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martedì 30 agosto 2016

Vorremmo IncontrArti :)

Il progetto IncontrArti è un progetto educativo di carattere interculturale, che si propone di favorire l’integrazione tra bambini provenienti da culture differenti attraverso le potenzialità dell’arte.


Il nostro obiettivo è quello di stimolare i bambini alla ricerca di canali di comunicazione e confronto alternativi al linguaggio verbale, che superino la barriera linguistica e si propongano come linguaggio universale. Per questo crediamo nel grande valore delle immagini e del linguaggio visuale che, per quanto possano essere culturalmente influenzate, sono naturalmente affrancate da qualsiasi sistema di simboli o lettere elaborati dall’uomo. Si può parlare per immagini, dunque, ma anche per gesti, per movimenti, per melodie, per silenzi. Non è questo ciò che oggi chiamano multimediale?

Supplemento al dizionario italiano.
Bruno Munari, 2008.
A questa comunicazione alternativa si accompagna una profonda riscoperta del nostro percepire, che non si affidi solo al primato della vista ma che impari a “sentire” anche con le mani, con le orecchie, con il naso, con la bocca e soprattutto con il cuore. Amiamo la sinestesia ovvero l’unione di percezioni, emozioni, informazioni che esponenzializza la nostra conoscenza del mondo e il nostro sentirci vivi.
Tutto ciò su cui investiamo fa già parte del bagaglio che ognuno di noi ha fin dalla nascita: la creatività, che molti dicono di non avere, è in realtà una facoltà mentale innata che ci aiuta a organizzare le informazioni. Con le nostre proposte vogliamo togliere un po’ di polvere a quegli ingranaggi arrugginiti e rimetterli in funzione per tornare a vedere la realtà da un nuovo punto di vista, come quando eravamo bambini, a guardare e interpretare le cose oltre le conoscenze precostituite, a pensare in modo alternativo e divergente. Se ragioniamo in modo laterale ci accorgeremo che ci sono modi nuovi, sorprendenti e incredibilmente più efficienti per risolvere i problemi di ogni giorno.

E allora anche il diverso non verrà più visto con diffidenza e preconcetto, ma come immenso portatore di esperienze e conoscenze, di stimoli e di curiosità.

Pennellessa.
Pennello con treccine.
Bruno Munari, 1970.

PER CHI

Per ora, ci rivolgiamo a bambini di tutte le età, elaborando percorsi mirati e differenziati per le diverse fasce: dai bambini di 3 anni a quelli di 10 anni.
Potenzialmente, però, il progetto potrebbe evolvere e proporsi a tutti, ma proprio a tutti!

COSA

Proponiamo attività di riflessione guidata su temi trasversali a quello dell’intercultura - tra i tanti, l’identità, i luoghi, i colori delle emozioni, gli oggetti artigiani – attraverso la presentazione di materiali attinenti di diversa natura, proprio per incoraggiare un approccio multimediale: libri, albi illustrati, graphic novels, leporelli, illustrazioni, immagini, mappe, fotografie, musica, cinema.

Predisponiamo per ogni incontro un’attività di laboratorio sul tema, in cui i bambini possano dare forma e colore alle loro impressioni e trovare adeguata rielaborazione delle loro riflessioni.

Attività di riflessione guidata durante il progetto IncontrArti,
Biblioteca civica "Paolo e Paola Maria Arcari", Tirano
COME

Crediamo nel forte valore della regola perché, come diceva Bruno Munari:

«La regola, da sola è monotona, il caso da solo rende inquieti. Gli orientali dicono: la perfezione è bella ma è stupida, bisogna conoscerla ma romperla. La combinazione tra regola e caso è la vita, è l’arte, è la fantasia, è l’equilibrio».

Ogni attività è quindi precisamente strutturata nelle consegne, nei supporti e nei materiali, ma all’interno delle indicazioni date ogni bambino può muoversi liberamente, cercando i mezzi e le vie migliori per esprimersi. Non ci sono modelli da copiare, né perfezioni da ottenere: la regola serve solo a dare quelle indicazioni che permettano di ottimizzare i risultati perché “progettare è facile quando si sa come si fa”.

Solo attraverso la sperimentazione diretta e attiva ogni bambino può veramente farsi protagonista del suo stesso processo di apprendimento. “Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”, diceva Confucio. Ma questo fare in cui il bambino si cimenta pretende di essere assolutamente inutile e sganciato da qualsiasi velleità utilitaristica tipica della società occidentale. Quello che ci interessa è che il bambino incameri un processo, un modo di fare che saprà poi applicare in nuove situazioni: non un prodotto, ma un atteggiamento sarà la sua eredità.

All'interno del laboratorio troverete tanti, tantissimi materiali: molti li avrete visti nelle vostre case, ma probabilmente non avevate mai pensato di usarli per disegnare, colorare, costruire! 
Noi crediamo che gli oggetti di ogni giorno abbiamo molte potenzialità nascoste e tante risorse che potrebbero aumentare la nostra sperimentazione: serve solo avere fiducia nella nostra inventiva.

DOVE

Potenzialmente ovunque: in un’aula, nella sala di un museo o di una biblioteca, in un prato o in un cortile. L’importante è che ci sia un bello spazio aperto per sedersi tutti insieme e per condividere, ascoltare gli altri e ascoltare se stessi.
Per l’attività di laboratorio è importante che tutti i materiali e i supporti siano ben ordinati, in modo che i bambini possano scegliere consapevolmente ciò che desiderano, discriminando le specificità di ogni risorsa. Ma per questo non preoccupatevi: metteremo noi ordine nella vostra confusione!


