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lunedì 31 ottobre 2016

FILE di LIBRI o LIBRI di FILI?

  Vogliamo qui proporre un compendio di libri per l'infanzia (ma perchè no? anche per adulti) che sono percorsi da uno o più fili. Non è importante se questo filo è concreto o esiste solo nella realtà della narrazione: ci interessa creare un "catalogo" attraverso il quale comparare i diversi tipi di narrazioni e di messaggi che si possono costruire attraverso il tema dei fili e, soprattutto, dedurne le valenze comunicative ed educative.

Hai in mente qualcosa che per ora non compare tra i titoli qua sotto? Scrivici :)




Iniziamo con un semplice assunto: un filo può essere tante cose. 
IL FILO ROSSO, di Francesco Pittau e Bernadette Gervais, è un filo che “si srotola piano piano dal suo gomitolo” e che ci invita a seguirlo. Tra diverse forme, orientamenti, direzioni e... garbugli, ci permette di scoprire la natura cangiante e flessibile del filo, che può modificarsi e cambiare fino a diventare molte cose...
EDIZIONE: Castoro, 2005.






Un altro filo che si srotola e che ci cattura nella magia del suo dispiegamento è quello del bellissimo leporello double-face SUR LE FIL di Ilaria Demonti: un filo che diventa una traccia, una scia, una fune, un cavo, una linea, tutti accomunati dalla volontà di estrarre fili dall'enorme varietà d'usi del nostro quotidiano e di riportarli alla nostra attenzione.




EDIZIONE: Lirabelle, 2014.

L'idea del Filo rosso, o del fil rouge per dirla alla francese, è un'espressione che per antonomasia indica un legame che unisce fatti, circostanze o oggetti: deve la sua fortuna a Goethe, che lo usò in Le affinità elettive come esemplificazione dei legami che più o meno casualmente nascono tra le persone. Ma come espressione ha un origine molto più lontana e, per certi versi, molto più pratica: è legata infatti alla tradizione marinaresca, in quanto per districare le gomene di una nave si seguiva un filo rosso che rendeva possibile separare l'una dall'altra le corde aggrovigliate. 


                                      
È questa l'idea della collana FILO ROSSO di Artebambini: sia in LA CITTA' che in IL GATTO E LA LIBELLULA un cordoncino rosso accompagna la narrazione, perdendo flessibilmente la sua identità primaria e svolgendo molte altre funzioni.

Artebambini, 2014.

Artebambini, 2014.
In LA CITTA', la narrazione diventa ancora più interessante, giocandosi tra luci e ombre, tra contrasti cromatici, tra Negativi-Positivi, come direbbe Bruno Munari: c'è una possibilità di double-focus, in cui l'importanza degli sfondi, dei posizionamenti e delle sovrapposizioni è ciò che col filo guida una storia priva di parole. Il cordoncino che lo attraversa costituisce una sorta di facilitazione all'opera di uno story-making obbligato, dato che le parole “leggere sono volate via la prima volta che il libro è stato aperto” e delle immagini non resta che l'ombra.



PER FILO E PER SEGNO, di Luisa Mattia e Vittoria Facchini.
Silvia, divoratrice di storie, sapeva che ognuno aveva qualcosa da raccontare; sperava che giovani, vecchi e bambine passassero sulla sua via per raccontarle un nuovo aneddoto, un'avventura speciale. Un giorno però si rese conto che le storie erano troppe da ricordare e cominciò a collezionare i fili persi della sarta del paese, per pescare nuove storie con l'ausilio di questa rete. I fili si intrecciavano e si intrecciavano le storie, ma lei sapeva che, leggendo i racconti a bambine e bambini, ognuno di quei piccoli fili avrebbe richiamato alla sua memoria qualcosa...

 
EDIZIONE: Donzelli, 2012.

Allora il filo diventa simbolo di qualcosa, come FILO, protagonista del libro di Fabio De Poli e Andrea Rauch: egli è simbolo di un bambino spaurito, che ha paura del diverso, che teme l'ignoto; soprattutto, come un bambino, cerca la sua identità: è il cordone di un aquilone, è un filo di nuvole bianche, è un filo di tè che esce dalla teiera... Ma è sempre Filo.

EDIZIONE: La Biblioteca Junior, 2008.

A volte il filo decide di essere semplicemente un filo, un filo da non perdere. NON PERDERE IL FILO, di William Wondriska è la storia di un filo leggero e sottile, che circonda, lega, allaccia, costringe, annodata i protagonisti della storia. Perchè? Beh, questo lo scoprirete solo in fondo al libro ;)



EDIZIONE: Corraini, 2010.

"Dappertutto ci sono fili.
I fili sono diversi, come sono diverse le persone.
Possono essere sottili e forti, leggeri e robusti.
Certi fili si chiamano legami.
Sono invisibili ma molto tenaci.
Le strade sono fili che uniscono le persone.
Ci sono fili che è bello seguire
per scoprire che cosa c'è in fondo...”


FILI, di Beatrice Masini e illustrato da Mara Cerri è un libro soffice e ovattato. I fili passano di mano in mano, legando una bambina distratta a un bambino impaziente e il bambino impaziente all'uomo dei braccialetti e l'uomo dei braccialetti a un povero venditore di braccialetti. I fili vengono abbandonati e poi raccolti, smarriti e ritrovati, intrecciati e sbrogliati. La forte magia di legami nascosti tra protagonisti inconsapevoli che senza saperlo lasciano qualcosa l'uno all'altro.


EDIZIONE: Arka, 2004.

Lo stesso succede per il piccolo protagonista di C'E' UN FILO, di Manuela Monari e Brunella Baldi, che pian piano, esperienza dopo esperienza, osservazione dopo osservazione, assume consapevolezza della presenza di un filo che lega tutte le cose “unisce me alla mamma, me e la mamma al papà. Noi alla nostra casa, la casa alle altre case”. A sua detta è “una specie di ago trasparente che cuce insieme tutto”, ma qual è il suo nome? Per la mamma sia chiama Amore, per il papà RAGIONE, per la maestra VERITA': non possiamo saperlo, sappiamo solo che “se mi perdo mi riattacco al filo e, op, mi ritrovo. È che tutto è come deve essere”.



