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giovedì 30 agosto 2018

SENSI di VIAGGIO VI: camminare ad Amman

"Ad Amman è praticamente impossibile trovare una via dritta e pianeggiante" recita Lonely Planet. Come darle torto...
I famosi colli rendono l'affermazione quasi eufemistica.
Eppure non mi arrendo e sfido la sorte affidandomi a un'altra sacra Bibbia del turista: Google Maps.
Secondo Google Maps, ogni attrazione turistica sembra essere al massimo 2 chilometri da casa mia - avevo già fatto vanto di abitare in uno dei quartieri più "in" di Amman?
Quindi, perché non andare a piedi, così da avvolgermi nella vera vita Giordana?
Il problema è che la mia brillante accomodation si trova proprio al top del colle - a dirla tutta, "Jebel - جبل" in arabo significa "monte", ma da buona Valtellinese minimizzo, non sarà mica una montagna...
Così, essendo la mia partenza nel punto più alto, bisogna scendere dal colle...

Le macchine sfrecciano e mai frase fu più vera di "i Giordani usano il clacson per comunicare". I Giordani fanno un uso molto "polisemico" del clacson: noi di solito lo usiamo per insultare qualcuno, invece qua lo usano per dirti che puoi attraversare la strada, per ringraziare l'autista di fronte di averli lasciati passare, per invitarti a spostarti....
Ma l'uso più simpatico è un altro: siccome non è buona abitudine rispettare le precedenze o fermarsi allo stop, quando sono in prossimità di un incrocio, loro suonano, così da segnalare che stanno per buttarcisi in mezzo.

Insomma, penserete che questa è la colonna sonora dei pedoni di Amman, e invece no: sovrapponeteci il muezzin, il venditore di pomodori, quello di melanzane - che quando si incrociano amplificano la melodia - e avrete la soundtrack ufficiale!
In tutto questo devi dare retta ai bambini, che, come detto ieri, sono abbastanza impegnativi, e ai taxisti, che appena ti vedono intenta a fare una foto, ti fischiano per avere l'onore di scattartene una....
Camminare ad Amman non è semplice perché i marciapiedi, che pure ci sono, vengono costantemente occupati dai proprietari/affittuari/venditori limitrofi con le più improbabili cianfrusaglie: c'è un'incredibilmente elevata percentuale di antiquari, "restorer" e tappezzieri che cercano di riportare in vita pezzi di consumismo defunti almeno dai tempi di Kennedy.
Si aggiungano tutte le cose che possono improvvisamente penzolare sulla tua testa mentre cammini.


Penserete che, a questo punto, io possa essere arrivata alla mia meta, e invece no. Sono solo giunta in fondo al colle, tocca risalire su quello di fronte.
Ma anche questa è un'altra storia di Vita, che ovviamente ho deciso di ambientare in un'assolata giornata di fine agosto, in cui gli unici frequentatori di strade alle 3 di pomeriggio sono le lucertole e qualche vecchio incartapecorito dal sole. E io, naturalmente.😉
Un'altra storia, dicevamo, che si intitolerà: le salite di Amman ;)

mercoledì 29 agosto 2018

SENSI di VIAGGIO V: i bambini di Amman

Una voce mi chiama: "Hey, how are you?". Alzo lo sguardo, due minuscoli piedi penzolano da un terrazzo e mi salutano, ciondolando. Poi spunta la faccia di una bambina, che mi sorride e sembra prendersi gioco di me da quella insolita posizione di saluto. 
Dalla Cittadella, sto camminando in discesa verso l'Anfiteatro Romano ed è la prima volta che mi aggiro da sola per le strade di Amman. Difficile passare inosservata, anche se pensavo di essermi "mimetizzata" col mio assurdo turbante in testa. 
Ho l'impressione che tutte le persone che incontro mi guardino con curiosità, ma poi sorridono e così sono a mio agio anche io. Un uomo seduto fuori da una macelleria esordisce con un "long way, eh?", mi chiedo se sembro davvero così affaticata e fiaccata dal caldo.
La visuale da questo quartiere è avvolgente: ho la cittadella alle spalle e l'anfiteatro proprio di fronte, che con la sua forma ellittica cattura i miei occhi come nel gioco del Flipper. Uno stormo di uccelli mi distrae dal vortice, rimango incantata a guardare il panorama; nel frattempo, tutti i sensi si risvegliano, tra suoni, colori e una luce accecante che sembra volermi inchiodare su questo angolo di pianeta.