PERCHÉ

Alcuni ragioni le abbiamo già enunciate sopra, ma il nostro principale intento è esponenzializzare la conoscenza: il nostro è un progetto interculturale che crede nell’uguaglianza e nella ricchezza di ogni cultura. Ci opponiamo ai pregiudizi e alla chiusura mentale per attingere da ogni universo saperi, storie, credenze, curiosità e per condividerli. Solo sperimentando attivamente la diversità possiamo renderci conto in prima persona dell’enorme risorsa che essa costituisce e di come possiamo rielaborarla positivamente nella vita di tutti i giorni.
Rispetto, ascolto, condivisione i principi chiave.




BENEFICI

  •          Valorizzazione della collaborazione tra pari e dell’impegno su un progetto comune.
  •           Condivisione di esperienze, vissuti, conoscenze.
  •           Sperimentazione pratica variegata con materiali e supporti di diversa natura.
  •           Sensibilizzazione a un approccio multimediale e sinestetico alla realtà.
  •           Provvisione di stimoli, proposte, nuove conoscenze.
  •           Stimolazione a uno sguardo diverso, laterale, divergente sulla realtà.
  •           Valorizzazione del potenziale creativo e artistico di ciascuno.

LA FIGURA ISPIRATRICE


La figura ispiratrice di questo progetto è Bruno Munari, designer, grafico, architetto, scrittore ma soprattutto artista poliedrico e pedagogista per caso. Fu proprio lui il primo a credere nel forte valore dell’arte come strumento educativo e a progettare i laboratori cui ci ispiriamo.
Ma se è vero che “ognuno conosce un Munari diverso”, noi conosciamo soprattutto il Munari della sperimentazione illimitata e delle varianti. Per lui la “ricerca sincera delle varianti” è una delle numerose facce della creatività e consiste nel cambiare sistematicamente i caratteri che definiscono normalmente un oggetto per proporlo in una nuova versione, pur senza fargli perdere la sua identità. Un po’ come i volti umani, che sono tutti diversi ma che sono pur sempre le facce degli uomini!
Cercare, creare, elaborare la varietà, quindi creare la differenza e farne risorsa.

Alla faccia!
Bruno Munari, 1992.
COSA ABBIAMO FATTO FINORA

Un primo ciclo di laboratori si è svolto questa primavera presso la biblioteca civica “Paolo e Paola Maria Arcari” di Tirano e ha coinvolto 15 bambini italiani e stranieri tra gli 8 e i 10 anni.

A settembre il progetto è stato presentato in occasione della Summer School UNESCO “Childhood in Multiculturalsocieties: theory, praxis, research”, a Varsavia presso l'Accademia di Educazione Speciale. La nostra ricerca verrà presto pubblicata negli atti del convegno.

IncontrArti è stato parte dei 15 strumenti educativi presentati in occasione della Tool Fair Italia 2016, un'esposizione di nuove buone pratiche educative a Roma. Ritenuto essere uno dei migliori strumenti presentati, è nella TOP 5 della Tool Fair Italiana.

Grazie a questo risultato, IncontrArti prenderà parte alla Tool Fair Internazionale a Malta, tra il 7 e il 12 Novembre 2016.

Trovate IncontrArti anche registrato nel Portale Educativo di Erasmus+.
Lo trovi qui: IncontrArti



Per il futuro… beh: vorremmo IncontrArti!

Contattaci attraverso la nostra Pagina Facebook: LoT - Larcenies of Time.

mercoledì 6 gennaio 2016

Un "modello di pensatore": Bruno Munari raccontato da Giancarlo Iliprandi

Tutti amiamo le storie, soprattutto quelle che ci vengono raccontate. Amiamo restare ad ascoltare la voce di qualcuno che ci parla di ciò che noi non abbiamo visto o che non abbiamo nemmeno mai immaginato. Stiamo in silenzio e, mentre le nostre orecchie ascoltano, i nostri occhi vagano nello spazio di una fantasia creatrice, che cerca di immaginare forme e colori di quel racconto. 
Se poi abbiamo sottomano un libro, magari pure illustrato, la strada è più semplice, perché chi ha scritto quel libro ha già mediato tra realtà e fantasia e ha provato a rendere immutato e verosimile il contenuto reale o fantastico della sua mente.

Tutti amiamo le storie, anche per una specie di transfert futuro: tutti speriamo che quando saremo vecchi avremo anche noi molte storie da raccontare. Per questo scriviamo i diari, conserviamo lettere e biglietti d’auguri, scattiamo foto per immortalare il momento che ci servirà per riagganciare nella nostra mente eventi minuscoli e migliaia di azioni che hanno reso quella storia abbastanza importante da essere raccontata.



Le mie storie preferite sono quelle che mi parlano di un mondo che c’era, ma che non ho conosciuto. Questo perché sono nata in un’epoca relativamente recente. Ma ho avuto la fortuna di sentirmi raccontare di persona storie che risalgono ai primi anni del Novecento. 
Dai miei nonni, soprattutto, che hanno vissuto esperienze e vicende che ad oggi hanno dell’impossibile. Storie di fame, di prigionia, ma anche e soprattutto storie di coraggio ed entusiasmo. Amavo ascoltare quelle storie perché mi parlavano di cose e persone che ho conosciuto, perché mi svelavano ragioni e motivi della realtà che avevo sotto mano. Delineavano nella mia mente la giovinezza degli avi, la loro vita di campagna, le loro arti e i loro mestieri. Ed era una realtà così distante, ma allo stesso tempo così mia, che stavo morbosa a indagare ogni dettaglio, ogni minuzia, ogni aneddoto che potesse approfondire la mia conoscenza.
Quelle storie non le sento ormai più, con un velo di tristezza e malinconia sono rimaste sepolte tra le buone abitudini di quando c’erano i nonni…

Non pensavo di certo che il 2016 iniziasse ri-portandomi a questa emozionante scoperta del mondo che c’è stato. No, non ho scoperto niente di più sulla mia famiglia o sulle mie radici, ma ho avuto il piacere di ascoltare una storia delicata e sensibile, come se fosse stata tracciata con setole morbidissime e levigate dal tempo. La storia di Bruno Munari, vista dagli occhi del suo amico e collega Giancarlo Iliprandi...
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Questo perché alle 00.01 del primo giorno dell’anno mi ha raggiunto un pacco misterioso e anche piuttosto controverso – ma questa è un’altra storia – contenente l’originalissima biografia per immagini Note, di Giancarlo Iliprandi. Un desiderio espresso ed esaudito.