EDIZIONI: San Paolo, 2010.

Un altro libro che narra di passaggi e di scambi, con la delicata purezza di un bambino è IL FILO ROSSO, raccontato da Anne-Gaëlle Balpe e illustrato da Eve Tharlet.
Felicino conserva un filo rosso che si è staccato dalla testa di una bambola: per lui è come se fosse un grande tesoro. Nel suo cammino, però, gli viene chiesto di separarsene e di concederlo a un piccolo uccellino che lo utilizzerà per il suo nido. Una piccola grande prova per diventare adulti e per capire l'importanza della generosità e dell'aiuto. Il buon cuore di Felicino verrà ricompensato con altri doni, finchè il filo rosso tornerà da lui.

è molto più di quello che pensi! […] Questo filo ha reso felice un uccellino, ha permesso a una formica di tornare a casa e, tra poco, sazierà dei cuccioli affamati...”.




Ecco qui uno dei miei libri preferiti, l'unico, forse, in cui il protagonista è un filo, pur senza essere nominato. IO ASPETTO, di Serge Bloch e Davide Calì, è la storia della vita. Sì, della vita: non di una vita. Perchè narra i grandi momenti, tristi e felici, attraverso cui tutti noi passiamo e che in un certo senso ci uniscono. Un nuovo nato in famiglia, le feste di compleanno, i regali sotto gli alberi a Natale: le cose che tutti aspettiamo con trepidazione e che, nel bene e nel male, ci fanno sentire vivi.


Se si costruisse la casa della felicità, la stanza più grande sarebbe la sala d’attesa” - Jules Renard.


EDIZIONE: Kite, 2015.

Ma a volte sono i libri più semplici che riservano una sorpresa...
Tra i Prelibri di Munari spunta qualcosa...


Spunta qualcosa proprio dal numero 1...

EDIZIONE: Corraini, 2016.

La storia di fili continua...

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mercoledì 6 gennaio 2016

Un "modello di pensatore": Bruno Munari raccontato da Giancarlo Iliprandi

Tutti amiamo le storie, soprattutto quelle che ci vengono raccontate. Amiamo restare ad ascoltare la voce di qualcuno che ci parla di ciò che noi non abbiamo visto o che non abbiamo nemmeno mai immaginato. Stiamo in silenzio e, mentre le nostre orecchie ascoltano, i nostri occhi vagano nello spazio di una fantasia creatrice, che cerca di immaginare forme e colori di quel racconto. 
Se poi abbiamo sottomano un libro, magari pure illustrato, la strada è più semplice, perché chi ha scritto quel libro ha già mediato tra realtà e fantasia e ha provato a rendere immutato e verosimile il contenuto reale o fantastico della sua mente.

Tutti amiamo le storie, anche per una specie di transfert futuro: tutti speriamo che quando saremo vecchi avremo anche noi molte storie da raccontare. Per questo scriviamo i diari, conserviamo lettere e biglietti d’auguri, scattiamo foto per immortalare il momento che ci servirà per riagganciare nella nostra mente eventi minuscoli e migliaia di azioni che hanno reso quella storia abbastanza importante da essere raccontata.



Le mie storie preferite sono quelle che mi parlano di un mondo che c’era, ma che non ho conosciuto. Questo perché sono nata in un’epoca relativamente recente. Ma ho avuto la fortuna di sentirmi raccontare di persona storie che risalgono ai primi anni del Novecento. 
Dai miei nonni, soprattutto, che hanno vissuto esperienze e vicende che ad oggi hanno dell’impossibile. Storie di fame, di prigionia, ma anche e soprattutto storie di coraggio ed entusiasmo. Amavo ascoltare quelle storie perché mi parlavano di cose e persone che ho conosciuto, perché mi svelavano ragioni e motivi della realtà che avevo sotto mano. Delineavano nella mia mente la giovinezza degli avi, la loro vita di campagna, le loro arti e i loro mestieri. Ed era una realtà così distante, ma allo stesso tempo così mia, che stavo morbosa a indagare ogni dettaglio, ogni minuzia, ogni aneddoto che potesse approfondire la mia conoscenza.
Quelle storie non le sento ormai più, con un velo di tristezza e malinconia sono rimaste sepolte tra le buone abitudini di quando c’erano i nonni…

Non pensavo di certo che il 2016 iniziasse ri-portandomi a questa emozionante scoperta del mondo che c’è stato. No, non ho scoperto niente di più sulla mia famiglia o sulle mie radici, ma ho avuto il piacere di ascoltare una storia delicata e sensibile, come se fosse stata tracciata con setole morbidissime e levigate dal tempo. La storia di Bruno Munari, vista dagli occhi del suo amico e collega Giancarlo Iliprandi...
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Questo perché alle 00.01 del primo giorno dell’anno mi ha raggiunto un pacco misterioso e anche piuttosto controverso – ma questa è un’altra storia – contenente l’originalissima biografia per immagini Note, di Giancarlo Iliprandi. Un desiderio espresso ed esaudito.


Quella stessa notte, tra le famose 00.01 e le due, mi sono addentrata tra le sue pagine, nella mordace curiosità di scoprire qualcosa di nuovo su quell'artista di cui avevo sentito tanto parlare e a cui ero approdata, ancora una volta, attraverso le fila sottili e robuste che legano gli artisti italiani che hanno avuto la loro massima espressione tra gli anni Cinquanta e Sessanta e tra i quali, per quanto mi riguarda, Bruno Munari è l’assoluto paradigma.

