Firas è un fuoristrada vecchio di trent'anni. Mi fa salire davanti e con un po' di malizia penso che sia un privilegio: il parabrezza non è più degno di questo nome. La brezza ce l' ho tutta in faccia, dato che è rotto per metà. Mentre Firas guida, mi sorride a 32 denti e mi dice "ultimo modello, fuoristrada con mezzo vetro per ammirare Petra più da vicino".
Percorriamo la strada, sobbalziamo. Gli chiedo di andare più a piano perché l'aria del deserto è davvero fastidiosa. Ma c'è un problema con ciò che rimane della friizione e ingranare le marce è ogni volta una sfida - oltre che un rumore assordante e una puzza di benzina bruciata.
A un certo punto la marcia non entra più, definitivamente più. La jeep comincia a sobbalzare, ad andare a strattoni, fino a spegnersi.
"Gasoline", mi dice. Non ci credo, non può essere finita la benzina. Penso che mi stia prendendo in giro ma capisco che non è così quando comincia a fare una serie di telefonate. Poi mi fa scendere e mi dice "andiamo incontro al mio amico, ci sta portando la benzina". Subito dopo dichiara che sapeva fin da subito di essere a secco ma che "nella loro cultura, i beduini non vogliono mai far vedere di avere un problema, almeno fino a quando non hanno una soluzione".
Lasciamo gli amici in macchina e iniziamo a camminare. Mi giro verso la jeep e l'ultima cosa che vedo spuntare nel buio della notte sono i piedi di uno degli amici di Firas appoggiati sul cruscotto attraverso il vetro.
Comodamente seduto sul sedile, si gode a gambe all'aria la sua sigaretta, facendo tesoro di quel vetro rotto che gli permette di distendersi così.



Io e Firas camminiamo almeno un km, è fresco ma non freddo. A un certo punto vediamo un pick-up scendere dal villaggio e avvicinarsi a noi. 
Prosegue senza caricarci, noi invertiamo la marcia e torniamo sui nostri passi. Quando arriviamo, troviamo uno degli amici di Firas che con una bottiglia fa il "pieno" alla jeep.


Si riparte, con lo stesso vento in faccia, su una strada sempre più dissestata. Quando arriviamo all'ingresso sappiamo di esserci guadagnati qualcosa. Salutiamo Firas, saremo di ritorno di lì a poche ore: vogliamo essere a Petra all'alba.
É quasi mezzanotte ma, una volta in albergo, è veramente difficile dormire.

giovedì 1 novembre 2018

SENSI DI VIAGGIO XLVI: una sera a Petra

Firas arriva a dorso di mulo, scuotendo il suo smartphone e sorridendomi. "Conosci questa ragazza?", mi chiede mostrando una mia foto.


Il nostro amico comune, che sta ad Amman, mi ha messo sotto la sua protezione. Mi abbraccia come se ci conoscessimo da sempre e mi dice che sono la benvenuta. 
Da quel momento la nostra visita a Petra di trasforma da super turistica a un'avventura in pieno stile beduino.
Mi porta sotto le tombe reali, dove c'è la tenda di sua cugina, una donna bellissima che vende artigianato.
Prepara la shisha e il tè, ci sediamo sulle rocce e guardiamo le frotte di turisti assolati da quel punto panoramico.
Mi sento subito a casa in compagnia di quella nuova famiglia beduina che sembra così onorata di conoscermi. In nessun posto, come in Giordania, mi sono resa conto di quanto siano preziosi i legami amicali, le connessioni, le conoscenze. Essere amica di amici è un lasciapassare incredibile. Ieri, mi ha permesso di vivere un'esperienza incredibile che probabilmente non è per tutti i turisti ;-)


Quando Firas valuta che si sia fumato abbastanza, prendiamo Monica e Bounty, i suoi due muli. Siamo diretti al punto panoramico che dà sul famigerato tesoro di Petra. Da lì, potremmo ammirare lo spettacolo di Petra by night, ma soprattutto i milioni di stelle, la brezza del deserto e una quiete irraggiungibile.
Il sole è già calato, subito è buio. Trotterello nel siq a dorso di Bounty, la stretta via tra le rocce spaccate dal vento sembra chiederci di assorbire quel poco di luce rossastra che rimane.
Poi ci arrampichiamo per una via impervia, i pochi turisti rimasti ci guardano stupiti, qualche beduino parla in arabo con Firas: capisco solo che lui garantisce per noi.
É buio, le luci dei cellulari a illuminare quelle rocce scivolose da scalare per raggiungere la cima. Firas sembra poter arrampicare a occhi chiusi, ma è premuroso e mentre regge la pila con una mano, con l'altra ci aiuta nei passaggi difficili.
Nel frattempo, raccoglie la legna per il fuoco.



