lunedì 7 dicembre 2015

Se ci ricordassimo chi eravamo: per una riscoperta della Creatività

Dovevo scrivere qualcosa sui diritti dei bambini, su come proteggerli, su come permettere loro di avere una buona infanzia. Così ho pensato che non può essere riconosciuto miglior diritto che quello di "essere se stessi"
Un viaggio dentro i nostri processi creativi e su come, crescendo, ci siamo dimenticati chi eravamo. "Dobbiamo recuperare il bambino che c'è in noi" - diceva Friedrich Fröbel - "solo così potremmo essere felici".

Quello che per me era un diritto scontato, ha destato una grande riflessione. Così mi sono ritrovata a parlarne ancora, il 5 dicembre presso l'Akademia Pedagogiki Specialnej "Marii Grzegorzewska". http://www.aps.edu.pl/university.aspx

ENGLISH VERSION HERE > http://larceniesoftime.blogspot.com/2015/12/i-had-to-write-something-about-children.html





Sin dalla nascita della società contemporanea, la comunità internazionale ha compiuto molti sforzi per promuovere i diritti del bambino: nel 1924, a Ginevra, fu adottata la Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo, un documento piuttosto semplice contenente basilari – quanto concrete – garanzie. Così come oggi è dato per scontato, “Il bambino che è affamato deve essere sfamato, il bambino che è malato deve essere curato, il bambino che è in condizioni di difficoltà deve essere aiutato”. 
Poi, nel 1959, il documento originale – approvato anche da figure che sarebbero diventati simboli della pedagogia del Novecento quali Janusz Korczak – fu ampliato e aggiornato. 

Janusz Korczak e i suoi bambini, tutti morti a Treblinka.
Fonte: http://www.orecchioacerbo.com/editore/index.php?option=com_oa&vista=catalogo&id=399

L’ultima versione è datata 1989 ed è conosciuta universalmente come la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, divenuta famosa per la vasta diffusione e per l'approvazione che ha ricevuto ovunque nel mondo.
Tutti questi documenti stilano i diritti e i bisogni dei bambini affinché si agisca nel loro massimo interesse e per la loro tutela. 
L’innovazione della Convenzione del 1989 fu l’introduzione di alcuni principi moderni, come il diritto alla vita, il diritto ad avere un nome e un’identità, il diritto ad avere la propria privacy rispettata o il diritto di esprimere le proprie opinioni che devono “essere ascoltate e tenute in considerazione quando appropriate”.

È dato per scontato che tutti queste garanzie si siano sviluppate in un’epoca in cui i diritti basilari – come il cibo, l’assistenza sanitaria, l’educazione – erano già assicurati. Tutti sappiamo che ci sono aree nel mondo dove nemmeno i diritti basilari sono garantiti e dove molti bambini sono sottoposti alla fame, alla mancanza di acqua potabile o sono obbligati a crescere senza educazione e poi a combattere: ma, per oggi, la mia attenzione vuole focalizzarsi sulla nostra cosiddetta “società sviluppata” e sulle sue responsabilità e sui suoi doveri.

In particolare, sull’articolo 13 della Convenzione del 1989: “il bambino deve avere il diritto alla libera espressione; questo diritto include la libertà di cercare, ricevere, impartire informazioni o idee di ogni tipo, anche oralmente, in forma scritta, stampata, in forma d’arte o attraverso qualsiasi altro mezzo che il bambino voglia scegliere e indipendentemente da qualsiasi tipo di barriera”.

Quando ho letto questa disposizione la prima volta, non ho capito davvero che cosa volesse significare. Ero troppo giovane ed era difficile per me immaginare un bambino che “impartisce informazioni e idee” a qualcun altro, così come era difficile dare tanta importanza alle loro forme di espressione: vagavo con la mente tra i miei vecchi disegni – pile di fogli colorati, la maggior parte copie di qualche immagine trovata su un libro, lasciati in cima a un armadio e lì dimenticati – considerandoli solo la produzione di una florida creatività, niente di più. Solo il passatempo di una piccola zelante bambina.