Le vie sono sconnesse, cammino in mezzo alla strada: una bambina dai capelli rossi mi saluta, se ne sta dietro l'inferriata di una finestra e mi chiede "Where are you from?". Fatico a credere che sia giordana, con quei capelli e la carnagione bianca come il latte. Invece sì, "I am Jordanian", afferma con aria timida ma risoluta. Una bambina più spavalda mi si piazza davanti, forse gelosa della sua amica alla finestra, vuole a tutti i costi dirmi il suo nome, "Lian", palesemente incurante di sentire il mio.
All'inizio dell'ennesima irta discesa,un gruppo di ragazzini mi viene incontro: il più piccolo di tutti, con aria spavalda, "one JD, please", vuole un dinaro giordano, e senza nemmeno presentarsi ;-)
Rispondo che non ne ho, ma stanno già camminando lontano.
In una piazzetta che si affaccia a mo' di balcone sulla città, quattro bambini giocano a calcio: la palla scappa e mentre uno di loro va a recuperarla, un altro mi sorride e dice "Welcome to Jordan!"



Finalmente arrivo all'anfiteatro, ma decido di non visitarlo. Sono cotta dal sole e preferisco respirare un po' di quest'atmosfera da "dopo-lavoro" che racchiude nella piazza antistante famiglie, gruppi di amiche e bambini, molti bambini.
Sembra il posto perfetto per ogni tipo di attività: qualcuno fa lunghe telefonate guardandosi intorno, le donne chiacchierano rumorose, ci sono delle ragazzine che vanno all'impazzata sui roller sfidando non solo la gravità, ma la tenuta di una pavimentazione che non sembra fatta apposta per loro.
Alcuni ragazzini vendono acqua ai margini della piazza, sembrano molto indaffarati e responsabili di questa danarosa attività per turisti 😉




Soprattutto, si gioca a calcio - come in ogni angolo del pianeta che si rispetti - e la palla è l'unica cosa che conta...I bambini la inseguono, incuranti dei turisti e dei passanti che vogliono attraversare la piazza per raggiungere l'ingresso del Foro. Andranno avanti molto, io mi siedo su una gradinata e li osservo, assorbo la loro energia nel turbinare degli schiamazzi. Respiro a pieni polmoni, incamero luci, colori e vitalità di una giornata che, pur al tramonto, sembra avere in serbo ancora molto per tutti gli abitanti di Amman.


martedì 28 agosto 2018

SENSI di VIAGGIO IV: tutti i nomi di Amman

L'arrivo a Jabal ElQala'a - جبل القلعه - è "stunning", come dicono gli inglesi: stupefacente. Questo è il colle più alto di Amman - 850 m s.l.m - e i miei propositi di venirci a piedi naufragano semplicemente leggendo la Lonely Planet: "la strada è in salita, all'andata sarebbe meglio prendere un taxi". Cedo.
Inerpicandoci sulla strada, la ripresa della macchina è lenta - maledetto cambio automatico! - ma la fatica del motore mi consente di guardarmi intorno e la mia vista si allunga man mano, a cercare il limitare di una città infinita: i colli si susseguono senza fine.
Ma lo spettacolo turistico è alle mie spalle e me ne accorgo solo quando, a spezzare l'atmosfera arsa dalla calura e da una luce accecante, il canto del muezzin mi invita a girarmiWadi Al Hidada - وادي الحدادة - è lo sfoggio di un nazionalismo che non teme rivali ALIAS la bandiera più alta al mondo. Impossibile non vederla: se ne sta lì dal 2003 e i colori sono così brillanti che mi convinco la cambino ogni giorno, se non fosse che è lunga 30 metri e si erge su un pilone di 126.8 metri.
I taxisti assolati in attesa dei turisti si stupiscono del mio stupore e ridono, offrendosi di farmi una foto.

             
     

L'enorme bandiera ha fatto cadere anche me, come tutti i turisti, nella morsa di un panorama mozzafiato, da cui è difficile staccarsi; ma come avevo anticipato sul tramonto del giorno passato, la mia destinazione è un'altra: la Cittadella.