Quello che ci ho trovato, tra i tanti spunti per cui vi consiglio i leggerlo, è la storia di una bellissima e semplice amicizia tra artisti geniali nella Milano degli anni Sessanta. Probabilmente solo uno dei tanti percorsi tracciati dai ricordi di Giancarlo Iliprandi, ma egli non me ne voglia se per oggi sposterò – ancora una volta, lo so – l’attenzione sul bellissimo ritratto che mi ha regalato di Bruno Munari.

D’altronde, credo che mi comprenderà, dal momento che pure sua figlia Viviana si innamorò di Bruno “a prima vista, come tutti i bambini”. Okay, visto che non sono più una bambina, o meglio credo di non esserlo più per molti aspetti, la storia che Iliprandi mi ha raccontato ha in un certo senso dispiegato, ha reso palese a me stessa le ragioni di questa smisurata passione che mi lega a Munari. Leggendo le sue parole era come se nella mia mente si chiarificasse il garbuglio di sensazioni e impressioni che in questi anni ho raccolto su di lui e che non riuscivo a riordinare per trasformarli in lucida motivazione di tanto interesse.

Mi sembra di vederlo, seppure le immagini che ho di lui sono solo fotografie, nella sua casa-studio. La stessa in cui ha accolto Giancarlo Iliprandi quando era andato a chiedergli di poter esporre alcune delle sue opere in una delle letture sull'arte contemporanea in Italia che avrebbe dovuto tenere a Salisburgo. Bruno Munari non aveva monografie, non aveva agende né schedari: “segna brevi appunti su dei foglietti 10x10 che infila in tasca ripiegati” e “mi riempì di foto”, proprio per questo suo alternativo modo di documentare.


Lo immagino avvolto nella sua “cordialità contagiosa”, quella con cui affrontava ogni situazione. “Discuteva ogni obiezione tra il divertito e l’infastidito. […] I contrasti finivano con rallentare il lavoro, mentre lui tendeva a risolvere tutto seguendo un ritmo interiore”. D’altronde era stato in Giappone e da quel suo viaggio sembrava aver ereditato non solo i principi Wabi Sabi, ma pure quell’atteggiamento zen che sembra brillantemente permeare le teorie esposte nei suoi libri più “teorici” – Da cosa nasce cosa, Artista e designer.
“Bruno parla con i bonsai”, “colleziona oggetti piccolissimi, perché occupano poco spazio” e “viaggia con le sculture da viaggio”, elementi indispensabili, come se dovesse sempre, pur in punta di piedi, portarsi dietro qualcosa della sua stessa essenza.

Le sue doti principali? Iliprandi cerca di descriverle, e lo fa in uno stream of consciousness di arzigogolata spontaneità: salta da una parte all’altra, cercando di racchiudere dentro una grande rete, tutti gli sprizzi di una personalità così vasta. “La sua dote principale”: la flessibilità, il rigore, la spontaneità. “Trova su una bancarella un disco in dialetto comico milanese. Ripete le battute con quel suo accento un po’ veneto, ride tanto che gli vengono le lacrime agli occhi”, e poi “tutte le sere del ‘65 lo troviamo al Derby che canticchia ‘L’ombrello di mio fratello’” o una canzone di Tony Dallara con una strofa che termina “in fondo ad un bicchiere di gin”. “Bruno la canta spesso anche se non beve gin”. Tutto questo come se si facesse guidare dall’ondata di una sensazione crescente di vitalità ed energia, che gli sa sempre indicare, con un’estemporaneità determinata, ciò che è giusto fare. 
Addirittura si narra una cosa molto insolita, che se conoscessi Munari appena d’accenno, mi confonderebbe: “è salito sul Duomo a manifestare con altri europeisti. L’hanno arrestato”.

Fonte: munart.org

In effetti io me lo immagino così: composto e ordinato quanto basta da creare un metodo, quello del Codice Ovvio, ma sufficientemente audace per mettere tutto in discussione, per farsi sorprendere da ogni cosa. “Le mani, le forbici, i ritagli colorati che gli restavano appesi alla giacca, le poche righe su fogli di carta destinati a chissà quale proto”. “Non possiamo lasciarlo solo con una forchetta” – e chi è esperto comprenderà - perché tutto è materia buona per creare, per dare nuove forme, funzioni, valori, per vedere oltre il consueto.

L’ironia, insieme all’equilibrio zen, lo accompagnavano quando c’era qualcosa da discutere: “non gli piace di venire etichettato”, “anche Munari era intransigente: sotto il suo aspetto mite, non sopportava i mercanti d’arte, la pubblicità” e soprattutto “niente lo metteva in soggezione”.

Ma se proviamo a definirlo, a trovare un’espressione che sia degna della sua vitalità?
Iliprandi lo circoscrive con un’espressione che a me piace molto: “Bruno Munari è stato un indiscusso, impareggiabile modello di pensatore. Potremmo dire anche di progettista, pure di educatore, infine di tante altre cose. E forse non solo modello. Forse sarebbe più appropriato esempio. Di linearità, di chiarezza, di nonsochealtro. Perché riassumere la sua vitalità con espressioni consuete pare quasi riduttivo. Un modello e basta. Fuori dal tempo”.

Fuori dal tempo perché, a conoscerlo, si capiva subito che aveva una marcia in più. Come se fosse “tarato su un metronomo più stimolante, messo in movimento durante gli anni futuristi, chissà".

E se proviamo a dire quali sono state le sue opere più importanti?
Iliprandi dice era un “grande comunicatore”. E credo che questa espressione abbia molto valore se detta da un professionista della comunicazione come lui, da uno che ha fatto del dovere di comunicare il suo lavoro, il suo impegno, la sua passione. Ma “forse le sue cose più importanti sono quelle per i bambini, per i ragazzi. Era un formatore”, perché per essere dei buoni formatori bisogna innanzitutto saper comunicare, saper trovare una corsia preferenziale e brillante per arrivare prima al cuore e poi alle menti di chi si mette nelle tue mani per imparare.
E forse la caratteristica vitale che lo rendeva un formatore d’eccellenza era il fatto che mettesse “sullo stesso piano positivo e negativo. Il suo difetto principale: essere sempre positivo. Veramente positivo”.