Quella stessa notte, tra le famose 00.01 e le due, mi sono addentrata tra le sue pagine, nella mordace curiosità di scoprire qualcosa di nuovo su quell'artista di cui avevo sentito tanto parlare e a cui ero approdata, ancora una volta, attraverso le fila sottili e robuste che legano gli artisti italiani che hanno avuto la loro massima espressione tra gli anni Cinquanta e Sessanta e tra i quali, per quanto mi riguarda, Bruno Munari è l’assoluto paradigma.

Quello che ci ho trovato, tra i tanti spunti per cui vi consiglio i leggerlo, è la storia di una bellissima e semplice amicizia tra artisti geniali nella Milano degli anni Sessanta. Probabilmente solo uno dei tanti percorsi tracciati dai ricordi di Giancarlo Iliprandi, ma egli non me ne voglia se per oggi sposterò – ancora una volta, lo so – l’attenzione sul bellissimo ritratto che mi ha regalato di Bruno Munari.

D’altronde, credo che mi comprenderà, dal momento che pure sua figlia Viviana si innamorò di Bruno “a prima vista, come tutti i bambini”. Okay, visto che non sono più una bambina, o meglio credo di non esserlo più per molti aspetti, la storia che Iliprandi mi ha raccontato ha in un certo senso dispiegato, ha reso palese a me stessa le ragioni di questa smisurata passione che mi lega a Munari. Leggendo le sue parole era come se nella mia mente si chiarificasse il garbuglio di sensazioni e impressioni che in questi anni ho raccolto su di lui e che non riuscivo a riordinare per trasformarli in lucida motivazione di tanto interesse.

Mi sembra di vederlo, seppure le immagini che ho di lui sono solo fotografie, nella sua casa-studio. La stessa in cui ha accolto Giancarlo Iliprandi quando era andato a chiedergli di poter esporre alcune delle sue opere in una delle letture sull'arte contemporanea in Italia che avrebbe dovuto tenere a Salisburgo. Bruno Munari non aveva monografie, non aveva agende né schedari: “segna brevi appunti su dei foglietti 10x10 che infila in tasca ripiegati” e “mi riempì di foto”, proprio per questo suo alternativo modo di documentare.


Lo immagino avvolto nella sua “cordialità contagiosa”, quella con cui affrontava ogni situazione. “Discuteva ogni obiezione tra il divertito e l’infastidito. […] I contrasti finivano con rallentare il lavoro, mentre lui tendeva a risolvere tutto seguendo un ritmo interiore”. D’altronde era stato in Giappone e da quel suo viaggio sembrava aver ereditato non solo i principi Wabi Sabi, ma pure quell’atteggiamento zen che sembra brillantemente permeare le teorie esposte nei suoi libri più “teorici” – Da cosa nasce cosa, Artista e designer.
“Bruno parla con i bonsai”, “colleziona oggetti piccolissimi, perché occupano poco spazio” e “viaggia con le sculture da viaggio”, elementi indispensabili, come se dovesse sempre, pur in punta di piedi, portarsi dietro qualcosa della sua stessa essenza.

Le sue doti principali? Iliprandi cerca di descriverle, e lo fa in uno stream of consciousness di arzigogolata spontaneità: salta da una parte all’altra, cercando di racchiudere dentro una grande rete, tutti gli sprizzi di una personalità così vasta. “La sua dote principale”: la flessibilità, il rigore, la spontaneità. “Trova su una bancarella un disco in dialetto comico milanese. Ripete le battute con quel suo accento un po’ veneto, ride tanto che gli vengono le lacrime agli occhi”, e poi “tutte le sere del ‘65 lo troviamo al Derby che canticchia ‘L’ombrello di mio fratello’” o una canzone di Tony Dallara con una strofa che termina “in fondo ad un bicchiere di gin”. “Bruno la canta spesso anche se non beve gin”. Tutto questo come se si facesse guidare dall’ondata di una sensazione crescente di vitalità ed energia, che gli sa sempre indicare, con un’estemporaneità determinata, ciò che è giusto fare. 
Addirittura si narra una cosa molto insolita, che se conoscessi Munari appena d’accenno, mi confonderebbe: “è salito sul Duomo a manifestare con altri europeisti. L’hanno arrestato”.

Fonte: munart.org

In effetti io me lo immagino così: composto e ordinato quanto basta da creare un metodo, quello del Codice Ovvio, ma sufficientemente audace per mettere tutto in discussione, per farsi sorprendere da ogni cosa. “Le mani, le forbici, i ritagli colorati che gli restavano appesi alla giacca, le poche righe su fogli di carta destinati a chissà quale proto”. “Non possiamo lasciarlo solo con una forchetta” – e chi è esperto comprenderà - perché tutto è materia buona per creare, per dare nuove forme, funzioni, valori, per vedere oltre il consueto.