Come tutte le cittadelle, è facile capire che questa è la parte più antica della città, ma ad Amman la Cittadella mi incuriosisce per un altro motivo: ha cambiato nome almeno 4 volte, nella sua pur breve storia - pare sia stata fondata nel 1800 a.C. - perchè è stata invasa e conquistata da tutti i principali popoli della Storia, insomma, da tutti quelli che compaiono nella storia scolastica ;-)
Eppure, la cosa mi fa sorridere: quante volte in questi mesi ho dovuto localizzare, a chi mi chiedeva la mia prossima destinazione, non solo Amman, ma proprio tutto lo Stato Nazione - sconosciuto ai più?

lunedì 27 agosto 2018

SENSI di VIAGGIO III: day 1 a JABAL el WEIBDEH

La bolla, quella fatta scoppiare dai taxisti molesti, torna ad avvolgermi non appena poggio le valigie e trovo un letto fatto ad aspettarmi.
Chiudo gli occhi e tutti i rumori della giornata cominciano a suonare all'impazzata dentro la mia testa, una cacofonia circolare che sembra non trovare fine. Eppure, in qualche modo, so che per trovare finalmente pace devo riesumare tutti i caos della giornata appena trascorsa: clacson nel traffico di una Valtellina congestionata, ultime parole di saluto e qualche lacrima che fa rumore pure lei. Annunci all'aeroporto, gate che cambiano, ritardi annunciati. Bambini urlanti nel maledetto destino dei posti assegnati, accenti napoletani che si stagliano nella confusione. Metal detector, "water no, lady, water no" degli addetti aeroportuali, "passport!", "glasses-off-please" allo scanner per il visto.
Capite che il silenzio di un'enorme casa vuota, tutta per te, fa più rumore di tutto questo.
Finalmente il cervello, o quello che ne rimane, trova pace. Nel torpore di un sonno tanto desiderato, nella rassicurante morbidezza di un letto che si sostituisce ai sedili dell'aereo, il relax....
e invece no! perchè puntuale come un orologio svizzero - l'unica cosa svizzera che possa esserci in questo paese - il muezzin canta il richiamo delle 5.
Mi giro e rigiro, ormai è mattina e la luce comincia a filtrare dalle tende. Inizia così l'Odissea di un sonno spezzato.
Entro nella vita vera che è già mezzogiorno.
Jabal ElWeibedh - colle ElWeibedh, جبل الويبة - è parecchio accogliente e in cuor mio so che posso farmi vanto del fatto che questa sarà la mia casa per i prossimi tre mesi: negozietti, locali, ristoranti...molto vivo.
E' un quartiere centrale, pieno di stranieri - o di expat? - che ha ceduto anch'esso, come quasi tutta la città, alle mode occidentali - sulla facciata del palazzo di fronte campeggia l'insegna "UBER", al primo incrocio c'è un sushi e poco più avanti un supermarket gigante. Tuttavia, mantiene architettura, usanze e "schiamazzi" tipici del luogo, perchè i locali che sono nati qui resistono e non cercano certo di mimetizzarsi.
La mia traversa è quasi tranquilla - questo perchè il resto della città è congestionato dal traffico - e i marciapiedi sono mediamente "invitanti". Nella traversa successiva, c'è la rassicurante ambasciata italiana ;-)
Basta fare un giretto nei dintorni per comprendere che Amman è tutt'altro che un posto facile in cui muoversi: come Roma, fu costruita intorno a sette colli, anche se oggi ne ha inglobati più di 20. Così, è tutto subito un sali scendi di vicoli e scalinate.
Le mie colonne di Ercole, per oggi, sono state Paris Circle -"duar Paris", دوار باريس  - una rotonda al limitare del colle che sarà il mio punto di riferimento nei prossimi mesi. Più che il mio, quello dei taxisti, dato che i nomi delle vie sono stati introdotti poco tempo fa e nessuno li conosce!
Da qui, tuttavia, si gode di una vista mozzafiato sulla città e sui colli che mi trovo di fronte. Una distesa infinita di edifici color avorio si susseguono ininterrotti fino allo stagliarsi delle rovine della Cittadella: faccio qualche foto e medito sul percorso. Quella sarà la prima meta per esplorare la città. Domani, perchè le ombre già si distendono e i bambini giocano a Duar Paris.