Fonte: brunomunari.it
“Veramente positivo” da accettare qualsiasi espressione come forma d’arte, mi verrebbe da dire. “Veramente positivo” da intravedere in ogni scarabocchio tracciato, in ogni foglietto ripiegato, in ogni macchia di colore sgocciolata dai bambini che a partire dal 1977 – anno del primo laboratorio per bambini all'Accademia di Belle Arti di Brera – un’energia vitale origine di idee creatrici.

La cosa più importante che credo di aver imparato da Bruno Munari è a dare un preciso profilo al termine ‘creatività’: la capacità di saper accostare o leggere in modo diverso cose esistenti. Per lui ‘creatività’ non era mai ‘invenzione’ o ‘fantasia’. “Essere creativi non è esplorare un bizzarro ignoto territorio di caccia. Bensì, e con un maggiore raziocinio, ridurre il campo d’azione entro l’angolo del nostro sapere contingente”.
Insomma: saper guardare ciò che abbiamo sotto gli occhi con uno sguardo diverso e, soprattutto, da una nuova prospettiva, per saperlo trasformare, manipolare, ricreare, risignificare.

Ed è per questo che è stato bello trovare tra queste pagine bianche profumate di nuovo la ‘soluzione’ ai loro lavori, a quelli di Bruno Munari e dei suoi colleghi (Giancarlo Iliprandi, Max Huber, Achille Castiglioni, Albe Steiner e tutti gli altri): “una certa operosità è diventata creatività. Perché anche noi, lontani cugini del signor Da Vinci, necessitavamo di un passaporto. O di una patente o di un lasciapassare o di una bolla qualsiasi. Purché fosse chiaro che eravamo dei creativi, finalmente. E non, come per decenni si era supposto, dei pittori, degli scrittori, degli artisti qualsiasi ma, finalmente, dei creativi”.



E così è questo quello che resta, di questa incommensurabile produzione innovativa e originale, audace come solo audace può essere la passione rinascente di artisti, designer, architetti che hanno avuto la responsabilità di dare una chance a un’epoca nuova. Sperimentazioni libere e autonome, che trovano nella loro stessa encomiabile innovazione la linfa vitale per esistere anche fuori dagli ordini, dai generi, dai mercati, come il design di Enzo Mari che “ha sempre fatto quel che voleva, pur con quel carattere terribile che si ritrova”, come la tipografia e la grafica di Iliprandi, come la pedagogia bizzarra e libertaria di Munari.
Probabilmente per questo li ricorderemo, anche se magari loro l’avranno fatto perché “l’unica cosa che resta della vita di un uomo è quello che egli ha fatto per gli altri.” Bruno Munari diceva questo con molta semplicità, con leggerezza. Con quella voce da ragazzo che lascia perplessi molti accademici.

Una semplicità che mi sembra di ritrovare, soffusa e quasi timida in quella foto insolita e sgranata dal tempo,di Bruno Munari a Filicudi, nel suo museo delle ricostruzioni teoriche di oggetti immaginari. La mia foto preferita, il mio paradigma descrittivo di quest’uomo.


Ma come molti dicono, ognuno conosce un Munari diverso, e sono grata a Iliprandi di avermi lasciato immergere nella sua calorosa e familiare atmosfera, soprattutto in quella del 1949, quando, all’isola d’Elba con Alberto (Munari) cercavate piriti all’interno di una cava abbandonata. “Bruno visto di spalle, vestito di bianco, all’imbocco della miniera dove eravamo andati a cercare piriti pareva indispensabile. Doveva entrare nel libro. Doveva entrare assolutamente”.
Invece siamo ancora là, nella cava rossa, carezzati dall’odore della macchia.

E forse, grazie a questa storia raccontata, pur senza quella foto indispensabile, in quella cava rossa mi sembra di esserci stata anche io, fosse solo per un minuto.

Foto tratte da Note, Giancarlo Iliprandi, Hoepli, 2015.

martedì 24 novembre 2015

Codex Seraphinianus: compendio di una storia infinita

Chi ci conosce, ci ha sentiti parlare di questo libro centinaia di volte. Ce ne siamo innamorati e, dopo essercene procurati una copia, abbiamo  iniziato a mostrarlo, descriverlo, proporlo in moltissime e diverse occasioni della nostra quotidianità. Tra amici, per una chiacchierata al bar, per un qualche  progetto di ricerca, fino a renderlo parte del nostro lavoro. Abbiamo sperimentato la sua efficacia nelle scuole e, per ora, questo traguardo rappresenta la più grande soddisfazione personale: aver concretizzato teorie e potenzialità creative e immaginifiche che eravamo certi questo libro contenesse.
Il nostro  progetto è illustrato nel numero 326/2015 della rivista d'illustrazione e letteratura per l'infanzia Andersen (http://www.andersen.it/ottobre-2015-n-326/)

Quello che vogliamo fare con questo post è raccogliere tutte - ma proprio tutte - le conoscenze e le curiosità che abbiamo accumulato in questi anni intorno al "Codex Seraphinianus". Creare una sorta di compendio per tutti quelli che ne sentono parlare per la prima volta, per chi vuole approfondire e per chi vuole riordinare le idee sparse - e le suggestioni - intorno a quest'opera. . E infine, dobbiamo ammettere di averlo fatto anche per noi, per dare forma e struttura alle infinite chiacchiere che abbiamo prodotto e produrremo, come in una sorta di database dialettico. 
Insomma, quella che vi aspetta non è una lettura semplice, né  rilassante: ma non è fatta per essere letta tutta. Seguite  i sottotitoli e soffermatevi su quello che più vi interessa, come in un'(altra)enciclopedia.