L’ironia, insieme all’equilibrio zen, lo accompagnavano quando c’era qualcosa da discutere: “non gli piace di venire etichettato”, “anche Munari era intransigente: sotto il suo aspetto mite, non sopportava i mercanti d’arte, la pubblicità” e soprattutto “niente lo metteva in soggezione”.

Ma se proviamo a definirlo, a trovare un’espressione che sia degna della sua vitalità?
Iliprandi lo circoscrive con un’espressione che a me piace molto: “Bruno Munari è stato un indiscusso, impareggiabile modello di pensatore. Potremmo dire anche di progettista, pure di educatore, infine di tante altre cose. E forse non solo modello. Forse sarebbe più appropriato esempio. Di linearità, di chiarezza, di nonsochealtro. Perché riassumere la sua vitalità con espressioni consuete pare quasi riduttivo. Un modello e basta. Fuori dal tempo”.

Fuori dal tempo perché, a conoscerlo, si capiva subito che aveva una marcia in più. Come se fosse “tarato su un metronomo più stimolante, messo in movimento durante gli anni futuristi, chissà".

E se proviamo a dire quali sono state le sue opere più importanti?
Iliprandi dice era un “grande comunicatore”. E credo che questa espressione abbia molto valore se detta da un professionista della comunicazione come lui, da uno che ha fatto del dovere di comunicare il suo lavoro, il suo impegno, la sua passione. Ma “forse le sue cose più importanti sono quelle per i bambini, per i ragazzi. Era un formatore”, perché per essere dei buoni formatori bisogna innanzitutto saper comunicare, saper trovare una corsia preferenziale e brillante per arrivare prima al cuore e poi alle menti di chi si mette nelle tue mani per imparare.
E forse la caratteristica vitale che lo rendeva un formatore d’eccellenza era il fatto che mettesse “sullo stesso piano positivo e negativo. Il suo difetto principale: essere sempre positivo. Veramente positivo”.

Fonte: brunomunari.it
“Veramente positivo” da accettare qualsiasi espressione come forma d’arte, mi verrebbe da dire. “Veramente positivo” da intravedere in ogni scarabocchio tracciato, in ogni foglietto ripiegato, in ogni macchia di colore sgocciolata dai bambini che a partire dal 1977 – anno del primo laboratorio per bambini all'Accademia di Belle Arti di Brera – un’energia vitale origine di idee creatrici.

La cosa più importante che credo di aver imparato da Bruno Munari è a dare un preciso profilo al termine ‘creatività’: la capacità di saper accostare o leggere in modo diverso cose esistenti. Per lui ‘creatività’ non era mai ‘invenzione’ o ‘fantasia’. “Essere creativi non è esplorare un bizzarro ignoto territorio di caccia. Bensì, e con un maggiore raziocinio, ridurre il campo d’azione entro l’angolo del nostro sapere contingente”.
Insomma: saper guardare ciò che abbiamo sotto gli occhi con uno sguardo diverso e, soprattutto, da una nuova prospettiva, per saperlo trasformare, manipolare, ricreare, risignificare.

Ed è per questo che è stato bello trovare tra queste pagine bianche profumate di nuovo la ‘soluzione’ ai loro lavori, a quelli di Bruno Munari e dei suoi colleghi (Giancarlo Iliprandi, Max Huber, Achille Castiglioni, Albe Steiner e tutti gli altri): “una certa operosità è diventata creatività. Perché anche noi, lontani cugini del signor Da Vinci, necessitavamo di un passaporto. O di una patente o di un lasciapassare o di una bolla qualsiasi. Purché fosse chiaro che eravamo dei creativi, finalmente. E non, come per decenni si era supposto, dei pittori, degli scrittori, degli artisti qualsiasi ma, finalmente, dei creativi”.



E così è questo quello che resta, di questa incommensurabile produzione innovativa e originale, audace come solo audace può essere la passione rinascente di artisti, designer, architetti che hanno avuto la responsabilità di dare una chance a un’epoca nuova. Sperimentazioni libere e autonome, che trovano nella loro stessa encomiabile innovazione la linfa vitale per esistere anche fuori dagli ordini, dai generi, dai mercati, come il design di Enzo Mari che “ha sempre fatto quel che voleva, pur con quel carattere terribile che si ritrova”, come la tipografia e la grafica di Iliprandi, come la pedagogia bizzarra e libertaria di Munari.
Probabilmente per questo li ricorderemo, anche se magari loro l’avranno fatto perché “l’unica cosa che resta della vita di un uomo è quello che egli ha fatto per gli altri.” Bruno Munari diceva questo con molta semplicità, con leggerezza. Con quella voce da ragazzo che lascia perplessi molti accademici.

Una semplicità che mi sembra di ritrovare, soffusa e quasi timida in quella foto insolita e sgranata dal tempo,di Bruno Munari a Filicudi, nel suo museo delle ricostruzioni teoriche di oggetti immaginari. La mia foto preferita, il mio paradigma descrittivo di quest’uomo.


Ma come molti dicono, ognuno conosce un Munari diverso, e sono grata a Iliprandi di avermi lasciato immergere nella sua calorosa e familiare atmosfera, soprattutto in quella del 1949, quando, all’isola d’Elba con Alberto (Munari) cercavate piriti all’interno di una cava abbandonata. “Bruno visto di spalle, vestito di bianco, all’imbocco della miniera dove eravamo andati a cercare piriti pareva indispensabile. Doveva entrare nel libro. Doveva entrare assolutamente”.
Invece siamo ancora là, nella cava rossa, carezzati dall’odore della macchia.

E forse, grazie a questa storia raccontata, pur senza quella foto indispensabile, in quella cava rossa mi sembra di esserci stata anche io, fosse solo per un minuto.