*** Il mio diario, sempre che riuscirò a scriverlo con una frequenza decente anche quando l'entusiasmo dell'arrivo sarà scemato, sarà sempre sfalsato di un giorno indietro. Questo per spiegare, a chi mi segue su altri social, la discrepanza di attività 😊




domenica 26 agosto 2018

SENSI di VIAGGIO II: Arrivo ad Amman

Taxi, t-a-x-i, T-A-X-Y!
Il mio arrivo ad Amman è un po' traumatico: sono le 2 di notte (o del mattino?) e mi sento in una bolla. Sull'aereo Atene-Amman mi sono addormentata come il 90% dei passeggeri e anche se l'atterraggio è stato soffice e dolce, il risveglio è traumatico - forse che, dopo anni di Ryanair, lo shock sia stato proprio dato da un atterraggio così silenzioso?
Devo ancora recuperare le valigie - sì perché, a proposito di Ryanair, ad Atene mi hanno imbarcato anche il bagaglio a mano: il volo era pieno.
Ma prima devo fare il visto: una proforma, eppure l'agente di polizia che ti registra - si, registra: nome, cognome, passaporto, indirizzo di residenza in Giordania - non è esattamente la prima persona con cui vorresti avere a che fare in un nuovo paese.
La parte più difficile, però, è lo scanner dell'iride (almeno, questo penso che fosse dato che non riuscivo nemmeno a tenere gli occhi aperti).
Timbro, francobollo and Welcome to the Hashemite Kingdom of Jordan.

 Taxi, t-a-x-i, T-A-X-Y! è la sequenza di suoni che mi catapulta nella realtà.
I driver che si accalcano per strappare una corsa fino in città fanno scoppiare la bolla in cui la stanchezza mi chiude. 
Sento come un BOOM interiore: sono arrivata, finalmente.
Il mio driver mi individua e si fa avanti per sottrarmi alla mischia dei suoi colleghi.
Fuori dall'aeroporto l'aria è frizzantina, niente a che vedere con le aspettative da deserto.
Salgo sulla Toyota Corolla - basterà il secondo giorno per capire che questa è la vettura nazionale - e via.
Ora ho gli occhi giganteschi, come quelli di un gatto al buio. La terra che mi accoglie è una distesa immensa, illuminata dalla luna piena. 
Le autostrade sono enormi strade a 4 corsie, illuminate a giorno. Ai lati, ogni tot di chilometri, sventolato le bandiere della Monarchia Hashemita: sono sempre 7 o 8, in fila, nel caso non dovessi notarne solo una...
Mezz'ora, poi individuo Amman, sparsa a vista d'occhio nelle sue luci arancio che vedevo dall'aereo. 
Il sogno, forse, comincia a farsi realtà. Eppure ora sono sveglia, anzi, sveglissima.

www.citiestips.com

venerdì 24 agosto 2018

SENSI di VIAGGIO I - Prepararsi alla partenza

"Pensare il viaggio significa veder scorrere davanti al proprio occhio interiore una metafora di paesaggio. Stando fermi, come davanti a uno schermo. Si è registi e spettatori di quel viaggio, non attori. Spostarsi fisicamente, questo fa la differenza" - Marco Aime, Sensi di Viaggio.

 Chi mi conosce sa, forse suo malgrado, che è veramente tanto tempo che pianifico questo viaggio, sicuramente da più di un anno. Eppure, in questi giorni di concitazione e paure, mi è capitato più volte di faticare a trovare un senso, anche uno solo.
La paura dell'ignoto ha sempre una forza annientante, pur nella consapevolezza di aver preparato tutto nei minimi dettagli; così, mi sono ritrovata incredula a pensare alla partenza, a realizzare che fosse così vicina, vera e concreta.
Allora ho fatto un respiro profondo, ho provato ad annullare tutto e a partire con un viaggio interiore alla ricerca dei "sensi" che in questi anni si sono accumulati per costruire questa partenza.
 E' molto lontano il primo ricordo che ho di aver pensato che la Giordania mi ispirava molto come paese: sicuramente avrò visto qualche documentario su Petra e ne sarò rimasta affascinata. - senso di viaggio n°1.
 Poi lo studio dell'Arabo e l'avvicinarsi con libri, lezioni e incontri alla cultura di quell'angolo di mondo, con l'inevitabile pulsione interna di andarci per davvero - senso di viaggio n°2.
 Quando mi sono iscritta alla magistrale ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto partire ancora, ma questa volta per andare in un posto davvero diverso: in fondo, l'antropologo ha bisogno di stupirsi e di rimanere anche un po' disorientato se vuole fare davvero il suo lavoro, che poi si riduce a generare tante domande e a trovare almeno qualche risposta - senso di viaggio n°3.
 Un po' per esclusione di paesi geopoliticamente bollenti, un po' sull'onda di questo fascino per il Medio Oriente, ho deciso "di pancia" che la Giordania sarebbe stato il mio obiettivo. senso di viaggio n°4.