Parlare del Codex Seraphinianus a qualcuno che non ne ha mai sentito parlare significa prenderla molto alla larga. L’unica cosa che forse si può accorciare è il nome, essendo divenuto, per antonomasia, semplicemente “Il Codex”. 
Anche se non servono particolari requisiti per l’accesso al suo universo - anzi, per sua natura, richiede "solo" di liberarsi da ogni schema e preconcetto - è difficile collocare un’opera tanto singolare all'interno della nostra conoscenza e, prima ancora, della nostra percezione.
Diciamo anzitutto che il Codex Seraphinianus è un’enciclopedia: beh, questo sembra in effetti essere un bel punto fermo, ma se vogliamo essere più realistici, meglio chiamarla “l’enciclopedia di un visionario”, come suggeriva un’autorità quale Italo Calvino.


"Panismo" serafiniano
Anzitutto è un’enciclopedia perché rigorosamente sistematico, dato che il Codex è diviso in capitoli e sezioni e corredato da relativi indici anticipatori.
È un’enciclopedia perché provvisto di un'importante componente iconica: ogni enciclopedia che si rispetti racchiude illustrazioni accurate dei fenomeni che descrive, accompagnate da didascalie e schemi, freccette e rimandi, che devono istruire il pubblico ancora ignorante di ciò che sta apprendendo.
Ma il requisito fondamentale è che un’enciclopedia racchiuda tutto il sapere accumulato dall’uomo intorno al suo universo. Data l'ovvia natura “umana” di Luigi Serafini, ci aspetteremmo che la sua opera non sia che una copia, magari più aggiornata e precisa, dell’impresa settecentesca di Diderot e D’Alambert.


Accurato indice anticipatorio
Ma è proprio a questo punto che bisogna recuperare la seconda parte dell’espressione calviniana: “di un visionario”. Serafini raccoglie sì il suo sapere, ma non il sapere intorno al nostro mondo: descrive, e mentre scrive e disegna lo forgia, il mondo della sua immaginazione, della sua visione fantastica, del suo modo alternativo di vedere le cose.
È così che un architetto diventa artista e da artista visionario, colui che vede oltre la realtà empirica e immediata e crea, con un’azione che ha del demiurgo, un universo parallelo al nostro.
Ed è proprio in questo mondo altro, così simile al nostro da divenire straniante – sarebbe meglio dire spaventoso? - che si cela l’affascinante mistero del Codex: un universo costituito da piante, fiori, macchine, uomini apparentemente così simili alla realtà che ci circonda, ma comunque diversi. L’autore prende in prestito elementi reali e li mischia, stupendoci del fatto che sia possibile una così profonda ricostruzione semantica del mondo in cui viviamo: un’ibridazione da molti definita “borgesiana”, che mette in luce come tutto possa essere trasformato e sconvolto, fino a uno stravolgimento che ci scompensa, ci travolge, ci impaurisce inducendoci a (ri)leggere il mondo in cui viviamo attraverso i parametri fornitici dal Codex.

Le immagini diventano il paradigma della permeabilità tra i diversi territori dell’esistere: l’anatomia scambia le forme con la meccanica - si pensi alle braccia-martello o al dito-penna stilografica - spesso completandosi con il vegetale. Esso a sua volta si fonde con il merceologico e si generano foglie-forbici, spighe-matita e nello stesso modo il tecnologico e l’araldico, il selvaggio e il metropolitano, lo scritto e il vivente.

Arti ibridati
C’è chi dice che il libro non ha un senso, che non è che una colossale (per quanto strabiliante) presa in giro: ma tutti, davanti alla sua innegabile organicità, devono ammettere che non può essere solo il prodotto di un estro casuale ed estemporaneo.

Ma il mistero non finisce qua: esso è rafforzato dal rompicapo di una scrittura incomprensibile, finora indecifrabile e (forse?) asemica, cui la nostra propensione scolastica ci spingerebbe ad affidarci per svelare l’arcano: peccato che, invece, non ci dia altro che l’illusione di trovarci davanti a un libro “normale”.
Insomma, l’angoscia che questo Universo ci trasmette non deriva tanto dalla sua differenza con il nostro, quanto dalla sua somiglianza: gli elementi sono quasi sempre riconoscibili, ma è la connessione tra loro che ci appare sconvolta. Lo scompiglio degli attributi visivi genera dei mostri, tanto che si potrebbe quasi definire il Codex Seraphinianus un’opera teratologica di raffinata logicità, in quanto i nessi contorti e accavallati sembrano apparire ed essere lì, pronti per essere pronunciati, perché nel vederli qualche lampadina si accende nella nostra testa.

LA NASCITA DEL CODEX

Da "Decodex", opuscolo dell'edizione 2013 
È il settembre del 1976 quando Luigi Serafini, classe 1949, sta disegnando su un foglio d’album con delle semplici matite colorate: si trova nel suo studio al numero 30 di via Sant’Andrea delle Fratte, vicino a Piazza di Spagna a Roma, sua città natale, in quello che definisce un “palazzo fatiscente con i gradini di peperino logorati dai secoli”.
Dalle sue mani prendono aspetto uomini ibridati con arti a forma di pinza, di ruota, di penna a stilo.
Ha trascorso gli anni precedenti a viaggiare tra l’America e l’Africa, dal Congo all’Eufrate e questo ci spinge a pensare che le esperienze di viaggio siano brillantemente rielaborate nella sua opera.

Quello che ha in mente, però, non è ancora ben chiaro nemmeno a lui.
Si rende conto che i suoi disegni assumono spontaneamente un ordine quasi tassonomico e, febbrilmente, continua la produzione. Una sera, il suo amico Giorgio passa a trovarlo con qualche idea per la serata, ma Luigi Serafini declina l’offerta, dicendo di essere impegnato nella stesura di un’“enciclopedia”: sarà quest’affermazione a decretare la svolta.

Egli scivola nel ruolo di un amanuense che se ne sta segregato nello scriptorium del suo monastero e questa condizione sarà destinata a durare quasi tre anni. Vive in isolamento, approfittando soltanto dei piccioni che si posavano sul suo terrazzino per banchettare le briciole, per ricevere le “news della giornata attraverso i glu glu e i battiti d’ali”, che dice di saper interpretare grazie agli insegnamenti della nonna conoscitrice del loro linguaggio.

