sabato 22 dicembre 2012

My Life's 10 Greatest Larcenies of Time: a sort of autobiography (?)

Mi piacerebbe dire che la genesi dei miei post sia frutto di meditazioni ben ponderate, di ardite riflessioni, di ore e ore di "studio matto e disperatissimo" (thanks, Jack!). Se è solo per questo vorrei anche essere bello, alto, muscoloso, ricchissimo e con gli occhi blu. La differenza tra ciò che desideriamo e la realtà è però sempre piuttosto marcata. Pertanto no: non ho gli occhi blu, non sono ricco, né particolarmente alto, né particolarmente muscoloso. E no, i miei post non sono il risultato di altissimi processi intellettual(oid)i. Funziona più o meno così: mi sveglio la mattina, e l'idea se ne sta già lì, completa, nella mia testa. Devo dedurre che il mio cervello non gradisca la personalità del mio Io, e pertanto abbia stipulato un accordo misterioso col mio Subconscio... Sta di fatto che mi sveglio un paio di giorni fa, con il post su Terra Matta ancora in cottura, con questa idea: quali sono stati, nella tua vita, i più grandi larcenies of time? Tradotto: in tutta la tua ricerca, quali sono stati i prodotti che, stravolgendo le tue ricerche, sono diventati delle vere e proprie pietre miliari, cambiando per sempre la tua percezione? Da buon separato in casa, il mio cervello si rivolge a me in seconda persona... Va da sé che la cosa richiedesse una lista, e una lista richiedesse del ragionamento, e del ragionamento chiedesse dell'impiego/perdita/furto/larceny di tempo/of time, in una perpetua coazione a ripetere. Un nastro di Moebius vagamente paranoico. Stilare un elenco si è quindi rivelato essere impresa assai più ardua del previsto, visto anche la mia maniacale tendenza a far cifra tonda mi obbliga a illogiche costrizioni numeriche. Superata la stesura (un paio d'ore per pensarla, due giorni di riflessione per decidere se appuntarla su carta o nel telefonino, dieci minuti - maledetto T9 - per digitarla sul secondo, tre per ricopiarla in Blogger), aggiungo quasi per scherzo gli anni e mi trovo di fronte a un'inquietante realtà: ho compilato la storia della mia vita. Un'autobiografia culturale, o giù di lì. Prendo in prestito a questo punto, per l'ultima chiosa introduttiva, la Genesi di Guccini: 
Restò pensoso e gli parve un po' strano, ma scosse il capo: chi non fa non falla.
Neanche troppo pensoso, in fin dei conti. Un sughero adora farsi trascinare dalla corrente (nella vita precedente ero il turacciolo di uno Château d'Yquem d'annata). Autobiografia sia, allora...
Era una notte di agosto del 1980: nell'ospedale di Tirano, al terzo piano, veniva alla luce... Ok, basta, mi sono già stancato: va bene prenderla larga, però c'è un limite! Di seguito la lista (preceduto dall'anno di "acquisizione"), con annessa breve trattazione. Invito tutti i lettori (tre o quattro, mica di più) a fare lo stesso "gioco": l'esito è sorprendente.

1988 - Il circo 

(Charlie Caplin, cinema)

Proto-larceny, o archeo-larceny o forse the greatest larceny. Ricordo che un tempo (terribile a dirsi...), Raitre passava in prima serata, nei giorni a ridosso del Natale, i classici muti di Charlie Chaplin. Se qualcuno ancora li guardasse, davvero non saprei dirlo: a quei tempi la TV pubblica non si occupava esclusivamente di profitti e la terza rete era un'oasi di cultura (questo me lo dicono, io avevo solo otto anni). In poche parole, quello che adesso succede su alcuni piccoli canali satellitari... Poi il muto è scivolato al mattina e poi, slitta slitta, ha trovato una collocazione instabile e fortunose in rare nottate. Orari antelucani, ça va sans dire... La mia personale Combray può essere senza dubbio localizzata nel realissimo salotto vintage (una volta si sarebbe detto demodè o più volgarmente vecchio) dei miei nonni, dove io e il nonno guardavamo la TV su due enormi poltrone di velluto a coste. Il circo è il primo film "alto" di cui io conservi memoria. Un'aura, più che altro, perché avrei difficoltà ad isolare persino i dettagli della trama. La sensazione che serbo è di qualcosa che mi piacque moltissimo. Quel giorno (doveva essere il 23 dicembre 1988, o giù di lì) io mica ancora lo sapevo, ma avevo incontrato la cosa-che-avrebbe-determinato-il-mio-futuro. Al rientro a scuola, uno dei "temini" assegnati dalla maestra chiedeva di raccontare un film. I miei compagni, complice un'atroce prima TV Canale 5, si erano buttati in massa su Fratelli d'Italia, dei Vanzina (i nonni, bontà loro, non mi lasciavano vedere queste cose: troppe parolacce). Io, Chaplin. Il muto mi aveva stregato. Il Cinema mi aveva stregato. Di lì a pochi anni, avrei capito che quella era la mia strada. Anni fa comperai il dvd, per conservare la traccia. Non l'ho mai più voluto rivedere.

1990 - Il Vecchio e il Mare 

(Ernest Hemingway, letteratura)