 Sebastião Salgado, da Exodus.
Il percorso fin qui è stato lungo, non solo nel tempo, ma soprattutto negli step necessari a realizzare questa partenza: bandi ritardatari, applications titubanti, proposte di ricerca in lingua inglese riscritte mille volte, partnership da siglare, uffici sordomuti, dozzine di mail, contatti, rifiuti, incomprensioni, revisioni delle suddette applications, strutturazione "organica" del progetto di ricerca, bibliografie, prenotazioni, voli, vaccini...e chi più ne ha più ne metta.

Così, eccoci qui, a meno di 24 ore dalla partenza, con Aegean che mi spamma di email per ricordarmi del volo e con un'unica consapevolezza: il viaggio sarà sicuramente più rilassante dei preparativi, nonchè notevolmente più limitato in termini di tempo - soli 3 mesi.

E allora, nella fatica di questa partenza, una voce interiore mi dice che i sensi del mio viaggio non possono essere solo questi, così pragmatici e forse anche un po' rudi.

Come per tutti i viaggi, ho voglia di scoprire posti nuovi, di incontrare persone diverse che vivono, mangiano, parlano e salutano in modo diverso. Ho voglia di riattivare la mia modalità "devo-vedere-ogni-angolo-di-questo-paese", ho voglia di fare cose nuove, di farmi domande - ecco, questo giusto perchè dovrei scrivere una tesi di laurea... 😮
Ho voglia di spezzare dall'ordinario, di prendermi del tempo per stare con me stessa, di dedicarmi a qualcosa di totalmente differente e, credo, irripetibile. 
Dicono che viaggiare è un modo per incontrare se stessi, chissà se mi piacerà 😉
Ho voglia di stupirmi, meravigliarmi nel negativo e nel positivo, ho voglia di adattarmi, scontrarmi con le abitudini del posto, piegarmi alla differenza fino ad accettarla.
Ho voglia anche di quelle componenti un po' melanconiche di un viaggio: di annoiarmi in un posto lontano, di sentirmi sola lontana da casa, di avere nostalgia delle mie abitudini.

Così, quanti sensi di viaggio....

Ma poi, cos'è un senso? "Voglio trovare un senso..." cantava Vasco, ma che cos'è il senso?
E' incredibile come nella nostra quotidianità ci siamo allontanati così tanto dal primo senso della parola senso - mi scusino il gioco di parole. Da quello più pratico, materiale, tangibile.
Quello che passa attraverso i sensi, quelli lì, che ci insegnano a scuola- vista, udito, tatto, gusto e olfatto.
Ogni sensazione, che secondo me è pure una parola bellissima, è uno stato di coscienza prodotto da un senso, esterno o interno che sia.
Così, attraverso i sensi, tutto il mio viaggio assume un senso - anzi, ne assume parecchi: tutto, ogni scelta, ogni arrabbiatura o delusione sono state, col senno di poi, delle sensazioni fortissime e insostituibili quanto necessarie. 
Ho visto e udito tante cose sulla Giordania, molte altre spero di gustarle, annusarle e toccarle.
Ma soprattutto, questo senso interno che abbiamo nella pancia e che ci fa agitare, emozionare, spaventare, questo spero che sia attivo più che mai nei prossimi tre mesi. 

Mi sento di essere stata un po' contorta e, senza offesa per la categoria, un tantino new age.

Eppure Aime, che oltre ad essere un grande antropologo è soprattutto un gran viaggiatore, mi ha fatto tornare a questa dimensione ancestrale del Vivere ricordandoci di dare retta ai SENSI. 
Spero che in ogni giorno di questo percorso giordano troverò un nuovo Senso di Viaggio che, spostandomi, mi permetta davvero di "fare la differenza".
Che, soprattutto, mi permetta di essere attrice e interprete di un viaggio che al momento è solo metafora, e scorre sullo schermo del mio - e vostro - PC.