Poi, un giorno, sono tornata all'asilo – sarebbe meglio dire alla “Scuola dell’Infanzia” – per un progetto di lavoro e ogni cosa è cambiata. Aperta la porta, sono stata risucchiata nell’atmosfera infantile: piccole sedie, piccoli tavoli, piccoli appendiabiti, piccoli armadi. Tutto il materiale necessario era disposto su bassi scaffali che dovevo stare attenta ad evitare. 
Tutto certamente perfetto, a livello pedagogico – come suggeriva Maria Montessori in “La Scoperta del Bambino”: “aprire e chiudere i cassetti, le porte e le finestre, riordinare una camera, sistemare le sedie, tutti questi sono esercizi che permettono al corpo del bambino di muoversi e questo movimento permette di perfezionare il corpo e la mente”: tutto deve essere “a misura di bambino”.
Sono diventata adolescente con due fratelli piccoli, costantemente immerse nei meccanismi dell’infanzia ma, probabilmente per la gelosia tipica della “fraternità”, non ho mai empatizzato con la loro età. 
Quel giorno, sono stata completamente scioccata nel riscoprire un mondo così minuscolo e piccino che avevo completamente dimenticato. 
E soprattutto avevo dimenticato quanto quei fogli colorati fossero importanti per me, quando ero bambina.

L'importante è disegnare, la posizione non conta...
Serena Saligari © 2015

Non è cosa comune tenere in considerazione e discutere del processo creativo dei bambini. Forse perché siamo abituati a vedere la loro fantasia come strana, stravagante, illogica se non addirittura ridicola. Li scherziamo se parlano con il loro amico immaginario, se fanno parlare i loro pupazzetti, se si immaginano dottori, infermierini, maestre. Questo “gioco simbolico”, come lo chiamava Jean Piaget, è una componente fondamentale per il loro sviluppo sociale, ma quando li guardiamo giocare siamo stupiti e impressionati nel sentire le espressioni che usano – spesso ripetendo, copiando e mischiando i comportamenti che assorbono dagli adulti – e soprattutto ci dimentichiamo che facevamo così anche noi. È come se, una volta cresciuti, ci vergognassimo delle cose che eravamo soliti fare.

Invece di giudicare la loro condotta dovremmo piuttosto lasciare i bambini liberi di esprimere se stessi in ogni modo – ovviamente nei canoni delle modalità accettate e corrette.

Il “diritto di essere creativi”  dovrebbe essere aggiunto e conservato nelle leggi delle nostre società.

Come Ken Robinson dice, "creatività" è “il processo che consiste nell’avere idee originali che hanno valore”. 
In principio, come dicevamo prima, ogni bambino ha il suo bagaglio di competenze creative che è nostra responsabilità incoraggiare. 
Essere creativi permette di creare nuovi mondi, di immaginare cose che non ci sono nella nostra realtà. Essere creativi permette di avere nuovi punti di vista, di vedere al di là delle cose comuni, di diventare visionari. Essere creativi ci abitua al “pensiero divergente”, ovvero alla possibilità di vedere diverse soluzioni allo stessa problematica. J. P. Guilford, l’ideatore di questa espressione, nel lontano 1950 sottolineava gli effetti positivi di questa attività, che consente ai nostri bambini di diventare elastici, innovativi, abili nell’adattarsi alle diverse situazioni. 
Questi sono i motivi per cui dobbiamo incoraggiare i loro talenti naturali, le loro abilità, le loro competenze: all'inizio questo stimolarli ci sembrerà inutile e senza risultati significativi, ma porterà innumerevoli effetti positivi al loro futuro.




Ma esattamente, cosa fare?
Una delle migliori vie per stimolare il pensiero laterale è porre “domande stupide”: non nel senso di sciocche, superficiali o insensate, quanto piuttosto nel senso di “basilari”: a volte ci dimentichiamo di approfondire il concetto chiave su cui ci stiamo impegnando. “Sto lavorando sull'immaginazione”: ma che cos'è “l’immaginazione”? “Voglio stimolare la loro fantasia”, ma che cosa significa “fantasia”? qual è la differenza tra “fantasia” e “immaginazione”? 
Siamo così sicuri di conoscere il significato di queste parole che non ci preoccupiamo del loro effettivo significato. E quando proviamo effettivamente a definirli, di troviamo impotenti di fronte all'evidenza che non siamo in grado di farlo.
Per questo dobbiamo insegnare ai bambini a prestare attenzione all'etimologia di ciò che stanno facendo – anche se può sembrare ambizioso.

In un secondo momento, il principale compito degli adulti è quello di provvedere i materiali, le condizioni, le esperienze in cui i bambini possano sentirsi a loro agio. Poi, dare loro qualche regola essenziale – come quella di avere rispetto per gli altri bambini, per i loro lavori, per i materiali e l’ambiente in cui stanno lavorando.
Ma non dobbiamo dire loro cosa fare. Il nostro input deve essere solo quello di metterli nelle condizioni di essere creativi. Piuttosto possiamo stimolarli, dando loro alcuni generali principi da rispettare: “lavora sulla forma” o “lavora sulle dimensioni”: fondamentalmente “cambialo”, “dagli una diversa funzione”. Regole molto generali che possono aiutarli a focalizzarsi in una certa direzione, senza compromettere la loro volontà.

