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martedì 11 settembre 2018

SENSI di VIAGGIO XVIII: ricollocarsi in un mondo che non ti vuole. Profughi da decenni, in attesa da una vita.

Lei è Faiza e fa parte dei circa 800 rifugiati Somali che "vivono" in Giordania. 


Nel 2017, lei e la sua famiglia hanno ottenuto il resettlement [ricollocamento] negli Stati Uniti: in parole povere, il diritto, in quando rifugiati, di trasferirsi oltre Oceano per iniziare una nuova vita, alla ricerca di una terra più fertile di occasioni e speranze.
Ve lo ricordate il Travel Ban? All'inizio del 2017 il Presidente Trump ha bandito l'ingresso nel "suo" paese a cittadini Somali, Libici, Siriani, Yemeniti, Iraniani, Iracheni e Sudanesi, per almeno 90 giorni. 
Egli ha fatto di tutto - o forse no? - per nascondere all'opinione pubblica che si trattasse di un "Muslim ban", adombrando l'ordine esecutivo sotto la gloriosa dizione "Protecting the Nation from Foreign Terrorist Entry into the United States": proteggere la Nazione dell'ingresso di terroristi stranieri negli Stati Uniti.
Tra i numerosi risvolti di questo provvedimento, quello di cui mi interessa parlarvi oggi è la "temporanea sospensione" dell'accoglienza di rifugiati e del loro ricollocamento sul suolo americano. Pare che molti di loro abbiano approfittato del ricollocamento per infiltrarsi come terroristi:

Terrorist groups have sought to infiltrate several nations through refugee programs. Accordingly, I temporarily suspended the USRAP [United States Refugee Admissions Program] pending a review of our procedures for screening and vetting refugees.

Caro Trump, quelli che tu, per precauzione, definisci terroristi, sono profughi in fuga da decenni, nel caso dei Somali che ho avuto la fortuna di incontrare, almeno dalla caduta di Siad Barre, che ha gettato la Somalia nel caos. 
La maggioranza è salpata da Bosaso (la Tripoli della Somalia) per attraversare il golfo di Aden e rifugiarsi in Yemen.
hrw.org

Poi la guerra è arrivata anche in Yemen, e allora sono ripartiti per arrivare fin qui.
Hanno vissuto anni nell'indigenza sopravvivendo al caro vita giordano coi 270 dinari che gli passa l'UNHCR - circa 330 euro - al mese, indipendentemente da quanto sia grande la famiglia.
Poi, un giorno, qualcuno ha bussato alla porta e con un foglio in mano ha spiegato loro che erano stati accettati per un piano di resettlement/ricollocamento: sarebbero finalmente partiti, in condizioni di sicurezza - niente barche o traversate desertiche - per un porto sicuro: l'America.
Nella casa di Faiza si placa la gioia e l'incredulità e si agisce razionalmente, preparando i sette figli alla partenza. Faiza ha solo 2 anni, non può capire: ma è felice perché finalmente vede la mamma sorridere e non arrovellarsi nei pensieri, vede il papà riprendere le forze che gli sono state prosciugate in anni di inedia forzata.
Anche la loro povera, umile e umida casa sembra trasformarsi in una pista di decollo, l'ultimo rifugio prima della tranquillità.
Cinque fratellini di Faiza vanno a scuola e oggi hanno un modo per difendersi da chi li chiama Abeed - عبد, schiavi negri: "noi partiamo, andiamo in America!". E tutte le offese, le discriminazioni, gli assoggettamento vissuti negli anni sembrano farsi piccoli di fronte a un sogno così grande che si avvera.
Poi, un giorno, chi ha la (s)fortuna di avere una TV o una radio in casa, comincia a riferire qualcosa... Le notizie scorrono e si sente parlare di terroristi, di terroristi musulmani e anche di Somali esclusi dall'America.
La famiglia di Faiza non ci crede, non fino a quando qualcuno viene ancora a bussare alla porta e gli dice: "il vostro piano di ricollocamento è saltato, l'America non vi vuole più".
Su quella porta ho trovato Faiza, qualche giorno fa: mi salutava dall'uscio insieme a mamma Mariam, pronta ad accogliermi nella sua casa. Il figlio più grande si muoveva curioso e ascoltava i nostri discorsi con fare responsabile, come solo può essere chi è primo testimone e interprete della sofferenza dei genitori.
Due fratellini dormivano, altri tre erano fuori a giocare a calcio.
Mariam aveva la testa così piena di pensieri che non riusciva a riordinarli per raccontarmi la sua storia, Mohamed giaceva in un angolo, quasi inerte.
L'inerzia della disillusione: una disillusione che colpisce più di un qualsiasi insulto, bastonata, pallottola ricevuta o schivata negli anni. La disillusione di due genitori che si allunga come un'ombra sui figli. Gli stessi figli che raccolgono i cocci dei loro sogni spezzati da stereotipi, razzismo e presupposti neocolonialisti e sovranisti di cui non sono responsabili.
Per fortuna, Faiza gioca e sorride, senza rendersi conto che nessuno si prenderà cura dei suoi sogni.

[per la cronaca antipopulista: è illegale lavorare se sei un rifugiato in Giordania. Chi volesse discutere questo punto può contattarmi per avere maggiori delucidazioni sul significato "pratico" di quell' "illegale"].

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