Foto tratte da Note, Giancarlo Iliprandi, Hoepli, 2015.

martedì 8 dicembre 2015

If we remembered who we were: re-discovering the Creativity

I had to write something about children rights, children protection, strategies to allow them to have a good childhood. I thought that the most important right we can recognize is the right to be "themselves".
"We have to recover the child we were" - Freidrich Froebel said - "this is the only way to be happy".

I talked about it on the 5th of December at Akademia Pedagogiki Specialnej "Marii Grzegorzewska".
http://www.aps.edu.pl/university.aspx



Since the born of the contemporary society, the International Community made lots of efforts in order to promote child rights: in 1924 in Geneva was adopted the Declaration of the Rights of the Child, a quite simple document with very basic – but even concrete – protections. As now is taken for granted, “The child that is hungry must be fed, the child that is sick must be nursed, the child that is backward must be helped”. Then, in 1959, the original document – signed even by very important figures as Janusz Korczak - was expanded and the updated and latest version was developed in the 1989: the Convention of the Rights of the Child, became famous for the large acceptance it received in the world.

Janusz Korczak and his children, all died on Treblinka.
Source: http://www.orecchioacerbo.com/editore/index.php?option=com_oa&vista=catalogo&id=399
All of these documents draw up the rights and the needs of children in order to act in the best interest of them. The innovation of the 1989 Convention was the introduction of some modern principles, as the right to life, the right to have a name and an identity, the right to have privacy protected or the right to express opinions and “to have those opinions heard and acted upon when appropriate”.  
It is understandable that all these rights developed in an era when basic rights – as food, health care, family, education – were already granted. Everyone knows that there are some areas in the world where not even basic rights are assured and lots of children are submitted to hunger, to lack of pure water or where they are forced to grown up without education or even obliged to fight: but for today my attention will be focused on our so called “developed” society and on its responsibilities and duties.

Especially, I want to focus on the article 13 of the 1989 Convention:  “the child shall have the right to freedom of expression; this right shall include freedom to seek, receive and impart information and ideas of all kinds, regardless of frontiers, either orally, in writing or in print, in the form of art, or through any other media of the child's choice”.
When I read this for the first time, I did not understand properly what it means. I was too young and it was so difficult for me to imagine a child who “impart information and ideas” to someone else, as it was difficult to confer such a big importance to their expressions: I wandered on my old paintings – piles of colorful sheets, mostly copies of some pictures on books, left on the top of some closet and forgotten there – considering them just the production of a flourishing creativity, but nothing more. Just the hobby for a little zealous girl.

Then, one day I went to a kindergarten for a work project and everything changed. 
Opened the main door, I was suck down on the childhood vibe: little chairs, little desks, little coat hangers, little armchairs. All the stuff and the materials necessary put in very low shelves that I had to be careful to avoid. This is pedagogically perfect, as Maria Montessori suggested in “The Discovery of the Child”: “open and close drawers, doors and windows, tidy up a room, arrange the chairs are exercises which permit the body to move and in this movement the body and the mind are perfecting”: everything has to be “child friendly”.

I became an adolescent with two little siblings so I was constantly involved on childhood mechanism. But probably for the odious jealousy typical of brotherhood, I never empathized with their age. That day, I was shocked to re-discover such a tiny and minuscule world that I completely forgot. And moreover I forgot how much these colorful sheets were important for me, when I was a child.


Drawing is important, in whatever position...
Serena Saligari © 2015
It is not common to talk about and to take children creativity into consideration. Maybe because we are used to consider their fantasy as strange, weird, illogical if not ridiculous. We mock them if they are talking with their imaginary friend, if they make their puppets speaking, if they imagine to be doctors, nurses or teachers. This is a very important component of their social development, as Jean Piaget said about symbolic play. But we are astonished to look at them playing, impressed by the expressions they use – often repeating, copying, mixing the adult behaviors – and especially not conscious we did the same. It is like if, when we are grown up, we are ashamed by the same things we used to do.

It is very important, instead, not to judge their conduct but rather to leave them free to express theirselves in any manner – of course in a polite and proper way.

A “right to be creative” must be added and enshrined in our societies and law.

As Ken Robinson says, creativity is “the process of having original ideas that have value”. 
Basically, as we said before, every child is provided with this baggage of creativity competences that is our responsibility to encourage. Be creative allows to built new worlds, to create things that are not in our reality. Be creative allows to find different points of view, to see beyond common things, to be visionary. Be creative introduces to the “divergent thinking”, the ability to see lots of possibilities to answer a question. Guilford, the creator of this expression, in the far 1950 underlined the positive effects of this activity, that leads our children to be innovative, elastic, able to adapt in different situations. 
These are the reasons why we have to encourage their natural talents, abilities, skills: maybe this stimulation seems useless, without significant results  but it will bring lot of positive effects in their future.


To see the whole video, click the link below.

But exactly, what to do?
One of the best way to stimulate lateral thinking is to ask “stupid questions”: not in the meaning of “daft”, “non valuable” or “foolish”, rather in the meaning of “basic”. Sometimes we forget to go deeper in the basic concept of what we are doing. “I am working on imagination”: but what “imagination” is? “I want to stimulate their fantasy” but what “fantasy” means? Which is the difference between “fantasy” and “imagination”? We are so sure to know what these words mean, that we do not care about the real sense.
And when we try to define them, we remain powerless in front of the evidence we are not able to do that.
For that reason we have to teach children to go deeper in the etymology of their actions – even if it seems ambitious.