"Pensare il viaggio significa veder scorrere davanti al proprio occhio interiore una metafora di paesaggio. Stando fermi, come davanti a uno schermo. Si è registi e spettatori di quel viaggio, non attori. Spostarsi fisicamente, questo fa la differenza" - Marco Aime, Sensi di Viaggio.


 Sebastião Salgado, da Exodus.


lunedì 31 ottobre 2016

FILE di LIBRI o LIBRI di FILI?

  Vogliamo qui proporre un compendio di libri per l'infanzia (ma perchè no? anche per adulti) che sono percorsi da uno o più fili. Non è importante se questo filo è concreto o esiste solo nella realtà della narrazione: ci interessa creare un "catalogo" attraverso il quale comparare i diversi tipi di narrazioni e di messaggi che si possono costruire attraverso il tema dei fili e, soprattutto, dedurne le valenze comunicative ed educative.

Hai in mente qualcosa che per ora non compare tra i titoli qua sotto? Scrivici :)




Iniziamo con un semplice assunto: un filo può essere tante cose. 
IL FILO ROSSO, di Francesco Pittau e Bernadette Gervais, è un filo che “si srotola piano piano dal suo gomitolo” e che ci invita a seguirlo. Tra diverse forme, orientamenti, direzioni e... garbugli, ci permette di scoprire la natura cangiante e flessibile del filo, che può modificarsi e cambiare fino a diventare molte cose...
EDIZIONE: Castoro, 2005.






Un altro filo che si srotola e che ci cattura nella magia del suo dispiegamento è quello del bellissimo leporello double-face SUR LE FIL di Ilaria Demonti: un filo che diventa una traccia, una scia, una fune, un cavo, una linea, tutti accomunati dalla volontà di estrarre fili dall'enorme varietà d'usi del nostro quotidiano e di riportarli alla nostra attenzione.




EDIZIONE: Lirabelle, 2014.

L'idea del Filo rosso, o del fil rouge per dirla alla francese, è un'espressione che per antonomasia indica un legame che unisce fatti, circostanze o oggetti: deve la sua fortuna a Goethe, che lo usò in Le affinità elettive come esemplificazione dei legami che più o meno casualmente nascono tra le persone. Ma come espressione ha un origine molto più lontana e, per certi versi, molto più pratica: è legata infatti alla tradizione marinaresca, in quanto per districare le gomene di una nave si seguiva un filo rosso che rendeva possibile separare l'una dall'altra le corde aggrovigliate. 


                                      
È questa l'idea della collana FILO ROSSO di Artebambini: sia in LA CITTA' che in IL GATTO E LA LIBELLULA un cordoncino rosso accompagna la narrazione, perdendo flessibilmente la sua identità primaria e svolgendo molte altre funzioni.

Artebambini, 2014.

Artebambini, 2014.
In LA CITTA', la narrazione diventa ancora più interessante, giocandosi tra luci e ombre, tra contrasti cromatici, tra Negativi-Positivi, come direbbe Bruno Munari: c'è una possibilità di double-focus, in cui l'importanza degli sfondi, dei posizionamenti e delle sovrapposizioni è ciò che col filo guida una storia priva di parole. Il cordoncino che lo attraversa costituisce una sorta di facilitazione all'opera di uno story-making obbligato, dato che le parole “leggere sono volate via la prima volta che il libro è stato aperto” e delle immagini non resta che l'ombra.



PER FILO E PER SEGNO, di Luisa Mattia e Vittoria Facchini.
Silvia, divoratrice di storie, sapeva che ognuno aveva qualcosa da raccontare; sperava che giovani, vecchi e bambine passassero sulla sua via per raccontarle un nuovo aneddoto, un'avventura speciale. Un giorno però si rese conto che le storie erano troppe da ricordare e cominciò a collezionare i fili persi della sarta del paese, per pescare nuove storie con l'ausilio di questa rete. I fili si intrecciavano e si intrecciavano le storie, ma lei sapeva che, leggendo i racconti a bambine e bambini, ognuno di quei piccoli fili avrebbe richiamato alla sua memoria qualcosa...

 
EDIZIONE: Donzelli, 2012.