Manco a dirlo, l'imprinting culturale maggiore io l'ho ricevuto alle scuole elementari, in un edificio giallastro vecchio quanto la nazione, circondato da un parco dove ogni robinia piantata è un caduto della Grande Guerra. Merito, soprattutto, di una maestra all'antica: grembiule azzurro, modi decisi e tanta passione. La maestra Aurelia, così si chiamava, a partire dalla terza elementare aveva istituito una piccola biblioteca di classe, suggerendo (ok, no: imponendo) a ognuno di noi di leggere di tanto in tanto un libro. Nel 1990 frequentavo la quarta elementare. Il libro più ambito era la prima edizione cartonata de La torta in cielo di Gianni Rodari, con illustrazioni di Bruno Munari (sai mai che quel primo contatto con il più grande designer di tutti i tempi mi abbia inconsciamente segnato già in tenera età...): quelle descrizioni di una torta grande quanto un Ufo solleticavano più di un palato. Quando l'Einaudi, un paio di anni fa, ne ha riproposto una ristampa anastatica, ho fatto un autentico tuffo nel passato... C'erano i classici (dell'epoca)  Heidi, Pippi Calzelunghe, etc. Vi erano poi, arrivati da poco, alcuni nuovi libri, degli orribili cartonati tutti uguali, con copertine monocromatiche piuttosto ributtanti: le scelte editoriali per i ragazzi degli anni Ottanta erano quantomeno  arretrate. Ma c'era un titolo che mi attirava: Il vecchio e il mare, di Ernest Hemingway. Mi attirava, lo dico senza vergogna, perché mia madre, gran lettrice, avendolo dovuto leggere a scuola, lo detestava con tutto il cuore. Sarà stato il fascino di una pseudo-ribellione, ma cominciai a leggerlo. La storia, per un piccolo che ancora il mare non l'aveva mai visto (sarebbe successo di lì a poco, dopo i Mondiali), era irresistibile: il vecchio pescatore Santiago ingaggia una lotta senza quartiere con il più grosso Marlin che si fosse mai visto fin ad allora. La vince, ma la Natura (sotto forma di squali) gli nega il trofeo. Non riuscivo a staccarmi: finivo gli esercizi prima di tutti, e mi buttavo a capofitto nella lettura. C'erano le parolacce ("Aguamala, brutta puttana!")! E c'era uno scrittore cui non importava niente che io capissi. E c'era un finale tristissimo: quando il ragazzo chiede al vecchio di poter conservare la spada del Marlin, a me era salito il nodo alla gola. E, su tutto, c'era il linguaggio scarno, metafisico ("strano" avrei detto all'epoca) di Hemingway nella traduzione di Fernanda Pivano. In quei pochi giorni di lettura, ho scoperto cos'è la Letteratura. L'amore, di molto posteriore, per Edgar Lee Masters, John Steinbeck e soprattutto Cormac McCarthy (e anche Springsteen, perché no?), è nato lì, su un vecchio banco vicino alla finestra che dà su un parco di robinie.

1994 - Il Signore degli Anelli 

(J.R.R. Tolkien, letteratura)

Nulla come la scuola media per minare le passioni embrionali di un pre-adolescente: linguaggio da caserma, acne, odori da fermentazione e ormoni grossi come tacchini che ti becchettano le caviglie. Si aggiungano graziosissime compagne con gli occhioni blu e il gioco è fatto. Il colpo di grazie è poi dato dalle terribili campagne estive di letture obbligatorie per evitare agghiaccianti involuzioni nell'uso della lingua italiana. Nell'estate del 1992 (passaggio tra prima e seconda media, e odore ancora passabile) la lista era regionale e i libri si prendevano in biblioteca. Prima lettura, nonché primo libro preso in biblioteca, e inizio della mia love story con detto luogo: Christine Nostlinger (autrice invero apprezzabile), Ma che nano ti salta in testa? Se penso che un adolescente contemporaneo può leggersi un capolavoro come Skellig (e neppure lo fa!) mi prende un raptus. Seconda lettura: Lo hobbit, nella bella edizione filologica della Rusconi. E inizio della corte serrata al Moloch da 1300 pagine, testo base di molti fascistelli (fortunatamente non lo sapevo, già all'epoca avevo precise idee politiche), Il Signore degli Anelli. Di estrazione proletaria, le 42 mila lire del prezzo costituivano un ostacolo quasi insormontabile. Riuscii a ottenerlo un anno più tardi attraverso un escamotage geniale quanto involontario: arrivai a casa col libro prestatomi da un compagno ("Ti sei fatto prestare un libro! Orrore! Non si fa! Eccoti i soldi: vai a prenderlo oggi stesso". Grazie, nonna). Ora, un conto è averlo, un altro leggerlo. Il Signore degli Anelli non assomigliava a nulla che avessi letto fin ad allora: era lento, epico, complesso. Tre tentativi di lettura abortiti, e tutti allo stesso capitolo: Il consiglio di Elrond, suppergiù a pagina 300. Un quarto, disperato, subito dopo l'esame di terza media, in quel momento tragicissimo in cui si realizza che davanti a te ci sono tre mesi senza un cacchio da fare (e in più stai per andare al Liceo Classico, vedi di darti un tono!). Un mese per riportarmi sul punto X, una settimana per le altre mille pagine. E un'immersione nella storia da sfiorare il cosplay (ché grazie a Dio che all'epoca mica si sapeva cosa fosse, 'sto cosplay!). Alienazione credo che sia il termine giusto. Nei successivi due anni lo rilessi due volte, condendole con l'impossibile ricerca di un fantasy che lo eguagliasse, e conseguente marea di delusioni mitigate solo dal comunque inferiore Terry Brooks. Un articolo sul giornalino del liceo sulla comparazione Tolkien/Brooks è stata la mia prima uscita pubblica, il primo post, quando ancora non si chiamavano così.

1996 - Apocalypse Now / Toro Scatenato 

(F.F. Coppola / M. Scorsese, cinema)