At a later stage, the main role of adults is to provide materials, settings, experiences in which children could perfectly fit. Then, give them basic rules - as to show respect for other children, for other works, for the environment and the material.
But we do not have to say them what to do. Our input is just to put them in the condition to be creative.
Instead, we can stimulate them by giving some general precepts they have to pursuit: “work on the shape” or “work on the dimension”: basically, “change it”, “give it a different function”. Very general rules that can help them to focus on a certain way, without compromising their will.


When a pestle becomes an enchanting flaute.
Serena Saligari © 2015
If children have the possibility to grown up in an environment like this, the formae mentis they will develop should give them lots of advantages on their normal future life: problems solving, prevent risks, think positive.

We do not have to be scared by all this nameless stuff they produce, that for sure will fill our armchair until the top: Bruno Munari provided a precise definition – a thing we suggested to do talking about “stupid questions”. It could be called “invention” – the act to produce something that there wasn’t before, that works even if it is not esthetically good. We can call it “fantasy” – the act to think about something new without limits of feasibility. We can call it “creativity”, the union of fantasy and invention that is feasible and esthetically good.

Serena Saligari © 2015
                                                                













In any case these activities allowed children to distinguish between improbable and fantastic, to understand that the reality we are constantly undergone is not the only possible.
Creativity could be even a “sacral space” where children can express their feelings: this is a “sacral space” on the meaning of “being separated from the ordinary space”, as Van der Leeuw defined, so a place where cultural and social rules and roles are suspended in order to be free from every kind of duties.
Thus, in a painting, in a certain way to dance, in some expression used to tell a story we can find clues referred on their emotional condition, on their identity, on their personality and temperament.

Moreover, there are well known potentialities on the therapeutic drawing, used both as diagnosis and as therapy. Looking at some children paintings we can infer things they are not able to tell for some psychological blocks or for the scare of the consequences.
“They became painter for the reason there is something that is not possible to say”, Rainer Maria Rilke said.
Lot of us do not have enough competences to use this kind of tools, but in a certain way we can become more sensitive on the potentiality of the art therapy.

Gianni Rodari, Italian writer, poet, pedagogue, wrote “Fantasy Grammar”, a book in which he tried to find the common fantasy and creativity mechanisms, considered as a basic component of the human being.
In his opinion every person should have the opportunity to keep going on the creative process because of its positive consequences: the joy of expression and of playful fantasy’s game.

And if we will be perplexed, it is just enough to search on Google  "The Luncheon in Fur" by Méret Oppenheim, “Le violin d'Ingres” or “The flexible Mirror” by Man Ray, “The cork hammer” by Chaval or “The limp typewriter” by Claes Oldeburg, the “Codex Seraphinianus” by Luigi Serafini: for sure the following sensation will be of amazement. We discovered our children to be like artists because of the similarities with these well known art works. So your certainty that your child is crazy will rapidly decrease!


"The luncheon in fur" Méret Oppenheim, 1936
Source: 
khanacademy.org
Sometimes creativity means “destroy in order to rebuilt”: the socio-cultural frames and the recognized knowledge have to be subverted, overturned, mixed in order to see a different perspective, as in the former artworks.

And be open: it is enough to look at the nature to find “art” and splendor that you suppose were only in your children mind. Bruno Munari and Leo Lionni in “Good Design” and “Parallel Botany” try to make us astonished at such weird shapes, colors, functionalities which are possible even in our terrestrial world.


From "La Botanica Parallela", Leo Lionni, 1976.
Source: ebook.telecomitalia.it 

lunedì 7 dicembre 2015

Se ci ricordassimo chi eravamo: per una riscoperta della Creatività

Dovevo scrivere qualcosa sui diritti dei bambini, su come proteggerli, su come permettere loro di avere una buona infanzia. Così ho pensato che non può essere riconosciuto miglior diritto che quello di "essere se stessi"
Un viaggio dentro i nostri processi creativi e su come, crescendo, ci siamo dimenticati chi eravamo. "Dobbiamo recuperare il bambino che c'è in noi" - diceva Friedrich Fröbel - "solo così potremmo essere felici".

Quello che per me era un diritto scontato, ha destato una grande riflessione. Così mi sono ritrovata a parlarne ancora, il 5 dicembre presso l'Akademia Pedagogiki Specialnej "Marii Grzegorzewska". http://www.aps.edu.pl/university.aspx

ENGLISH VERSION HERE > http://larceniesoftime.blogspot.com/2015/12/i-had-to-write-something-about-children.html





Sin dalla nascita della società contemporanea, la comunità internazionale ha compiuto molti sforzi per promuovere i diritti del bambino: nel 1924, a Ginevra, fu adottata la Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo, un documento piuttosto semplice contenente basilari – quanto concrete – garanzie. Così come oggi è dato per scontato, “Il bambino che è affamato deve essere sfamato, il bambino che è malato deve essere curato, il bambino che è in condizioni di difficoltà deve essere aiutato”. 
Poi, nel 1959, il documento originale – approvato anche da figure che sarebbero diventati simboli della pedagogia del Novecento quali Janusz Korczak – fu ampliato e aggiornato. 

Janusz Korczak e i suoi bambini, tutti morti a Treblinka.
Fonte: http://www.orecchioacerbo.com/editore/index.php?option=com_oa&vista=catalogo&id=399

L’ultima versione è datata 1989 ed è conosciuta universalmente come la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, divenuta famosa per la vasta diffusione e per l'approvazione che ha ricevuto ovunque nel mondo.
Tutti questi documenti stilano i diritti e i bisogni dei bambini affinché si agisca nel loro massimo interesse e per la loro tutela. 
L’innovazione della Convenzione del 1989 fu l’introduzione di alcuni principi moderni, come il diritto alla vita, il diritto ad avere un nome e un’identità, il diritto ad avere la propria privacy rispettata o il diritto di esprimere le proprie opinioni che devono “essere ascoltate e tenute in considerazione quando appropriate”.