Se un pestello diventa un flauto incantatore...
Serena Saligari © 2015
Se i bambini hanno l’occasione di crescere in queste condizioni, la formae mentis che svilupperanno darà loro un sacco di vantaggi futuri nel risolvere i problemi, nel prevenire i rischi, nell'essere positivi.

E non dobbiamo essere così preoccupati da questa loro "indefinibile" produzione, che sicuramente riempirà i nostri armadi fino all'orlo: Bruno Munari le ha dato una precisa definizione – seguendo il principio dell’approfondire concetti “banali”, come dicevamo. Può essere chiamata “invenzione” – l’atto di produrre qualcosa di nuovo che funziona ed è esteticamente attraente. Può essere chiamata “fantasia” – l’atto di immaginare qualcosa che prima non c’era e che non deve per forza essere praticamente realizzabile. Possiamo chiamarla “creatività” - se uniamo fantasia e invenzione per produrre qualcosa di originale, che funziona e che è pure bello.

Serena Saligari © 2015


In ogni caso, queste attività consentono ai bambini di distinguere ciò che è improbabile da ciò che è pura fantasia, di capire che la realtà cui siamo costantemente sottoposti non è l’unica possible.

La creatività è oltretutto uno “spazio sacro” dove i bambini possono esprimere i loro sentimenti: “spazio sacro” nel senso dell’"essere separato dallo spazio e dalle regole dello spazio ordinario”, come lo ha definito Gerardus Van Der Leeuw, quindi un luogo dove le regole sociali e culturali sono sospese al fine di essere liberi da qualsiasi forma di dovere.
Così, nel pitturare, in un certo modo di danzare, in un’espressione usata per raccontare una storia, possiamo trovare indizi sulla loro condizione emotiva, sulla loro identità, sulla loro personalità o sul loro temperamento
Le potenzialità terapeutiche del disegno, usato sia come strumento di diagnosi che come terapia, sono risapute. Osservando il disegno di un bambino possiamo inferire aspetti della loro sfera emozionale che essi non sono in grado di esprimere a causa di qualche blocco psicologico o per la paura delle potenziali conseguenze.
“Loro diventano pittori per il fatto che c’è qualcosa che non possono dire”, diceva Rainer Maria Rilke.

Molti di noi non hanno le competenze per sfruttare le potenzialità di questo strumento, ma in un certo modo possiamo diventare più sensibili sulla potenzialità terapeutiche dell’arte.

Gianni Rodari, scrittore, poeta, pedagogista italiano, ha scritto “Grammatica della fantasia”, libro in cui ha indagato i meccanismi della fantasia e della creatività, considerandoli componenti essenziali per lo sviluppo umano.
Secondo la sua opinione, ogni persona deve avere l’opportunità di portare avanti la sua attività creativa e di sfruttare gli effetti benefici che ne derivano: anzitutto la gioia dell’espressione personale e della giocosa produzione pseudo-artistica.

E se siamo perplessi, basta cercare su Google “La colazione in Pelliccia” di Méret Oppenheim, “Il violino d’Igres”o “Lo specchio flessibile” di Man Ray, “Il martello di sughero” di Chaval o la “Macchina da scrivere molle” di Claes Oldeburg, il “Codex Seraphinianus” di Luigi Serafini: di sicuro la sensazione che ne deriverà sarà di meraviglia. 
Scopriremo che i nostri bambini sono uguali a degli artisti, per la somiglianza delle loro produzioni con quelle di questi celeberrimi artisti. E la certezza che siano pazzi si sgretolerà rapidamente!


"La colazione in Pelliccia", Méret Oppenheim, 1936.
Fonte: khanacademy.org
A volte “creatività” significa “distruggere per ricostruire”: le cornici socio-culturali e la conoscenza riconosciuta devono essere scosse, ribaltate, combinate per guardare il mondo da un’altra prospettiva, come nelle opere d’arte citate.

E bisogna essere aperti: è sufficiente dare un’occhiata alla natura per scoprire “arte” e splendore che siamo soliti pensare possano esistere solo nella nostra mente: Bruno Munari e Leo Lionni, rispettivamente in “Good Design” e “la Botanica Parallela” ci insegnano proprio a stupirci di fronte a forme tanto strane, a colori e funzioni che diventano possibili anche nel nostro mondo terrestre.

Da "La Botanica Parallela", Leo Lionni, 1976.
Fonte: ebook.telecomitalia.it 


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