Ma chi ha guidato la creazione del Codex? Da dove nascono i disegni, da dove nasce la fluida scrittura? E' tutto frutto della sua immaginazione?
Spesso egli ha affermato che in realtà il Codex è una creazione eterodiretta, guidata da una forza esterna: l'abbiamo sentito parlare di genius loci, ovvero delle forze sovrannaturali che si riuniscono intorno a un luogoe, nel caso specifico, intorno a Roma, ma di questo parleremo a proposito dei suoi debiti artistici - e dello spirito del tempo - che, secondo Hegel, giustifica le produzioni dello Spirito nelle diverse epoche.

Genesi delle coccinelle
Ma nel suo Decodex, opuscolo legato all'edizione Rizzoli 2013, egli propone una tesi più fatata. Una sera, mentre rientrava, vide una gatta bianca che sembrava abbandonata: la portò a casa con sé e abitarono insieme fino alla conclusione del Codex. Si arrampicava sulle sue spalle e, mentre egli disegnava, si accoccolava ronfando. Facendo penzolare la coda una volta a destra e una volta a sinistra, a seconda dei sogni che faceva - come nella storia narrata da Puškin in Ruslan e Ludmilla – trasmetteva a Serafini, nel contatto con la sua ipofisi, canzoni e racconti che lui scambiava per la sua immaginazione. Sembra essere l'unica ipotesi, questa, a poter  giustificare una sì vasta produzione in così poco tempo.

In questi lunghi mesi di forsennato ed esclusivo impegno, ben sapendo di dover trovare un modo per mantenersi, Serafini collabora con alcuni architetti – per questo lui stesso afferma che la pagine del Codex sono contagiate dalla “precisione del disegno tecnico e dalla profondità del nero di china” – ma soprattutto cerca una strada per ottimizzare i prodotti della sua creatività: insegue tutti i possibili editori sul mercato, non guadagnando, però, l’attenzione di nessuno.

La buona occasione si paleserà con Franco Maria Ricci: dopo averlo aspettato per due giorni in un’utilitaria prestata appostata in Via Santa Sofia, ove c’era il suo ufficio, riesce finalmente a incontrarlo e a mostrargli alcune delle sue tavole. Il lavoro era a quell’epoca ancora in fieri: Ricci, entusiasmato dalla sorprendente genialità innovativa di Serafini, lo stimola a continuare il lavoro, del tutto inconsapevole della sua prolificità - tanto che, a un certo punto, dovrà dare uno stop all'autore, che continuava a sottoporgli tavole nuove.
La prima edizione del “Codex Seraphinianus” sbarca nelle librerie nel 1981: è un vero successo, tanto che richiama l’attenzione, non solo di Italo Calvino, ma anche di altri personaggi famosi a livello internazionale.

"Codex Seraphinianus" edito da Franco Maria Ricci, 1981 (Fonte: wikipedia.it)
IL TITOLO

Luigi Serafini non voleva dare un titolo alla sua opera: ma, come ha affermato lui stesso, “non avrei saputo come giustificarne l’assenza”. Fu Ricci a scegliere il titolo “Codice di Serafini” trasposto alla latina, formula evocante l’enigmicità fuorviante del libro, spiegabile solo se ci si cala nell’universo seraphinianus.

STRUTTURA

Il libro si compone di quasi 400 pagine - dipende dalle edizioni: se volete un dato preciso e scrupoloso, vi consigliamo di contarle, dato che anche il sistema di numerazione delle pagine è in codice.
È diviso in 11 sezioni che sembrano ricalcare la nostra naturale segmentazione della realtà: ci sono una sezione botanica, un’altra zoologica, una antropologica, una fisica, una meccanica, persino una gastronomica. Ampio spazio è riservato all’etnografia, alla produzione architettonica e a quella alfabetico-scrittorea.
È interessante notare come, all’inizio di ognuna di esse, vi sia, oltre ad un indice schematico e a quella che sembra essere una descrizione introduttiva del tema trattato, l’esposizione particolareggiata delle microparticelle che danno forma agli elementi trattati dai capitoli: si trovano infatti minuscoli esserini, simili a cellule di differenti forme e colori, che vengono accuratamente catalogati.

Microparticelle
Nell’opera ci sono anche elementi ricorrenti, quelli che, secondo Calvino, scatenano maggiormente il suo ‘raptus visionario': l’arcobaleno, l’uovo e lo scheletro - che vediamo ad esempio in attesa della sua ‘tunica di pelle’. L’arcobaleno sembra essere il principio di tutto quest’universo: lo si trova forato da  animaletti che potrebbero esserne il germe vitale, è il ponte che sorregge intere città, sa cambiare forma e colore a seconda del suo sostegno e  viene generato da vere e proprie macchine.

Elementi ricorrenti del Codex
LA SCRITTURA

Luigi Serafini dice che le “parole” sono state inserite nel Codex perchè necessarie, sono come uscite dalle sue mani nell’urgenza di spiegare delle immagini tanto stranianti da risultare incomprensibili allo stesso autore: “avevo fatto un disegno che non capivo”. Gli sembrava che mancassero le parole per completare quel disegno sempre più simile a un atlante e così, armato della convinzione che l'avvicinamento di un testo a un'immagine generi quantomeno un'apparenza di senso – anche se non comprendiamo nè l'uno nè l'altro – creò un nuovo alfabeto che “fosse gradito alla mia mano”.

La scrittura del Codex, che non corrisponde a nessun alfabeto realizzato dall’uomo prima d’allora, si compone di segni barocchi e rotondeggianti: è forse questo l’elemento che, ancor più delle immagini, ha suscitato l’interesse di studiosi e non, che si sono improvvisati decodificatori e hanno cercato di trovare la chiave – sempre che esista - che sta dietro al meccanismo. Anche qui, l’assoluta vicinanza che accomuna il linguaggio serafiniano al nostro, ci lascia basiti e attoniti a crogiolarci in un’impotenza a cui non sappiamo arrenderci. Tuttora, pur essendo passati oltre 30 anni dalla sua prima edizione, impazza il dibattito sugli spazi offerti dai blog e da altri format di discussione.