Allora il filo diventa simbolo di qualcosa, come FILO, protagonista del libro di Fabio De Poli e Andrea Rauch: egli è simbolo di un bambino spaurito, che ha paura del diverso, che teme l'ignoto; soprattutto, come un bambino, cerca la sua identità: è il cordone di un aquilone, è un filo di nuvole bianche, è un filo di tè che esce dalla teiera... Ma è sempre Filo.

EDIZIONE: La Biblioteca Junior, 2008.

A volte il filo decide di essere semplicemente un filo, un filo da non perdere. NON PERDERE IL FILO, di William Wondriska è la storia di un filo leggero e sottile, che circonda, lega, allaccia, costringe, annodata i protagonisti della storia. Perchè? Beh, questo lo scoprirete solo in fondo al libro ;)



EDIZIONE: Corraini, 2010.

"Dappertutto ci sono fili.
I fili sono diversi, come sono diverse le persone.
Possono essere sottili e forti, leggeri e robusti.
Certi fili si chiamano legami.
Sono invisibili ma molto tenaci.
Le strade sono fili che uniscono le persone.
Ci sono fili che è bello seguire
per scoprire che cosa c'è in fondo...”


FILI, di Beatrice Masini e illustrato da Mara Cerri è un libro soffice e ovattato. I fili passano di mano in mano, legando una bambina distratta a un bambino impaziente e il bambino impaziente all'uomo dei braccialetti e l'uomo dei braccialetti a un povero venditore di braccialetti. I fili vengono abbandonati e poi raccolti, smarriti e ritrovati, intrecciati e sbrogliati. La forte magia di legami nascosti tra protagonisti inconsapevoli che senza saperlo lasciano qualcosa l'uno all'altro.


EDIZIONE: Arka, 2004.

Lo stesso succede per il piccolo protagonista di C'E' UN FILO, di Manuela Monari e Brunella Baldi, che pian piano, esperienza dopo esperienza, osservazione dopo osservazione, assume consapevolezza della presenza di un filo che lega tutte le cose “unisce me alla mamma, me e la mamma al papà. Noi alla nostra casa, la casa alle altre case”. A sua detta è “una specie di ago trasparente che cuce insieme tutto”, ma qual è il suo nome? Per la mamma sia chiama Amore, per il papà RAGIONE, per la maestra VERITA': non possiamo saperlo, sappiamo solo che “se mi perdo mi riattacco al filo e, op, mi ritrovo. È che tutto è come deve essere”.



EDIZIONI: San Paolo, 2010.

Un altro libro che narra di passaggi e di scambi, con la delicata purezza di un bambino è IL FILO ROSSO, raccontato da Anne-Gaëlle Balpe e illustrato da Eve Tharlet.
Felicino conserva un filo rosso che si è staccato dalla testa di una bambola: per lui è come se fosse un grande tesoro. Nel suo cammino, però, gli viene chiesto di separarsene e di concederlo a un piccolo uccellino che lo utilizzerà per il suo nido. Una piccola grande prova per diventare adulti e per capire l'importanza della generosità e dell'aiuto. Il buon cuore di Felicino verrà ricompensato con altri doni, finchè il filo rosso tornerà da lui.

è molto più di quello che pensi! […] Questo filo ha reso felice un uccellino, ha permesso a una formica di tornare a casa e, tra poco, sazierà dei cuccioli affamati...”.




Ecco qui uno dei miei libri preferiti, l'unico, forse, in cui il protagonista è un filo, pur senza essere nominato. IO ASPETTO, di Serge Bloch e Davide Calì, è la storia della vita. Sì, della vita: non di una vita. Perchè narra i grandi momenti, tristi e felici, attraverso cui tutti noi passiamo e che in un certo senso ci uniscono. Un nuovo nato in famiglia, le feste di compleanno, i regali sotto gli alberi a Natale: le cose che tutti aspettiamo con trepidazione e che, nel bene e nel male, ci fanno sentire vivi.


Se si costruisse la casa della felicità, la stanza più grande sarebbe la sala d’attesa” - Jules Renard.


EDIZIONE: Kite, 2015.

Ma a volte sono i libri più semplici che riservano una sorpresa...
Tra i Prelibri di Munari spunta qualcosa...


Spunta qualcosa proprio dal numero 1...

EDIZIONE: Corraini, 2016.

La storia di fili continua...

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