È dato per scontato che tutti queste garanzie si siano sviluppate in un’epoca in cui i diritti basilari – come il cibo, l’assistenza sanitaria, l’educazione – erano già assicurati. Tutti sappiamo che ci sono aree nel mondo dove nemmeno i diritti basilari sono garantiti e dove molti bambini sono sottoposti alla fame, alla mancanza di acqua potabile o sono obbligati a crescere senza educazione e poi a combattere: ma, per oggi, la mia attenzione vuole focalizzarsi sulla nostra cosiddetta “società sviluppata” e sulle sue responsabilità e sui suoi doveri.

In particolare, sull’articolo 13 della Convenzione del 1989: “il bambino deve avere il diritto alla libera espressione; questo diritto include la libertà di cercare, ricevere, impartire informazioni o idee di ogni tipo, anche oralmente, in forma scritta, stampata, in forma d’arte o attraverso qualsiasi altro mezzo che il bambino voglia scegliere e indipendentemente da qualsiasi tipo di barriera”.

Quando ho letto questa disposizione la prima volta, non ho capito davvero che cosa volesse significare. Ero troppo giovane ed era difficile per me immaginare un bambino che “impartisce informazioni e idee” a qualcun altro, così come era difficile dare tanta importanza alle loro forme di espressione: vagavo con la mente tra i miei vecchi disegni – pile di fogli colorati, la maggior parte copie di qualche immagine trovata su un libro, lasciati in cima a un armadio e lì dimenticati – considerandoli solo la produzione di una florida creatività, niente di più. Solo il passatempo di una piccola zelante bambina.

Poi, un giorno, sono tornata all'asilo – sarebbe meglio dire alla “Scuola dell’Infanzia” – per un progetto di lavoro e ogni cosa è cambiata. Aperta la porta, sono stata risucchiata nell’atmosfera infantile: piccole sedie, piccoli tavoli, piccoli appendiabiti, piccoli armadi. Tutto il materiale necessario era disposto su bassi scaffali che dovevo stare attenta ad evitare. 
Tutto certamente perfetto, a livello pedagogico – come suggeriva Maria Montessori in “La Scoperta del Bambino”: “aprire e chiudere i cassetti, le porte e le finestre, riordinare una camera, sistemare le sedie, tutti questi sono esercizi che permettono al corpo del bambino di muoversi e questo movimento permette di perfezionare il corpo e la mente”: tutto deve essere “a misura di bambino”.
Sono diventata adolescente con due fratelli piccoli, costantemente immerse nei meccanismi dell’infanzia ma, probabilmente per la gelosia tipica della “fraternità”, non ho mai empatizzato con la loro età. 
Quel giorno, sono stata completamente scioccata nel riscoprire un mondo così minuscolo e piccino che avevo completamente dimenticato. 
E soprattutto avevo dimenticato quanto quei fogli colorati fossero importanti per me, quando ero bambina.

L'importante è disegnare, la posizione non conta...
Serena Saligari © 2015

Non è cosa comune tenere in considerazione e discutere del processo creativo dei bambini. Forse perché siamo abituati a vedere la loro fantasia come strana, stravagante, illogica se non addirittura ridicola. Li scherziamo se parlano con il loro amico immaginario, se fanno parlare i loro pupazzetti, se si immaginano dottori, infermierini, maestre. Questo “gioco simbolico”, come lo chiamava Jean Piaget, è una componente fondamentale per il loro sviluppo sociale, ma quando li guardiamo giocare siamo stupiti e impressionati nel sentire le espressioni che usano – spesso ripetendo, copiando e mischiando i comportamenti che assorbono dagli adulti – e soprattutto ci dimentichiamo che facevamo così anche noi. È come se, una volta cresciuti, ci vergognassimo delle cose che eravamo soliti fare.

Invece di giudicare la loro condotta dovremmo piuttosto lasciare i bambini liberi di esprimere se stessi in ogni modo – ovviamente nei canoni delle modalità accettate e corrette.

Il “diritto di essere creativi”  dovrebbe essere aggiunto e conservato nelle leggi delle nostre società.

Come Ken Robinson dice, "creatività" è “il processo che consiste nell’avere idee originali che hanno valore”. 
In principio, come dicevamo prima, ogni bambino ha il suo bagaglio di competenze creative che è nostra responsabilità incoraggiare. 
Essere creativi permette di creare nuovi mondi, di immaginare cose che non ci sono nella nostra realtà. Essere creativi permette di avere nuovi punti di vista, di vedere al di là delle cose comuni, di diventare visionari. Essere creativi ci abitua al “pensiero divergente”, ovvero alla possibilità di vedere diverse soluzioni allo stessa problematica. J. P. Guilford, l’ideatore di questa espressione, nel lontano 1950 sottolineava gli effetti positivi di questa attività, che consente ai nostri bambini di diventare elastici, innovativi, abili nell’adattarsi alle diverse situazioni. 
Questi sono i motivi per cui dobbiamo incoraggiare i loro talenti naturali, le loro abilità, le loro competenze: all'inizio questo stimolarli ci sembrerà inutile e senza risultati significativi, ma porterà innumerevoli effetti positivi al loro futuro.




