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lunedì 17 settembre 2018

SENSI di VIAGGIO XXIV: Othman e il sogno infranto dell'Europa. Un incontro giordano.

Ci sono viaggi che hanno più senso di altri. 
Tipo quello di  Othman, che di viaggi ne ha fatti tanti, ma nessuno di essi è andato come sperava.
Ieri era il suo compleanno e timido, nella sua camicia bianca, cercava di minimizzarne l'importanza spostando l'attenzione sul fermento dello skatepark.
Scherzando, mi dice che non è un "good mathematician" ma sì, se da ieri ha 26 anni, ha incontrato la guerra quando ne aveva 11.


Lo aiuto nel calcolo e penso a quanto siano vicine le nostre età.
Ha vissuto in un campo profughi da quando ha memoria e in mente ha solo una data: 2003, l'inizio del conflitto in Darfur. Era lo stesso anno in cui le città italiane si riempivano di bandiere della Pace e le nostre menti di apprensioni per la Guerra in Iraq.
Mi riassume in poche parole quel conflitto che qualcuno ha avuto il coraggio di definire "genocidio" e basta farsi un giro sulla pagina wikipedia dedicata e confrontare le perdite nei due schieramenti per trovare conferma di un'avvenuta e perdurante epurazione etnica.
In sostanza, il governo centrale sostiene più o meno apertamente i miliziani che si sono guadagnati il nome di "demoni a cavallo", affinchè la popolazione agricola dell'Ovest del paese smetta di vantare pretese sulle sue legittime risorse, da decenni trasportate a Nord per arricchire i potenti del Paese.
Il campo profughi è l'ultimo baluardo a difesa di questo popolo oppresso che, "Inshallah" - "se dio vuole", un giorno sarà uno stato indipendente.
Sono dieci anni che Othman viaggia e si è fermato solo un anno fa, quando è arrivato in Giordania con un visto per cure mediche. Eppure, nonostante lavori e faccia il volontario in varie associazioni, i suoi piedi fremono, perchè sa di non essere arrivato dove avrebbe voluto.
"I gave up", mi dice ridendo di se stesso. Mi sono arreso.
Mentre racconta le tappe del suo viaggio, provo a quantificare il peso di tutti quei dinieghi, di tutti quei fallimenti, di tutti quei sogni infranti, ma non trovo un'unità di misura.
E' partito per l'Egitto dopo aver messo via un po' di soldi lavorando qualche anno a Khartoum e lasciando i 3 fratelli e le 5 sorelle carichi di speranze e preoccupazioni nel campo, ad accudire i genitori.
Se sono dieci anni che viaggia, sono dieci anni che Othman è solo.
Arrivato in Egitto, prova a imbarcarsi su un traghetto per l'Italia, ma la polizia li intercetta e non c'è possibilità di scappare. Mi racconta, ancora incredulo, che quella è stata l'unica volta in cui non è riuscito a scappare dalla polizia: in mezzo al mare, nell'oscurità, le sirene che lanciano l'allarme ad annunciare l'inizio della fine del suo primo tentativo.
Insieme ad altre 40 persone, trascorre i 45 giorni successivi nella cella di un carcere, senza mai uscirne, senza mai davvero dormire, senza mai davvero mangiare. "Ci portavano un solo pasto al giorno e non gli egiziani, ma le Nazioni Unite".
Quando esce di lì, se non teme di essere pazzo, è sicuro di essere cieco: l'unica cosa che vede è un aereo pronto a riportarlo in Sudan e un timbro di espulsione sul suo passaporto per i successivi 5 anni.
Ci riprova, questa volta attraverso la Libia: cinque volte si imbarca per arrivare in Italia, cinque volte lo riportano indietro. Cinque volte prepara la partenza nel buio del suo rifugio, dove sta barricato coi suoi compagni per evitare che qualcuno li trovi, li denunci, li ricatti, li torturi, li uccida.
E se scampa ai libici delle coste, non gli saranno d'aiuto le gambe veloci e il fisico dinoccolato per fuggire alle milizie del deserto. Proprio mentre pensava che il suo piano di rientro e il suo arrendersi definitivo gli avrebbero garantito il ritorno dalla sua famiglia, proprio mentre cedeva al sogno di una vita migliore sventolando in aria tutte le sue speranze a mo' di bandiera bianca, veniva bloccato nel deserto, al confine, a due passi dall'unico paese che gli sarà mai concesso di chiamare "casa".
I libici lo torturano e gli rompono le gambe, per l'unica colpa di non avere niente con sè da saccheggiare per ripagare il transito illecito in quella terra fuori controllo.
Miracolosamente, riesce a rientrare in Sudan e nella mostruosità di quell'atto subito, mentre guarisce e riprende le forze, riesce a scorgere una luce sotto cumuli di fallimenti e sconfitte.
E' così, con un visto per cure mediche, che arriva in Giordania, l'orgogliosa meta del turismo medico del Medio Oriente e del Maghreb.
Questa volta, arriva via aereo e sulle sue gambe piagate in eterno, raggiunge l'UNHCR, dove chiede l'asilo. I libici, nella bestialità della loro "punizione", gli avevano reso un servizio inconfutabile...
 E' un anno che Othman è in Giordania: in questo tempo ha studiato e lavorato. E' passato dal vivere solo in un'umida stanza di Jabal Amman, a condividere la casa dove, coi suoi amici somali, eritrei ed etiopi, abbiamo festeggiato il suo compleanno.
Soprattutto, non ha mai smesso di sperare, nemmeno per un giorno, di raggiungere i suoi compagni di viaggio, i tanti che sono riusciti ad andare avanti e che ora gli scrivono da qualche parte d'Europa. 
Ogni giorno, Othman si sveglia e spera che qualcuno lo venga a trovare e gli dica che un piano di ricollocamento è pronto per lui. Per lui, l'importante è muoversi, è andare.
Nel mio stordimento, credo di aver chiara solo una cosa: Othman non si è mai arreso, e mai si arrenderà.
Sapere che la forza con cui mi racconta la sua storia è la stessa che gli ha permesso di avere tante volte salva la vita, mi fa sentire grata e fortunata per questo incontro. Qualcosa mi dice che se fosse riuscito ad approdare sulle nostre coste, ci saremmo incontrati anche in Italia.

Il nome di Othman è stato modificato a scopo di tutela per la sua storia.

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