Chi ricorda l'adolescenza come l'epoca più bella dovrebbe smetterla con l'alcool. Non lo è. No. Non per me, e dato che io sono la mia misura del mondo, no per nessuno. La palla (il blog) è mia (o) e ci gioco io, ecco! Letterariamente ero bloccato dall'inebriante universo tolkeniano, scolasticamente mi ero scoperto chiavica, musicalmente ero fermo agli 883 (alla suicide-friendly Come mai, per l'esattezza, ma con sconfinamenti fino a Certe Notti di Ligabue, io che un autogrill non l'avevo mai visto...). Il cinema, per uno che, fantozzianamente, dovendo prendere il treno alle 6.50 metteva la sveglia alle 5.00 (!) diventava una passione proibitiva. A meno di realizzare che i pomeriggi trascorsi bellamente a NON studiare potevano persino essere impiegati a guardare uno-due-facciamodieci film. Collezionavo da anni le schede/cartolina di Ciak, ed ero già un discreto appassionato di cinema: pochissima storia, ma molto Hollywood contemporaneo, con punte estetiche riconosciute negli Academy Awarded Balla coi Lupi (poi un po' svalutato), Schindler's List (glorificato fino a Lanzmann, poi ridimensionato), più Full Metal Jacket, primo amore kubrickiano (ma nell'imbarazzante censuratissima prima versione TV). Del grande cinema, poche conoscenze, e solo nozionistiche: ero un pargolo rispettoso della censura. Ma a 16 anni i tempi erano maturi e, incredibile auditu!, la sfornita videoteca locale era fornita di alcuni classici. Un felice ossimoro, n'est-ce pas? La visione di Apocalypse Now è stato come essere travolti da un treno e uscirne illesi. Oppure come farsi di acido, credo (non intendo effettuare una prova sperimentale). E' stato il secondo, scioccante step della mia ricerca cinematografica. Non ero ancora in grado di leggere i diversi livelli di analisi (Vietnam/Conrad/Nietzsche/Dante, forse un giorno ne scriverò) ma che spettacolo! E The End dei Doors (io, ignorante, pensavo fossero tre canzoni differenti) a punteggiarlo! Era così totale da impedirmi una classificazione, una gesamtkunstwerk rock. Ovviamente senza la cognizione che lo fosse. Una cosa era certa: se quello era il Cinema, io avevo trovato la mia strada. La quasi immediatamente successiva visione di Toro Scatenato, è stato il treno di prima che, accortosi che ero illeso, fa retromarcia e mi reinveste a tutta velocità. Sempre senza danno. Coppola è stata la sveglia che improvvisamente suona, Scorsese la successiva secchiata d'acqua gelata. Il bianco e nero supercontrastato, gli incontri ripresi come proiezione dello stato mentale di Jake La Motta, la violenza, la scoperta dell'effetto vertigo, la performance sovrumana di Robert De Niro: in poche parole, lo stile, baby! E io lo stile, la forma, non avevo ancora capito cosa fossero, prima. Non so quante volte l'ho rivisto, e quanti poveri/e adolescenti complessati/e ho martirizzato costringendoli/e a vederlo (ovviamente un'eventuale opinione negativa non era nel modo più assoluto contemplata). So che alla fine c'era una citazione del Vangelo secondo Giovanni che traducevo solo a fatica:
So, for the second time, the Pharisees summoned the man who had been blind and said:
"Speak the truth before God.
We know this fellow is a sinner."
"Whether or not he is a sinner, I do not know,"
The man replied.
"All I know is this:
Once I was blind and now I can see".
- John IX, 24-26 / the New English Bible
Once I was blind and now I can see: prima ero cieco e ora ci vedo. Senza retorica, per me è andata esattamente così.

1997 - Crêuza de Mä

(Fabrizio De André, musica)

Ho avuto il mio primo lettore cd (acquistato con i miei soldi, tra l'altro), all'età di vent'anni. Decisamente tardi, rispetto agli standard. Va da sé che la mia cultura musicale fosse molto arretrata. Fino ai sedici, ascoltavo robetta, pur riuscendo a salvarmi dall'atroce musica disco-dance del periodo. Ascoltavo è comunque una parola grossa: diciamo che sentivo, più che altro. In quegli anni, La Repubblica distribuiva, tutti i giovedì, un bellissimo inserto chiamato Musica!: chi di voi non l'avesse mai letto, sappia che si è perso qualcosa di davvero bello. Era un giornale a colori formato tabloid, che si occupava di musica, ovviamente, ma anche di libri (lì ho scoperto Pynchon), fumetti, cinema, etc. E' uscito per un paio d'anni, e poi sostituito da altro. Ogni settimana, una rubrica ripescava dal passato un disco particolarmente meritevole. Un giorno, l'album è Crêuza de Mä di Fabrizio De André. Conoscevo pochissimo all'epoca di lui: Boccadirosa, La canzone di Marinella e, lontana reminiscenza delle elementari, Don Raffaè. Un ascolto vero, mai. La recensione era scritta così bene che non potevo non ascoltarlo. Il cd era facilmente reperibile, la musicassetta non così. Due negozi specializzati al paesello: niente. Un paio di librerie, nemmeno. Ma a Sondrio sì. Presi il treno (erano le vacanze di Pasqua, credo) ed avevo la cassetta. Non che io ricercassi l'high fidelity. Mi bastava un pessimo stereo di un'innominabile sottomarca. Il lo-fi, così grunge, così alternative (diciamocelo: così da morto di fame), era la mia religione. In camera, seduto sulla moquette, mi accingo all'ascolto. Parte uno strano suono, una gaida. Poi voci che gridano in un dialetto arcaico, poi le percussioni e la voce profonda di De André per la title track. Trasportato improvvisamente fuori di me, fuori da quella stanza, da quella brutta moquette scozzese, da quel paesino tra le montagne. Catapultato nel porto di una città che ancora oggi non ho visto, Genova, e poi nel Magreb di Jamín-A, nella Palestina della straziante Sidún, nella Turchia antica di Sinàn-Capudàn-Pascià, poi di nuovo a Genova per  pittima e  duménega, e poi chissà dove, ma lontano dalla patria (D'ä mê riva). Senza muovermi. In trentatré minuti e spiccioli. Ipnotizzato da una lingua che trova la base nel dialetto genovese, ma che si ramifica in tutte gli idiomi di un mare, il Mediterraneo, di cui mi sembrava di sentire l'odore, ma che avrei visto per la prima volta quasi dieci anni dopo. Da quel momento, e per un bel po', sono stato diviso dalla tentazione di ascoltarlo in loop oppure centellinarlo, per godermelo a lungo (e non rovinare il nastro: le ventimila lire del prezzo erano una cifra della quale non disponevo spesso). A ruota è arrivato Guccini, poi Bob Dylan, infine (ma in epoca di cd), Tom Waits, Bruce Springsteen e tutti gli altri. Ma nulla mi ha più trasmesso la fascinazione, quasi disturbante, di quel primo ascolto.

1999 - Kaddish

(Allen Ginsberg, letteratura)