Quando raggiungiamo il suo posto segreto, non abbiamo parole. Il tesoro si staglia lì sotto, pacifico ma determinato nel suo carico di storia. Sembra che riposi, dopo i 4000 turisti in media per giornata, tutti lì per contemplarlo.
Siamo su delle rocce altissime che si stagliano per chilometri, è impossibile vederne la fine. L'aria è fresca, Faris mi prende per mano e mi porta al limite del precipizio: "do you wanna fly? Jump. But I respect culture, women first" (vuoi volare? salta. Ma io rispetto le tradizioni: prima le donne). Scherza.
Ci sediamo su una roccia, 300 metri sotto i nostri piedi qualcuno comincia ad accendere le candele per lo spettacolo serale. Siamo avvolti in una "farua" - la tipica giacca beduina - e l'aria fresca ci sferza il viso. "Jack Sparrow" mi dice, e mi mette in testa la sua kefia, annodandola al modo beduino e allacciandomi gli estremi davanti alla faccia.
Così, con solo gli occhi a poter contemplare quella meraviglia del creato, li alziamo al cielo. Ci sono milioni di stelle, qualcuna cade sotto i nostri occhi, forse a lanciarci un messaggi.
Mi chiedo quanti desideri possano esprimere i beduini ogni giorno e Firas mi risponde "beduin never gives up" (il beduino non si arrende).
Ci sdraiamo così, su quella roccia levigata, lasciando i piedi penzoloni nel vuoto. 
Non ho idea di quanto tempo sia passato, in quella quiete infinita che ti parla, che ti sussurra nelle orecchie con il vento e che ti punzecchia la pelle con il frescore della notte, ma sei lì e guardi le stelle a cercare qualcuno o qualcosa che non sai.




La cena è quasi pronta, gli amici beduini di Firas ci chiamano: hanno fatto un fuoco e cotto polpette e patate in un cartoccio di stagnola. Fumano la shisha mentre ultimando la cottura. Poi tutti intorno a mangiare dallo stesso piatto pescando quelle polpette speziate con il pane.
É tempo di ballare, i 4 Jack Sparrow si alzano in piedi e iniziano a ciondolare. É il loro modo di ballare la Dabka, la danza tradizionale Giordana. I loro capelli lunghi si muovono sotto le kefie, gli occhi luccicano nell'assenza di luce e il kayal dei loro occhi sembra ancora più forte.
Balliamo, e mi insegnano quei passi cadenzati e pesanti, come a muoversi in una danza senza tempo. Si balla intorno al fuoco fino a quando dal tesoro di Petra cominciano a salire i flauti dello spettacolo serale. Ricomponiamo la quiete, ascoltiamo il liuto che vibra fin lassù.
























Mi sento così, forse felice, forse estasiata, forse non c'è il nome per questa emozione. Sicuramente, avvolta nella mia farua, mi godo quel torpore mentre il cielo mi schiaccia negli occhi milioni di stelle.
Come siamo scesi da lì, come siamo tornati all'uscita, e soprattutto le avventure mattutine di oggi, sono definitivamente un'altra (bellissima) storia.
Ma quella di ieri è stata così speciale, così emozionante, che ancora ho nel cuore un guizzo che sta per scomparire, ma che cerco di trattenere.
A domani, dunque, per il resto del viaggio.