Ma esattamente, cosa fare?
Una delle migliori vie per stimolare il pensiero laterale è porre “domande stupide”: non nel senso di sciocche, superficiali o insensate, quanto piuttosto nel senso di “basilari”: a volte ci dimentichiamo di approfondire il concetto chiave su cui ci stiamo impegnando. “Sto lavorando sull'immaginazione”: ma che cos'è “l’immaginazione”? “Voglio stimolare la loro fantasia”, ma che cosa significa “fantasia”? qual è la differenza tra “fantasia” e “immaginazione”? 
Siamo così sicuri di conoscere il significato di queste parole che non ci preoccupiamo del loro effettivo significato. E quando proviamo effettivamente a definirli, di troviamo impotenti di fronte all'evidenza che non siamo in grado di farlo.
Per questo dobbiamo insegnare ai bambini a prestare attenzione all'etimologia di ciò che stanno facendo – anche se può sembrare ambizioso.

In un secondo momento, il principale compito degli adulti è quello di provvedere i materiali, le condizioni, le esperienze in cui i bambini possano sentirsi a loro agio. Poi, dare loro qualche regola essenziale – come quella di avere rispetto per gli altri bambini, per i loro lavori, per i materiali e l’ambiente in cui stanno lavorando.
Ma non dobbiamo dire loro cosa fare. Il nostro input deve essere solo quello di metterli nelle condizioni di essere creativi. Piuttosto possiamo stimolarli, dando loro alcuni generali principi da rispettare: “lavora sulla forma” o “lavora sulle dimensioni”: fondamentalmente “cambialo”, “dagli una diversa funzione”. Regole molto generali che possono aiutarli a focalizzarsi in una certa direzione, senza compromettere la loro volontà.

Se un pestello diventa un flauto incantatore...
Serena Saligari © 2015
Se i bambini hanno l’occasione di crescere in queste condizioni, la formae mentis che svilupperanno darà loro un sacco di vantaggi futuri nel risolvere i problemi, nel prevenire i rischi, nell'essere positivi.

E non dobbiamo essere così preoccupati da questa loro "indefinibile" produzione, che sicuramente riempirà i nostri armadi fino all'orlo: Bruno Munari le ha dato una precisa definizione – seguendo il principio dell’approfondire concetti “banali”, come dicevamo. Può essere chiamata “invenzione” – l’atto di produrre qualcosa di nuovo che funziona ed è esteticamente attraente. Può essere chiamata “fantasia” – l’atto di immaginare qualcosa che prima non c’era e che non deve per forza essere praticamente realizzabile. Possiamo chiamarla “creatività” - se uniamo fantasia e invenzione per produrre qualcosa di originale, che funziona e che è pure bello.

Serena Saligari © 2015


In ogni caso, queste attività consentono ai bambini di distinguere ciò che è improbabile da ciò che è pura fantasia, di capire che la realtà cui siamo costantemente sottoposti non è l’unica possible.

La creatività è oltretutto uno “spazio sacro” dove i bambini possono esprimere i loro sentimenti: “spazio sacro” nel senso dell’"essere separato dallo spazio e dalle regole dello spazio ordinario”, come lo ha definito Gerardus Van Der Leeuw, quindi un luogo dove le regole sociali e culturali sono sospese al fine di essere liberi da qualsiasi forma di dovere.
Così, nel pitturare, in un certo modo di danzare, in un’espressione usata per raccontare una storia, possiamo trovare indizi sulla loro condizione emotiva, sulla loro identità, sulla loro personalità o sul loro temperamento
Le potenzialità terapeutiche del disegno, usato sia come strumento di diagnosi che come terapia, sono risapute. Osservando il disegno di un bambino possiamo inferire aspetti della loro sfera emozionale che essi non sono in grado di esprimere a causa di qualche blocco psicologico o per la paura delle potenziali conseguenze.
“Loro diventano pittori per il fatto che c’è qualcosa che non possono dire”, diceva Rainer Maria Rilke.

Molti di noi non hanno le competenze per sfruttare le potenzialità di questo strumento, ma in un certo modo possiamo diventare più sensibili sulla potenzialità terapeutiche dell’arte.

Gianni Rodari, scrittore, poeta, pedagogista italiano, ha scritto “Grammatica della fantasia”, libro in cui ha indagato i meccanismi della fantasia e della creatività, considerandoli componenti essenziali per lo sviluppo umano.
Secondo la sua opinione, ogni persona deve avere l’opportunità di portare avanti la sua attività creativa e di sfruttare gli effetti benefici che ne derivano: anzitutto la gioia dell’espressione personale e della giocosa produzione pseudo-artistica.

E se siamo perplessi, basta cercare su Google “La colazione in Pelliccia” di Méret Oppenheim, “Il violino d’Igres”o “Lo specchio flessibile” di Man Ray, “Il martello di sughero” di Chaval o la “Macchina da scrivere molle” di Claes Oldeburg, il “Codex Seraphinianus” di Luigi Serafini: di sicuro la sensazione che ne deriverà sarà di meraviglia. 
Scopriremo che i nostri bambini sono uguali a degli artisti, per la somiglianza delle loro produzioni con quelle di questi celeberrimi artisti. E la certezza che siano pazzi si sgretolerà rapidamente!


"La colazione in Pelliccia", Méret Oppenheim, 1936.
Fonte: khanacademy.org
A volte “creatività” significa “distruggere per ricostruire”: le cornici socio-culturali e la conoscenza riconosciuta devono essere scosse, ribaltate, combinate per guardare il mondo da un’altra prospettiva, come nelle opere d’arte citate.

E bisogna essere aperti: è sufficiente dare un’occhiata alla natura per scoprire “arte” e splendore che siamo soliti pensare possano esistere solo nella nostra mente: Bruno Munari e Leo Lionni, rispettivamente in “Good Design” e “la Botanica Parallela” ci insegnano proprio a stupirci di fronte a forme tanto strane, a colori e funzioni che diventano possibili anche nel nostro mondo terrestre.

Da "La Botanica Parallela", Leo Lionni, 1976.
Fonte: ebook.telecomitalia.it