Il passaggio all'età adulta avviene in modi misteriosi e imprevedibili. Spesse volte è una catarsi. Sempre si tratta di un punto di non ritorno. Un pastore tuvino diventa uomo quando sa domare un cavallo selvaggio. In altri tempi avveniva andando in guerra. Nella civiltà contadina bisognava sposarsi. Nella Valtellina di fine millennio, dove anche un proletario in fondo è benestante, le occasioni di crescita latitavano. Specie per un ragazzo cui ancora non interessano né macchine né mogli (e pure riformato alla visita di leva), uno che aveva trascorso la sua vita in un mondo parallelo di libri e film. Chiaro ed evidente che il passaggio, almeno simbolicamente, dovesse avvenire su quel terreno. Conobbi le poesie di Allen Ginsberg per caso, verso i 18 anni. Urlo, in primis, poi la quarta parte di Kaddish. Le trovavo ripugnanti, semplicemente. Mai letto niente del genere e, pur non essendo mai stato omofobo, certe immagini mi disturbavano. Non capivo qual'era il senso, dov'era la poesia. Non ero ancora pronto, ecco tutto. Ma a diciannove anni, nel 1999, ho sentito che dovevo ritentare. Kaddish, in un qualche modo, mi chiamava. Era un magma denso di immagini terribili e bellissime, la più sconvolgente dichiarazione d'amore filiale mai messa per iscritto. E' stato un processo lento, difficile e costellato da numerosi fallimenti. Mi sono arenato decine di volte, e decine di volte ancora ho ripreso il largo. Nello stesso anno ho letto Horcynus Orca, di Stefano d'Arrigo (ero in una fase di estrema sperimentazione), ma nemmeno quelle 1300 pagine di linguaggio orfico mi causavano tutti quei tormenti. Poi, a piano a piano, Ginsberg ha svelato tutta la sua grandezza. Le ventotto ripetizioni, a mo' di giaculatoria, della locuzione "coi tuoi occhi" declinata di volta in volta con le diverse fasi della vita della madre Naomi (morta folle in manicomio) sono probabilmente la cosa che più amo in letteratura. Kaddish, lentamente, divenne una specie di ossessione. Ore di ricerche, meditazioni, letture. Contestualmente, il folle progetto di un reading completo da portare in tutta la Valle (realizzato poi nella stagione 2003/2004). Soprattutto, la lettura quasi totale dell'opera omnia di Ginsberg. E una serie di paure, preconcetti e, forse, pregiudizi, spariti per sempre.

1999 - Heimat 2

(Edgar Reitz, cinema)

Chi non desidera un'impresa di cui vantarsi al bar con gli amici? Una di quelle che si ricicleranno in futuro per tormentare i nipotini? Come tutti i bambini (beh, quasi tutti), il regalo di Natale imprescindibile era per me il Guinness dei Primati. Credo di aver allenato la mia memoria su quel libro, e che la cosa abbia poi dato i suoi frutti. Ho ricevuto l'ultimo GdP, se non sbaglio, nel 1994. Lì era cambiato, dopo anni, il record che più mi interessava: "il film più lungo del mondo", che risultava essere tale Die zweite Heimat - Chronik einer Jugend, di Edgar Reitz, un mattone tedesco di 1532 minuti. Due anni dopo, il mio primo dizionario dei film, il Mereghetti. E lì mi ritrovo il filmone, e scopro che è pure un sequel (ok, il 2 nel titolo poteva persino farmelo intuire...), e soprattutto che è un grosso capolavoro. Nel 1998 L'Unità comincia la pubblicazione settimanale delle videocassette. A scapito di enormi sacrifici, procedo all'acquisto. E' l'anno della maturità, per quanto io sia un pessimo studente, non ho tutto quel tempo. si rimanda all'estate (è curioso come queste imprese titaniche" io le abbia sempre compiute nelle estati. Il giorno buono sembra presentarsi il 31 agosto, una di quelle rare occasioni in cui la casa (padre-madre-quattrofigli) è vuota. Sex, drug/alcool & rock 'n roll? Suvvia, non siamo così banali! Spaghetti alla carbonara (mezzo chilo, giusto per non sbagliarsi...), tavolinetto davanti alla TV, luci spente, e Heimat 2. Non uno, ma ben due episodi. E la consapevolezza che il terzo punto di svolta cinematografico era giunto. I tredici capitoli consumati in dodici giorni, più tre altri per elaborare il lutto da distacco. Gli occhi sempre pieni di immagini. La ferma volontà di scriverne, per serbarne memoria: all'epoca non mi risultava così doloroso, eppure quella volta non l'ho fatto. E di nuovo, la ricerca, quasi ossessiva, del primo Heimat (l'edicolante mi aveva perso due vhs...). Li ho avuti tutti, finalmente, durante il mio primo corso di cinema, ventiquattrenne a Bormio nel 2004, davanti a una quarantina di partecipanti ché potevano essere miei zii i più giovani, e genitori e nonni tutti gli altri. Heimat era ormai una trilogia, e la durata passava allegramente le 55 ore. Ma è un'opera così letteraria, così piena di vita, così "aderente", che non potevo non innamorarmene. Credo di essere uno dei pochi ad averla vista due volte (Heimat 2 tre, in realtà). Ne sono uscito con la ferma volontà, mai ovviamente applicata, di imparare il tedesco e di vivere un giorno in Germania. Un'ubriacatura estetica, forse. Ma la migliore possibile, questo senz'ombra di dubbio.

2001 - I fiori blu

(Raymond Queneau, letteratura)

Siete mai stati chiamati da un libro? Intendo, un libro di cui vedete solo il dorso, senza quindi farvi attirare (leggi: fregare) dalla copertina? Non aveva nulla di speciale, I fiori blu di Raymond Queneau. Solo il colore del detto dorso, blu elettrico, anziché azzurrognolo: collana "scrittori tradotti da scrittori". Tanto basta per allungare il braccio e toglierlo dallo scaffale. Di Queneau non sapevo assolutamente nulla, se non una lontana reminiscenza delle medie che trattava di una micro-storia riproposta in moltissimi modi diversi (Esercizi di stile, ma non riuscivo a fare il collegamento). Poi il termine "fantasmagoria" e "giochi di parole". Bastava poco, a 17 anni, con un libraio-complice disposto a far credito. Per quattro anni, il libro è passato, intonso, dal negozio alla mia libreria (la lunga fermentazione/invecchiamento del tomo è tuttora uno dei miei sistemi di lettura favoriti). L'ho iniziato con l'idea di qualcosa di leggero e divertente. Idea perfettamente appagata. Lo humour di Queneau è aggraziato, garbatissimo, e al contempo folle e anarchico. Le anomalie della trama (il sogno nel sogno, i continui e precisissimi salti temporali del Duca d'Auge fino a incontrare il proprio alter/ego Cidrolin), apparivano inizialmente come una simpatica bizzarria. E' senza dubbio, come quasi tutta l'opera dello scrittore francese, un romanzo per enigmisti, gente disposta a non prendersi troppo sul serio, e a calarsi nel sottotesto per risolvere tracce e calembours nascosti. Che si trattasse della cosa più complessa che avessi mai letto, e che, senza colpo ferire, mi ero inoculato di straforo una grossa dose di teorie bergsoniane, l'ho realizzato solo alla fine, con il bellissimo saggio di Italo Calvino, traduttore (d')eccezion(al)e. Usare al massimo la tecnica senza mostrarla è l'imperativo categorico di ogni scuola di teatro. Queneau fa lo stesso con questo libro, il suo capolavoro. Ne ho poi letto l'opera omnia (o quasi), aprendomi verso l'ipertestualità, il postmodernismo, l'interazione arte-scienza. E quando in Francia sono riuscito a procurarmi una copia dello straordinario Cent Mille Milliards de Poèmes, probabilmente il più geniale esperimento letterario di sempre, il cerchio si è chiuso. Dieci anni di assoluto divertimento, di grandi possibilità, di nuove strade aperte. E un debito "culturale", il più profondo che io abbia mai contratto. Se dovessi, in qualche modo, indicare il mio libro preferito, quello che porterei con me sull'isola deserta, pur sospirando per altri, credo non avrei dubbi: I fiori blu di Raymond Queneau.