venerdì 26 ottobre 2018

SENSI di VIAGGIO XLV: storie sudanesi, pt.2

Quando arriva all'aeroporto di Amman, Mohammed indossa solo una maglietta: è febbraio, nevica.
Tra le tante cose che non si aspettava da questo paese, ricorda la neve come quella più assurda di 5 anni in Giordania.
Scende dalla scaletta dell'aereo e respira a pieni polmoni quella libertà e quella sicurezza finalmente raggiunta.
Sale su un taxi e si fa portare in centro città. Il taxista vuole fare conversazione e capendo che è nuovo e disorientato, lo lascia nei pressi di un bar sudanese, in downtown.
"Noi, in quanto comunità sudanese, ci aiutiamo gli uni gli altri". 
É sicuro che lì troverà qualcuno cui affidarsi. "Ehi amico, come stai? Sei appena arrivato? Darfur? Tranquillo amico, vieni a casa mia".
Ali, il suo primo "fratello" sudanese in Giordania, lo porta a casa sua. "Wallahi*, cinque coperte mi ha portato", dice a mo' di battuta ricordando il freddo di quel giorno.
Così, dopo le procedure del caso (UNHCR, registrazione, commissione) comincia a lavorare.
In questi 5 anni a Mohammed ne sono successe veramente di tutte: mentre mi racconta la sua storia con fare concitato non faccio fatica a credere a quello che mi dice. É un ragazzo nerboruto di 25 anni, ha un fare animoso e agitato. É pieno di energie, di forza, di vita. Mentre parla, sembra sempre che le vene del collo siano sul punto di esplodere. Mentre facciamo l'intervista un suo inquilino attraversa la stanza e mi dice "ehi Serena, hai mai incontrato un pazzo del genere in Europa?".
Mh, in effetti no.
Ha una vita da Rambo: ha rischiato di essere deportato in Sudan 3 volte e 3 volte è scappato. Due volte per essere stato "beccato" a lavorare illegalmente, una volta durante la deportazione del 2015.
Mentre parla, si fa beffe dei poliziotti con cui l'ha fatta franca. In effetti, a sentire con quali assurdi stratagemmi è scappato, anche io ho pensato "che poliziotto scemo".
"Solo, usa la tua mente. Non c'è tempo per gli altri, se tua madre è con te e devi metterti in salvo, lascia tua madre e scappa". Mi chiedo cosa abbia passato in Darfur per acquisire questa filosofia di vita, ma del Darfur non vuole parlare, quindi proseguiamo.
Le sue disavventure sono così concatenate che a volte gli sono state d'aiuto le une con le altre.
Ha rischiato di perdere una mano mentre lavorava in una cava, utilizzando un macchinario per tagliare i sassi. I pantaloni si sono incastrati negli ingranaggi e stavano per stritolarlo. Quando il collo era così vicino alla sega, ha avuto l'istinto di spingersi indietro con le mani. É salvo, per questo, ma se l'è vista brutta. 
La mano destra è piena di cicatrici, ma in fondo la muove bene. Dice di essere stato portato subito all'ospedale: i medici parlavano solo inglese e a quel tempo lui non capiva che l'arabo. Una cosa era chiara, se qualcuno non pagava l'operazione, avrebbero amputato. La rete di solidarietà si mobilità, i suoi amici fanno pressione sul capo e lo implorano di pagare. Mohammed è disposto a rinunciare ai 2 mesi di paga arretrata e a denunciare l'accaduto. Chiede solo di essere curato. "Se ti facessi vedere le foto, Wallahi, ma sei una ragazza!". Ride, e scherza sull'accaduto.
Era insieme ai quasi 800 cittadini sudanesi che protestavano fuori da UNHCR in quel capodanno gelato del 2015. Quando la polizia viene a sgomberare - che brividi "politici", questa parola - lui indossa ancora un cumulo di bende. Ha la prontezza di nascondere il suo passaporto lì sotto: mentre i suoi compagni vengono caricati sui bus, con la promessa "you are going to Canada", lui viene fatto aspettare per essere identificato. Nella confusione, nessuno si cura di lui, sale su un'ambulanza, si fa piccolo piccolo e rimane lì, nascosto tra le attrezzature mediche, finché il mezzo non parte, incurante di quella presenza non autorizzata. Dall'ospedale in cui approda, ai margini di Amman, scappa e torna a casa. 
A farsi beffe dei poliziotti, mentre il TG trasmette le immagini di una deportazione tanto controversa quanto ancora irrisolta, che ha visto oltre 700 sudanesi rimpatriati nella terra inospitale da cui erano fuggiti. In barba alla convenzione di Ginevra - che la Giordania, scaltramente, non ha mai ratificato - ai protocolli d'intesa e al sacro santo diritto umani al non refoulement.
Alcuni di loro, mi dice, ora sono in Europa. Altri, sono morti in mezzo al mare. Questa è la meno triste delle ipotesi, perché almeno non sono stati uccisi dalle milizie connazionali che continuano la pulizia etnica del Darfur.
In questi anni Mohammed ha rotto anche una gamba, ha cambiato 32 lavori e avuto mooolto ragazze. Questo, a detta sua. 
Ora si bea di quegli 80 jd che riceve dalle Nazioni Unite per via dell'incidente e vive così, arrotondando con qualche giornata lavorativa al mese.
Nel frattempo, studia inglese e un corso di Social Worker online. Soprattutto, balla come non ci fosse un domani, balla in continuazione, balla intorno al mondo.
Per la sua spavalderia, per il suo cinismo, per la sua apparente freddezza e per il suo forzato distacco dalle cose, per il suo fare un po' cialtrone e per il fatto che non sta mai zitto, si potrebbe odiarlo. 
Ma tutti lo adorano, anche io, anche quando, ogni volta che mi invitano a un party, mi trascina verso il centro della sala e mi obbliga a ballare con lui: "vedi che sono guarito bene?".