Macchina che produce le lettere
Recentemente Luigi Serafini ha affermato che la scrittura è asemica, cioè aperta, senza parole, priva di un qualsiasi specifico contenuto semantico: si crea così un vuoto di significato che si lascia al lettore di riempire e interpretare.
Ma la sistematicità dei grafi che la compongono, la ridondanza di quelle che ci sorge spontaneo definire “lettere” allontanano dalla nostra opinione la possibilità che si tratti di una scrittura anomica, cioè priva di regole: anche nel Decodex si dice che “lentamente distillai una calligrafia con tanto di maiuscole e minuscole, punteggiature e accenti”.
La cosa sorprendente è che la grafia è anch’essa vivente e diventa oggetto stesso delle immagini. Ha una sua corposità, può diventare tridimensionale, può sollevarsi dal foglio appesa a dei palloncini, può sanguinare se punta con uno spillo. Addirittura, possiamo esaminarla con una lente, per vedere i microscopici corpuscoli che la compongono.

La scrittura prende forma
LE EDIZIONI

Come abbiamo detto, la prima edizione risale al 1981, per i tipi di Franco Maria Ricci:  divisa in due grossi volumi rilegati di tela nera, poche migliaia di copie totali, che col tempo sono divenute molto ricercate.
Due anni dopo, nel 1983, il Codex viene pubblicato anche fuori dall’Italia: nei Paesi Bassi, negli Usa e in Germania. Esaurite le copie, nel 1993 viene immessa sul mercato editoriale europeo una nuova edizione in volume unico, corredata dalla prefazione del già citato Italo Calvino.
E’ nel 2006 che la Rizzoli riscopre l’opera e la ristampa: l’autore inserisce altre 9 tavole di prefazione, dandoci l’illusione che possano essere la chiave della sua interpretazione. A ciò si accompagna una revisione tipografica che ha riportato i colori alle definizioni originarie.

Nel 2013 l'ultima riedizione che alla versione trade affianca un'edizione “deluxe” in 600 copie (300 destinate al mercato nazionale ed altrettante all'estero), numerate e firmate dallo stesso autore, poste in un'elegante cofanetto e accompagnate da uno dei quattro Ta-Roc Serafiniani, carte giganti in cui si declina una personalissima interpretazione del mito dell'uccello Roc.


Uno dei Ta-roc serafiniani. Fonte: coliseum.it
Oggi il Codex è pubblicato in tutto il mondo, dalla Russia alla Cina: è stato realizzato un video che raccoglie i vari commenti sul “libro più strano del mondo” - questa è la formula che vi consigliamo di digitare su Google, se volete validare quello di cui vi stiamo parlando. (https://www.google.pl/search?q=libro+pi%C3%B9+strano+del+mondo&gws_rd=cr,ssl&ei=kjFUVsO2EsmasgHexInoAg)
L’effetto, anche in questo caso, ci lascia disorientati, dal momento che l’incomprensibile scrittura del Codex viene allineata ad altre scritture, pur esistenti e utilizzate, che tuttavia non decifriamo, perchè composte in un altro alfabeto (si pensi al coreano, al cinese, al cirillico...).

PRECEDENTI e DEBITI ARTISTICI

Se, più o meno legittimamente, ci viene voglia di scoprire con chi è in debito un autore così originale, quella che ricaviamo è una risposta tanto insolita quanto lo è l’universo del Codex: i suoi debiti principali sono contratti nei confronti di Roma e di Mozart.
La prima perchè, oltre ad essere la sua città natale, costituisce il contesto di reazione (chimica) in cui il Codex si è originato. Serafini sa di aver potuto godere della Roma del GranTour, precedente alla trasformazione economica, immersa in quell’atmosfera che l’ha resa per anni “la Hollywood che si sposta sul Tevere”. “Le case di Keats e Goethe sembravano attendere con pazienza il loro ritorno”, perchè la modernità faticava a penetrare i vicoli e i cortili.
Mozart, invece, perchè il Flauto Magico fu la colonna sonora dei suoi pomeriggi di lavoro: ascoltava un 33 giri con il grammofono, finchè nel disco si originò un buco.

Qualcuno, forse nella volontà di sminuirne l’originalità, trova dei precedenti nel “Manoscritto di Voynich”, nell’Arcimboldo, in Bosch, in Escher, nelle “Macchine di Munari”; quello che noi crediamo è che il Codex sia una delle più magnificenti espressioni di una rete di artisti che, prima ancora che produttori, sono stati grandi e alternativi pensatori.


Estratti dal Manoscritto di Voynich
IL LETTORE IMMAGINARIO

Non sorprende sapere che Serafini, mentre disegnava le tavole di cui stiamo parlando, non ne immaginasse un possibile lettore: questo perchè egli ha sempre vissuto il Codex come una necessità personale e tutta sua, priva di interessi pragmatici, ma piuttosto elaborata per il piacere di farla. Anche perchè lui non si sente un artista: dice che “artista” è una parola avariata, si definisce piuttosto un “viaggiatore”.
Quello che però era e continua ad essere nei suoi intenti è una rivoluzione nel mercato dell’arte, libero e demonetizzato, che sia motore di discussione e confronto: egli è riuscito a creare un blog ancora prima della nascita di Internet, dato che l’enorme eco che il Codex ha generato ha assunto i toni di un fenomeno sensazionalistico. Tutti coloro che ne sono venuti in possesso ne hanno parlato, intavolando una discussione che si è dipanata a catena qe ciò ha permesso di esternare rapidamente il giudizio che oggi daremmo con un Like. Si è creata una vera e propria rete, che ai tempi era reale, ma che ora si è adattata allo “spirito del tempo”, per richiamare Hegel, e dibatte virtualmente - e virtuosamente, lo ammettiamo - sull’interpretazione del Codex.