2007 - Shoah

(Claude Lanzmann, cinema)

Ho sempre sfuggito tutti i discorsi di etica legati all'arte. Credo fermamente che la dicotomia Arte/Vita non conosca alcun punto di contatto. Ciononostante, il problema etico esiste, eccome. La discussione sulle difficoltà nel rappresentare la Shoah esisto dai tempi del celeberrimo diktat di Adorno:
"Dopo Auschwitz, nessuna poesia,  nessuna forma d'arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile. Il rapporto delle cose non può stabilirsi che in un terreno vago, in una specie di no man's land filosofica"
In effetti, misurarsi con sei milioni di morti non è affare da poco. Chiunque vi abbia provato è finito, in qualche modo, a commettere alcuni errori, a volte imperdonabili. Non ci si stupisca quindi se il primo grande film di fiction sullo sterminio degli ebrei, Schindler's List, sia arrivato solo nel 1993. Prima però del 2007, anno della mirabilissima iniziativa di Einaudi di pubblicarne libro + 4 dvd in cofanetto, non conoscevo, o meglio, conoscevo solo superficialmente, un nome o poco più, la figura di Claude Lanzmann. Francese, classe 1925, intellettuale di altissima levatura nonché uomo dal pessimo carattere (un autentico modello, per uno come me...), ha speso undici anni della sua vita (1974-1985) nella realizzazione dell'Opera Totale su quello che fino ad allora era conosciuto come Olocausto: Shoah, 570 minuti senza fiato, nessun'immagine d'archivio, nessuna concessione allo spettacolo, non una nota di colonna sonora. Ma parole, parole, parole, silenzi, occhi, domande. Un'opera definitiva, totalizzante, ipnotica. Necessaria. Vedere Shoah equivale a uno shock. E' esteticamente un capolavoro, pur eliminando ogni movimento di macchina, pur rinunciando a ogni forma di doppiaggio, preferendogli saggiamente l'interprete in campo. E lo è eticamente, per come si pone all'argomento, con fermezza e umanità (si veda la celeberrima intervista nel salone da parrucchiere). Si dice spesso che esiste un modo di intendere il cinema prima di Shoah, e uno dopo. E' assolutamente vero. L'ho visto in quattro sere, seduto su una sedia di legno, per evitare cedimenti. L'ho portato con me ovunque, ho creato su di esso un corso per le scuole. Sono diventato un acceso sostenitore del suo utilizzo didattico, integrale o a segmenti: in Francia, dove pure l'atteggiamento ministeriale sulla materia è come minimo ambiguo, lo stesso Lanzmann ha accettato di montarne un'edizione "corta" (si fa per dire: passa le tre ore...) con una ricca guida per le scuole. Di certo, la più intensa esperienza cinematografica di tutta la mia vita.

2010 - Codex Seraphinianus

(Luigi Serafini, arte)

L'ultimo dei grandi larcenies of time della mia vita è un libro/nonlibro che, a rigor di logica, avrei dovuto incrociare molto prima nel mio cammino, e non in un modo così assolutamente casuale (sulla genesi del mio incontro, si veda il post del 15 dicembre 2012). Si direbbe che, in un qualche modo, il Codex Seraphinianus, opera geniale e inclassificabile di Luigi Serafini, sia stato parte sempre della mia vita, una specie di manuale di istruzioni. Perché il Codex è senz'altro un libro, il Libro per eccellenza, un'Enciclopedia, con tanto di sezioni, paragrafi, sommari, apparati, illustrazioni. Ma allo stesso tempo è un nonlibro per una sola semplice ragione: non può essere letto. Le illustrazioni sono un capolavoro di surrealismo, e al contempo una sintesi di molta arte del XX secolo, dal futurismo, al dadaismo, a un certo strutturalismo. Ma è la lingua a contare, stesa in un alfabeto perfettamente logico e perfettamente illeggibile. Non scarabocchi, sia chiaro: le lettere sono chiarissime. Semplicemente sono indecifrabili, rendendo il termine codex una sorta di ambiguo ossimoro, in assenza di un metodo di decodificazione: si può parlare di codice se non può essere capito? Amo definirlo "il libro perfetto per una domenica di pioggia". Ci si siede in poltrona, davanti a una tazza di roiboos fumante (magari anche una fetta di torta di mele: coccolarsi non è peccato), ci si ferma su una pagina e si comincia a sognare. Serafini, tra tanti meriti, ne ha uno che lo rende un benefattore: ci obbliga a tornare bimbi di quattro anni, i quali, badate bene, non fingono di leggere (non puoi fingere ciò che non conosci), ma leggono a modo loro, magari tenendo il libro al contrario sulle ginocchia. Ci dice questo il Codex: siate liberi! Immaginate! Un'altro universo è possibile, ecco cosa ci mostra, al di là di chi vorrebbe vederne la genesi in un racconto di Borges, Tlön, Uqbar, Orbis Tertius. Il potere del Codex è di sganciarci dalla realtà, pur tenendoci ancorati alla logica che la domina. Tra regalate e fatte comperare, sono responsabile di più di dieci copie (lode a Rizzoli, che l'ha ristampato dalla costosissima prima edizione per FMR a un prezzo non economico ma di certo ragionevole). Con Shoah, è l'unico larceny ad avermi seguito (e con grande profitto!) nel mio anno di autoesilio francese. Dopo tanti larceny che hanno strutturato il mio pensiero, il Codex Seraphinianus è quello che la liberato da tutte le strutture. Il più grande di tutti.