* Wallahi: tipica esclamazione araba che significa più o meno "giuro su Allah"

mercoledì 24 ottobre 2018

SENSI di VIAGGIO XLIV: la Terra Promessa

Possiamo anche professarci atei, ma quando siamo in Medio Oriente è impossibile non subire il fascino del religioso che pervade ogni luogo. Sin dalle mie prime visite "turistiche" in questa nazione, ho realizzato quanta storia sia stata tracciata su questa terra: ma mi sono sentita veramente coinvolta quando ho iniziato a sentir parlare dei Romani e, soprattutto, di storie Cristiane. 
Così, tutte le ore di catechismo e di religione sono tornate alla mia mente e ho cominciato a ricostruire i tasselli di quelle storie bibliche. Mosè, Giovanni Battista e tutti gli altri personaggi che abbiamo sentito citare almeno una volta nella Bibbia mi sono sembrati subito più reali, più veri, più storici, realizzando che - secondo la tradizione! - avrebbero compiuto le loro gesta proprio qua.



Dopo la visita a Madaba abbiamo deciso di portarci fuori città, verso il Monte Nebo: avevamo bisogno di un po' di natura, di un po' di pace dalla città.



Soprattutto, eravamo tutte desiderose di vedere una vista mirabile ma, forse come punizione per una fede troppo labile, il sole era così forte e l'aria così carica di sabbia del deserto, che la Terra promessa abbiamo solo potuto immaginarla.
Mentre ci avviciniamo al monte, la pianura lascia spazio alle colline, la strada le avvolge e dalla carreggiata su cui ci troviamo cominciamo ad ammirare la vallata sottostante e quei cumuli di sabbia che scendono sempre più in basso, sempre più verso il fondo. L'altitudine comincia a calare finchè raggiungerà la depressione del Mar Morto. 
Paghiamo il biglietto ed entriamo al memoriale: anche qui, frotte di turisti. Una chiesa poggia sulla cima del colle, un vialetto alberato vi ci conduce. Ma nessuno vuole restare chiuso tra quelle file di alberi, pur tanto rigogliosi in una terra così arida: i turisti si abbarbicano sui lati del colle, a cercare la vista. 
Raggiungiamo il belvedere: da qui, l'allora 120enne Mosè, ammirò la Terra promessa dopo l'Esodo, senza poterla raggiungere:

"tu morirai sul monte sul quale stai per salire e sarai riunito ai tuoi antenati" [Deuteronomio]


Immaginiamo la Palestina, la Terra Santa, Israele al di là di quella cortina di polvere. Il monumento a Mosè che solleva il serpente dal deserto sembra fare da monito, controllando dall'alto quelle terre che oggi si contendono uno spazio troppo stretto e tanto carico di religioni. Mi piace pensare che voglia mandare un messaggio di speranza, tolleranza, condivisione a quella terra così dilaniata da un conflitto che dura da settant'anni.


Ma il sole comincia a calare e a cadere giù. E' ora di tornare ad Amman.