RISVOLTI PEDAGOGICI

Ciò che il Codex ci insegna a fare è, anzitutto, a liberarci dagli schemi che la nostra società ci impone. Certo, il Codex è un’opera culturalmente orientata: non potremmo capire gli elementi che compongono alcune sue pagine se non fossimo sottoposti ogni giorno agli stimoli della nostra realtà. Ma ne serve una critica messa in gioco.

Il Codex è frattura, sconvolgimento, perdita d’equilibrio rispetto a un sistema statico e ordinario, rispetto alle conoscenze che assumiamo, elaboriamo, utilizziamo dalla nascita: ci catapulta in una novità sconvolgente ma liberatoria, in cui ognuno può dare la sua interpretazione, il suo significato, rivestendosi di un ruolo magistrale di ridefinizione delle categorie.


Incontro con Luigi Serafini nel corso del progetto da noi condotto
presso la Biblioteca di Tirano "Paolo e Paola Maria Arcari".
Foto: Ivan Previsdomini © 2015
“Vi ricordate quando da piccoli sfogliavamo i libri illustrati e, fingendo di saper leggere, fantasticavamo sulle loro figure, davanti ai grandi?”: è questo il lavoro che il Codex ci spinge a fare. Tornare a una situazione di elementare conoscenza, di ingenuità scevra di concetti, per guardare questo libro da illetterati. Tutti siamo analfabeti, davanti al Codex: non capiamo i disegni, non comprendiamo il senso delle immagini. Non possiamo che recuperare quelle aliene sensazioni infantili e renderci liberi.
La sua assoluta indipendenza da preconcetti la rende altresì un’opera universale, e questo ne ha permesso una così ampia diffusione su scala mondiale: può essere sottoposta alla contemplazione di adulti, bambini, scandinavi e africani, senza perdere la sua efficacia.
Lo stupore che genera porta avanti un gioco infinito e senza confini. Divertirsi, anche, a fare delle ipotesi, a vedere come ciò che noi interpretiamo in un modo può essere soggetto a pareri diversi.
Fu lo stesso Ricci, del resto, ad affermare: “vorrei che il lettore sfogliasse il Codex come un bimbo che non ha ancora appreso la lettura, ma che gioisce dei sogni e delle fantasie che le immagini gli suggeriscono”.

LA FUNZIONE ORACOLARE DEL CODEX

Come è facile immaginare, il Codex ha funto da fonte di ispirazione per molte altre opere e progetti.
È del 1986 l’esperimento di video danza sul Codex che viene iniziato in Francia dal coreografo Philippe Découflé, che si produrrà in Codex (1986), Decodex (1995) e Tricodex (2004).
Il gruppo scozzese dei “North Atlantic Oscillation” ne ha creato un video facilmente reperibile sul web dal titolo “August” che propone una delle loro composizioni associata ad alcune immagini animate del Codex.


Nel 2014 è stato realizzato da François Gourd e Mélanie Ladouceur un lungometraggio sul Codex e sul suo autore dal titolo “Luigi Serafini, Grand Rectum de l’Université de Foulosophie”.

ALTRE OPERE DELL’AUTORE

L’artista non deve essere atomizzato nè fatto a pezzi: spesso il mercato dell’arte investe su alcune produzioni, su quelle più sorprendenti, perchè generano curiosità, e la curiosità profitti. 
Per contrastare questo meccanismo vi consigliamo di approfondire anche le altre opere di Luigi Serafini: tra i libri, la Pulcinellopedia (piccola), una suite di disegni a matita e brevi testi, dedicato interamente alla maschera di Pulcinella e Le Storie Naturali (2009), inconsuete rappresentazioni dei celebri racconti di Jules Renard. Da pochi giorni è uscito per Rizzoli Il coniglio d'oro, una vera e propria lapinopedia-ricettario di conigli reali e immaginari. 

Da "Pulcinellopedia (piccola)". Fonte: spamula.net
Nel 1990, Fellini chiese a Serafini di realizzare la locandina di “La voce della Luna”.
Oltre ad essere pittore e architetto, Luigi Serafini è scultore, ceramista, designer.
Ha collaborato in diverse occasioni con la Rai e soprattutto si è espresso a Milano, città che negli anni ha accolto il suo studio, dove ha organizzato diverse mostre ed esposto le sue opere: tra tutti, la mostra al Pac (Padiglione di Arte Contemporanea), dal titolo Luna-Pac Serafini, che ha registrato in 30 giorni più di 11.000 visitatori, e "Geometrindi e Matematindi", un grande tondo dipinto per la Sala Consiglio del Dipartimento di Matematica del Politecnico di Milano.


"Geometrindi e Matematindi". Fonte: mate.polimi.it
In occasione della realizzazione della metropolitana a Napoli, nel 2003 ha elaborato alcune decorazioni presso l'uscita della stazione Materdei.
Una sua produzione l’ha portato particolarmente vicino a noi – in provincia di Sondrio: nel luglio 2008 ha realizzato l'installazione "Balançoires sans Frontières" (Altalene senza Frontiere) a Castasegna, lungo il confine italo-elvetico: la struttura permette di dondolasi tra le due Nazioni confinanti.

La sua notorietà è divenuta tanto famosa da essere chiamato anche fuori d’Italia per prendere parte a progetti artistici e sperimentali.

Ora, non sappiamo se vi abbiamo detto tutto. L'unica cosa di cui siamo certi è che ognuno può "leggere" e interpretare il Codex a suo modo, divertendosi o rimanendo perplesso, criticandolo o promuovendolo. Per questo quella del Codex è una storia infinita. Quello che speriamo è che anche voi possiate continuare questo progetto liberatorio e creativo, lasciandovi stupire una volta ogni tanto da questa strana enciclopedia di visionari, sprofondando anche solo per un attimo in un'altra realtà!