Volevo fare un catalogo delle mie passioni. Ne è uscita la storia della mia vita (o almeno la sua parte più interessante). Mi sento un po' vuoto. Mi sento felice.

martedì 18 dicembre 2012

Cose che non zi possino dementecare... Terra Matta di Vincenzo Rabito: un libro, un film

300; giorni; senza; scrivere; niente; epoi; 3; giorni; per; scrivere; di; unalbero; e; poi; neanche; uno; dopo; per; scrivere; di; un; libro; che; non; e; un; libro; senza; ragione; e; solo; perche; mi; va;
Immaginatevi che questo post sia scritto interamente così, una sorta di stream of consciousness sgrammaticato e con un uso ipertrofico della punteggiatura. Immaginatelo scritto di notte, digitato un dito alla volta (beh, per quest'ultima faccenduola realtà e fantasia praticamente coincidono...), in una stanza chiusa a chiave, con una vecchissima macchina da scrivere. Immaginatevi il dattiloscritto "rilegato" con lo spago, e a sua volta chiuso a chiave in un cassetto. Immaginatevi questo rito di scrittura ripetuto per anni e anni e anni, fino ad avere un lavoro enorme, 1027 pagine senza margini e a interlinea zero. Immaginatevi infine che io sia analfabeta (spiritosi...). Fatto? Bravi! Allora siete pronti... Parliamo di Terra Matta di Vincenzo Rabito, e del bellissimo terramatta; di Costanza Quatriglio.

TERRA MATTA


Debbo la scoperta di questo straordinario capolavoro al mai abbastanza glorificato Tuttolibri, il settimanale letterario del quotidiano La Stampa, da almeno un decennio appuntamento fisso dei miei sabati mattina in biblioteca. Il mio occhio viene attirato dal titolo della prima pagina, che rimanda al pezzo di apertura, a firma (rara) di uno dei grandi vecchi della letteratura italiana, Mario Rigoni Stern (di cui non ho mai letto nulla, e me ne vergogno non poco: diciamo che lo tengo in serbo per i giorni di magra): Il secolo del teron - Un Verga proletario. Chi mi conosce, sa della mia viscerale allergia all'Ottocento, e dovrebbe pertanto stupirsi che, con cotal nome nel titolo, io mi sia messo alla lettura (sono assai schizzinoso, di norma). In effetti, me ne stupisco anch'io. Se io fossi un fanatico del destino, delle coincidenze, o dei messaggi divini, direi che il libro mi ha chiamato. Ma le probabilità che io la pensi così sono le stesse di vedermi attraversare la via principale del mio paesino vestito solo di un tutù rosa (di tulle, ça va sans dire...). Ad ogni modo, per convincermi che si trattava del libro per me sono servite poche, pochissime righe. Di lì a procurarmelo è stato affare di pochissimo tempo. Posso dire che, a lettura ultimata (tre giorni?), la mia percezione della letteratura è radicalmente, e per sempre, cambiata. Il perché è presto detto: Rabito era sì, come si anticipava/lasciava a intendere nel cappello introduttivo, un analfabeta, ma aveva ciò che il 99% dei mestieranti della scrittura bramano avere: un talento straordinario, un fuoco di raccontarsi che gli bruciava dentro. Premetto che ancora non ho avuto occasioni di visitare quel sancta sanctorum della memorie italiche che è l'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano dove il dattiloscritto è custodito. Ne posseggo solo una cartolina inviatami da un amico, ma mi riprometto al più presto di colmare la lacuna. L'edizione pubblicata da Einaudi ne è una versione ottimamente ridotta e resa "leggibile" (calmando la "furia ortografica" dell'autore, soprattutto) da Luca Ricci ed Evelina Santangelo. Certo, l'idea di poterne usufruire un giorno di un'edizione "filologica" sarebbe di certo interessante...
Rabito vuole scrivere la sua storia (per quale pubblico non è dato realmente di sapere). Chissenefrega se non è mai andato a scuola, "che restaie completamente inafabeto", se non scrive mai due volte una parola nello stesso modo, se spesso le sue frasi diventano dei labirinti senza via d'uscita. Il talento non chiede istruzione né ortografia, al limite può sfruttarle, di certo non ne è subordinato. Lentamente, faticosamente, ostinatamente, inizia il suo racconto, in un modo che già nella sua forma deve farci riflettere:
"Questa è la bella vita che ho fatto il sotto scritto Rabito Vincenzo, nato in via Corsica a Chiaramonte Qulfe, d'allora provincia di Siraqusa, figlio di fu Salvatore e di Qurriere Salvatrice, chilassa 31 marzo 1899, e per sventura domiciliato nellas via Tommaso Chiavola. la sua vita fu molta maletratata e molto travagliata e molto desprezata."
Non si limita a registrare gli eventi (l'incipit non può che ricordarci quello di un altro celebre memoriale, Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello..., sempre edito da Einaudi): vuole commentare, chiosare, quasi (e spesso) sfogarsi. Ragazzo del '99, dopo un'infanzia da bracciante agricolo, sempre alla ricerca di qualche soldo da portare alla madre vedova e ai numerosi fratellini, si ritrova di fronte alla grande tragedia della sua generazione, la Prima Guerra Mondiale. La lunghissima parte dedicata all'evento meriterebbe un discorso a sé. Rivedendo poco tempo fa quello straordinario capolavoro che è La Grande Guerra di Mario Monicelli, mi sono quasi stupito di non trovare il piccolo Rabito nelle inquadrature. Il suo racconto della disastrosa vittoria (ossimoro voluto) di Gorizia, del Piave, di Monte Fiore sono un autentico sunto di tutti i vizi e le virtù dell'italiano medio, così come lo sono le vicende filmiche di Giovanni Busacca (Vittorio Gassman) e Oreste Jacovacci (Alberto Sordi). Non è un eroe, Rabito, o almeno non vuole esserlo. Non combatte per la Patria ("la butana madre padria"), né per la gloria, ma solo per portare a casa la pelle e mandare a casa il suo magro stipendio, tanto da farsi fare zappatore per 1 soldo in più al giorno... Quanto si troverà suo malgrado nel bel mezzo della Storia, a Vittorio Veneto, non sa capacitarsi né di sé stesso, né delle conseguenze:
"Perché noi, quelle che per fortuna ancora erimo vive, arrevammo nella sua posizione con la scuma nella bocca come cane arrabiate. E tutte quelle che trovammo l'abiammo scannate come li agnelle nella festa di Pascua e come li maiala. Perché in quello momento descraziato non erimo cristiane, ma erimo deventate tante macillaie, tante boia, e io stesso diceva: «Ma come maie Vincenzo Rabito può essere diventato così carnifece in quella matenata del 28 ottobre?» Che io, durante tutta la querra che aveva fatto, quanto vedeva a qualche poviro cechino ferito, se ci poteva dare aiuto, ci lo dava. Ma in quella matina del 28 ottobre era deventato un vero cane vasto, che non conosci il padrone, che fu propia in queste sanquinose ciorne che mi hanno proposto una midaglia a valore miletare..."
Senza commentare, senza insinuare che forse proprio per essere diventato un boia ha ricevuto la medaglia. Nello stesso modo racconta l'abominio più terribile, uno stupro di guerra. E' un candido, Rabito, un uomo di valori come minimo arcaici, un ultimo catapultato in un'epoca di grandi cambiamenti, un contadino che attraversa la Storia in modo del tutto inconsapevole, antenato e progenitore dell'incanto protagonista di Reality di Garrone. E allora via col Fascismo, vissuto da complice incolpevole, spedito in Eritrea con la promessa della terra, e ritrovatosi di nuovo col moschetto in mano. Poi un matrimonio combinato che non smette mai di maledire, una suocera terribile, il continuo oscillare da un partito all'altro (rimanendo però, e lo ribadisce continuamente, socialista per nascita) alla ricerca di un posto fisso, che poi si materializzerà come cantoniere, la gioia di uno dei tre adorati figli laureato ("Io mi sono speventato , sentento dire «lauriato di incegniere». Io, che quanto vedeva uno miserabile ceiometra passare della strada per la solveglianza, che facevino tremare... e ora aveva un figlio incegniere!"). Il tutto senza mai scordare un certo umorismo che ulteriormente contribuisce a rendercelo umano, simpatico, spesso famigliare. E se, alla fine del libro, lui afferma che non potrà mai dimenticare la prima torta di compleanno, ricevuta a oltre settant'anni da un'amica del figlio minore ("di una delle più meglio famiglie di Bologna"), il lettore di certo non può dimenticare nemmeno una delle sue avventure ("Se all'uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darracontare" chiosa dopo aver riportato un episodio imbarazzante di cui chiunque altro avrebbe taciuto). Anche se devo ammetterlo: approcciandomi alla lettura temevo che l'enorme distanza tra la Sicilia e i miei monti potesse costituire un'invalicabile barriera culturale che avrebbe generato un senso di straniamento. Nulla di tutto questo: Terra Matta è senz'ombra di dubbio il più straordinario compendio di storia italiana vista dal punto di vista di un ultimo, un libro che andrebbe caldamente consigliato (io già lo faccio da anni) a tutti gli studenti in procinto di affrontare l'ultimo anno di scuola superiore. I manuali ci spiegano i fatti, Rabito il senso. Un capolavoro, quindi, e una delle più rimarchevoli operazioni editoriali degli ultimi anni.

TERRAMATTA;


Ottimista come sono (!), ho accolto l'anno scorso i rumors che annunciavano la preparazione di un film tratto da Terra Matta (tra i miei libri-feticcio, si sarà capito), con enorme diffidenza. Anzi, diciamolo proprio chiaramente: con ostilità. Francamente temevo la banalizzazione "per immagini" di questo straordinario racconto orale messo per iscritto. Dapprima, disinformato, aborrivo l'idea di una drammatizzazione: ho visto sulla rete, non amandoli, gli spezzoni di una spettacolo teatrale di qualche anno fa (sospendo comunque il giudizio, le opere si affrontano solo per intero). Saputo poi che trattavasi di documentario, mi è nata una certa curiosità. Curiosità ampiamente soddisfatta dall'uscita in dvd quasi contemporanea alla presentazione a Venezia (nella nostra Italietta un'opera così non trova posto nella grande distribuzione...) di terramatta;*. Non credo di essere mai stato più felice di fare ammenda, e di essermi sbagliato: il film di Costanza Quatriglio è un vero gioiello, uno dei più importanti e innovativi prodotti del già fertile documentario italiano. Chi tra i lettori non ritenesse Cinema un documentario, faccia le seguenti cose:

  1. smetta immediatamente di leggere;
  2. vada in libreria, o in biblioteca, si faccia dare l'immenso Shoah di Claude Lanzmann (le cui nove ore e mezza di durata fungeranno da catarsi) e se lo guardi
  3. si vergogni.
Il documentario è forma nobilissima di cinema. E terramatta;, a modo suo, costituisce un unicum nel panorama nazionale. Prodotto dall'Istituto Luce attingendo in parte ai suoi straordinari archivi, il film ci presenta inizialmente le parole stesse di Vincenzo Rabito (lette magistralmente da Roberto Nobile che, alle indubbie capacità attoriali unisce il vantaggio di essere da sempre amico di uno dei figli, e di aver conosciuto autore e scritto "in diretta"), senza commenti. In pochi minuti ci troviamo a compiere un viaggio vertiginoso nella storia d'Italia. Le immagini della Sicilia odierna, dei luoghi "rabitiani", si mischiano a cinegiornali d'epoca (manco a dirlo, l'efficacia della sequenza sulla guerra, 18 minuti in tutto, è incredibile) e alle stesse parole del dattiloscritto, che scorrono nelle trincee, nell'Isonzo, che si negativizzano minacciose, su cui marciano soldati e uomini. Un utilizzo del montaggio che non può non rimandare il cinefilo (pur con le dovute cautele) a L'uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov. Ruolo importantissimo assume, in un'opera siffatta, la colonna sonora. Come comporla? Folklore siciliano? Classicheggiante? Magari di violini, con tutti gli annessi link psicologici alla Memoria? No: musica elettronica/rock, composta e scelta da Paolo Buonvino: davvero bellissimo, a tal proposito, l'uso della non-sense (o forse high sense?) song Celentano degli A Toy Orchestra (cliccate qui per la clip). In questo modo il racconto del nostro ragazzo del '99 siculo non viene storicizzato ma anzi attualizzato (ed è inevitabile il rimando alla prospettiva storiografica lanzmanniana). Nella sua storia passata rivediamo, e riviviamo, la nostra storia attuale: gioie, dolori, momenti alti, bassezze. 
Nel finale assistiamo invece all'incontro tra i tre figli e a qualche considerazione sulla genesi del memoriale. Ed è una sorpresa, alla fine, vedere delle rare immagini di un Rabito ormai ottuagenario. A chi non avesse letto il libro, la cosa apparirà piccola, ma per chi, come me, lo ha letto e riletto, il poter dare un volto a una voce divenuta così cara appare un regalo preziosissimo. 
Se questo film ha un pregio (e ne ha ben più d'uno), è quello di rendere accessibile, riportandolo all'oralità, quello che per iscritto scoraggerebbe alcuni. Dice bene Andrea Caramanna nella bella recensione sul sito sentieriselvaggi.it: "Il film di Quatriglio adesso dovrebbe esser diffuso nelle scuole, visto che l’apporto alla conoscenza storica degli studenti offerto da un documentario come Terramatta si potrebbe calcolare in mille volte superiore rispetto a qualunque degradante testo di Storia". Siamo a Natale, tempo di regali futili: un'accoppiata libro + dvd non lo sarebbe.

* sì, c'è il punto e virgola nel titolo, segno di interpunzione tanto caro a Rabito...

sabato 15 dicembre 2012

Little Story of a Little Tree... (ovvero: come trovai il libro più bello del mondo, o giù di lì)

300 giorni. Mica ciccioli... Tanto è passato dal mio ultimo post. Per uno che si riprometteva un aggiornamento settimanale (mai dichiarato, vivaddio), un lasso temporale simile equivale a una brusca presa di coscienza, tipo scoprire che Babbo Natale non esiste... Sarei felice di affermare che nulla, libro, film, musica, mi abbia "rubato del tempo" ma:
  1. si tratterebbe di ciò che tecnicamente non esiterei a definire una "balla clamorosa"
  2. pure se fosse vero (e ribadisco, non lo è), non mi manca la riserva
  3. ebbene sì: ho avuto da fare!
  4. un libro mi ha bloccato, proprio quello che, anni fa, aveva aperto le porte della mia limita(n)tissima percezione.
Quale libro? Già, quale... Ho paura che, scrivendone il titolo, io mi riblocchi (solo quattro tentativi già abortiti, che volete che sia!). Suvvia, sii uomo! Il Codex Seraphinianus! Ecchediamine! Anche perché non è del Codex che parlerai! (Giuro però che lo farò, "non so dirvi come è quando, ma un bel giorno..."). Al capolavoro di Luigi Serafini sono arrivato, al solito, attraverso un metodo raffinato ed efficacissimo, utilizzato più e più volte da insigni scienziati e pensatori: la serendipità. Ossia: cerchi una cosa e ne trovi un'altra. Lo so, al bar chiamerebbero questa cosa in un altro modo, ma, signori miei, questo è un blog, e non un bar... Tutto nasce da un altro libro, o meglio da un freddo sabato di febbraio del 2010. Gli ingredienti sono: Tuttolibri, un bellissimo blog (Tutta la carta del mondo), e Katsumi Komagata, designer e artista giapponese, classe 1953. A quel tempo muovevo i miei primi passi nel mondo dei libri, per così dire, "concettuali": Munari, i pop-up di Carter, etc. A Bologna era stato premiato un curioso piccolo libro giapponese, la storia di un alberello. All'apparenza, il tipico esempio di ciò che non avrei mai trovato. Quindi, il tipico esempio di ciò che mi getta nell'ostinata ricerca. Google! Mi imbatto subito nel suddetto blog (che del libercolo in questione riportava peraltro solo una foto), e, sfogliandolo (si dirà così?), cado sul Codex, e la mia vita cambia. Ma questa è un'altra storia...

Ellissi temporale. Venerdì 7 dicembre 2012. Milano, Libreria 121+, lo splendido atelier dell'Editrice Corraini. Nevica, molto più che sulle mie montagne. Sono lì per svariati motivi: acquisti su commissione, e curiosità varie. So che hanno qualcosa di Komagata (in Europa viene pubblicato in tirature decisamente limitate dai francesi de Les Trois Ourses), e qualcosa è effettivamente c'è, in bella mostra sul tavolo. Sono libri straordinari, quelli di Komagata, piccole storie in tinta pastello che sperimentano tutti i linguaggi della carta: materiali, forme, spessori. Uno solo è pop-up, il libro che tanto cercavo. Sul tavolo non c'è. E io, ubriaco di tanti titoli, il titolo buono proprio l'ho scordato. Poi la libraia (che brutto suono per una così bella professione!), parlandomi della rarità di questi piccoli capolavori, dice di conservare due copie (miracolo! è esaurito persino in Francia...) di LITTLE TREE

© Anaïs Beaulieu

Eccolo, dopo tanta ricerca. Il prezzo, giustamente, è altino (72 euro). Non troppo, comunque, per il Libro più Bello del Mondo (definizione mia, manco a dirlo, ma è pure il mio blog...). Che cos'è, dunque, Little Tree? Cos'ha di così straordinario? Il linguaggio oscuro e fascinoso di Serafini? Le arzigogolate sculture pop-up di Carter? La disarmante genialità comunicativa di Munari? Nulla delle prime due, e poco (qb, direbbero i ricettari). Little Tree è, tecnicamente, un libro per bambini. Bambini molto fortunati, ma pur sempre bambini...
Quando non si sa come partire, urge farlo dal dato tecnico: sfogliamolo (voi potete farlo virtualmente qui, anche se di persona è ben'altra cosa). 30 pagine. 14 grandi tavole rigorosamente monocromatiche. Ognuna con una diversa trama di cartoncino. Fra le pagine, prima un piccolo seme, poi un alberello che cresce, si fa maestoso, cambia colori col passare delle stagioni, diventa nido per uccellini e corvi, riparo dal sole, resiste al caldo e al freddo, muore e rinasce, un nuovo piccolo seme portato dal vento. Tutto qui. Semplicissimi pop-up bidimensionali. Sulla carta, macchie grigiastre a rappresentare le nuvole e l'ombra dell'albero; forme d'uccelli, animali, uomini stilizzati; in una sola, straordinaria, pagina notturna completamente nera stelle d'argento. Sulla sinistra, una scarna didascalia in inglese. Sulla destra, la stessa in giapponese e francese. Una sorta di haiku grafico per un'elementare, poetica, ode alla vita. A little tree of life verrebbe da dire, mixandolo col capolavoro di Malick, quanto di più lontano si possa immaginare per stile e forma. Si dice che i piatti migliori siano quelli con meno ingredienti. E' così anche per (alcuni) libri, credo. Di sicuro lo è per l'opera di Komagata. Guardandolo (verrebbe da dire leggendolo, ma...), tutto è chiaro, nella mente lo scarno layout si trasforma in albero vero e veri colori. L'immaginazione si mette in moto, il pensiero anche. E' poi così necessario chiedere di più?